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DELLA
VERITÀ
Esiste
la possibilità di affermare che qualche cosa appartiene alla verità? Perché
esista tale possibilità occorre che si sappia che cosa sia la verità. Ma
qualunque cosa avremo detto della verità, come potremo decidere che tale
cosa apparterrà alla verità se ancora non sappiamo che cosa sia la verità?
Poiché qualunque criterio sarà utilizzato per definirla dovrà mostrare di
sé di essere vero, ma come, con che cosa occorrerà confrontare tale
criterio se ancora non sappiamo che cosa sia la verità e dunque che cosa sia
vero? Qualunque criterio decideremo di costruire, con che cosa lo
costruiremo necessariamente? Di che cosa sarà fatto? Sarà fatto
necessariamente di una struttura che consente di distinguere un elemento da
altri e da una procedura inferenziale, quella che consente di inferire da
un elemento un altro.
Chiameremo
“linguaggio” questa struttura che consente a ciascuno di parlare, e quindi
di pensare qualunque cosa.
Pertanto
utilizzeremo il linguaggio come criterio per sapere che cosa la verità sia necessariamente.
Ma dobbiamo sapere come funziona il linguaggio, e per saperlo possiamo
incominciare da ciò che necessariamente occorre perché funzioni. Per fare
questo considereremo di eliminare dal linguaggio tutto ciò che non è
necessario al suo funzionamento, e pertanto qualunque cosa che, tolta dal
linguaggio o modificata, non impedisca a quest’ultimo di continuare a
funzionare. Procedendo in questo modo potremo considerare che qualunque
tipo di giudizio, affermazione, negazione, esclamazione etc. non impediscono
affatto al linguaggio di funzionare, cioè di proseguire, e pertanto
considereremo tutto ciò non essenziale al funzionamento del linguaggio. Se
qualcuno crede una qualunque cosa, se cessa di crederla, non per questo
cesserà anche di parlare, il linguaggio continuerà a funzionare, cioè a
proseguire, cioè a costruire proposizioni.
Ma se
togliamo dal linguaggio la possibilità di distinguere un elemento da un
altro, allora il suo funzionamento si interrompe, se per esempio non si
desse la possibilità di distinguere una parola dalle altre, non sarebbe
possibile continuare a parlare poiché ciascuna sarebbe tutte le altre e
quindi nessuna considerazione potrebbe farsi, nessun giudizio, nessuna
affermazione e, pertanto, nessun pensiero. La possibilità di inferire un
elemento da un altro è altresì necessaria, poiché se non si desse, anche in
questo caso, di nuovo, non si darebbe più nessuna possibilità di affermare
alcunché, nessuna possibilità di pensare alcunché, poiché se penso allora
traggo inferenze, conclusioni. Allora sappiamo che il sistema inferenziale,
unitamente alla possibilità di distinguere un elemento da un altro,
costituisce ciò che necessariamente occorre che sia perché il linguaggio
funzioni, cioè prosegua, cioè costruisca proposizioni.
Ma il
linguaggio non funziona, cioè non prosegue in qualunque direzione. Nel caso
del paradosso infatti si arresta, nel senso che in quella direzione non può
proseguire, cioè costruire altre proposizioni, ma dovrà necessariamente
trovare un’altra direzione che possa consentirgli di costruire
proposizioni. Perché di fronte a un paradosso il linguaggio si arresta? Un
paradosso afferma che una certa cosa è vera se lo è la sua negazione. Come
dire in altri termini che qualcosa è se non lo è. Ma “è” che cosa esattamente?
Se consideriamo soltanto il linguaggio per la sua struttura più elementare,
cioè quella composta da un sistema inferenziale e dalla possibilità di
distinguere un elemento da un altro, allora una qualunque cosa sarà
soltanto un elemento linguistico, vale a dire una qualunque cosa inserita
all’interno di un sistema inferenziale e che abbia la possibilità di essere
distinta da altri elementi linguistici. Se il sistema inferenziale e la
possibilità di distinguere un elemento da altri sono ciò che fa funzionare
il linguaggio, allora tutto ciò che è in relazione con questo apparterrà al
linguaggio, sarà cioè un elemento linguistico, poiché abbiamo appena
considerato che il linguaggio è propriamente il trovarsi un elemento in
relazione con un altro, quindi con la prerogativa di potersi distinguere da
un altro e avere un antecedente e un conseguente, essere cioè inserito in
un sistema inferenziale.
Ma la
possibilità di distinguere un elemento da un altro comporta necessariamente
un’esclusione, per esempio se A è A, allora A non è B. Tale esclusione è
ciò che chiamiamo “negazione”. Potremmo dire che il linguaggio necessita
della negazione per potere funzionare, vale a dire che per potere costruire
proposizioni è necessario che un elemento sia distinguibile da altri e che
pertanto non sia altri.
Come
abbiamo appena considerato, il linguaggio, per proseguire, cioè per potere
costruire proposizioni, necessita della negazione che, a questo punto,
possiamo indicare come l’impossibilità logica di proseguire in una certa
direzione, quella per cui un elemento non è distinguibile da altri. In
questo caso il linguaggio si arresta di fronte a quella direzione che a
questo punto possiamo chiamare “falsa”. Possiamo allora affermare che se il
linguaggio può proseguire, cioè continuare a costruire proposizioni, allora
chiamiamo quella direzione “vera”, se non può proseguire allora chiamiamo
quella direzione “falsa”.
Consideriamo
adesso se qualunque situazione in cui il linguaggio non può proseguire,
chiama cioè quella direzione “falsa”, sia riconducibile a quella sopra
menzionata.
Il
fatto che un elemento mantenga la sua identità rispetto a altri è la
condizione per potere costruire una qualunque inferenza che affermi
qualcosa. Se nell’inferenza “se A allora B” non si desse la possibilità di
distinguere i due individui l’inferenza non significherebbe nulla poiché
per inferire qualcosa il linguaggio deve potere muovere da un elemento, e
quindi individuarlo come tale. Solo se è individuato come tale, se cioè è
identico a sé allora può inserire, può esistere un conseguente. Poiché
soltanto se un elemento è identico a sé allora è utilizzabile dal
linguaggio, cioè il linguaggio può utilizzarlo per costruire altre
proposizioni. In questo caso chiama quell’elemento “vero”.
Nell’inferenza
“se A allora B”, la A rappresenta il criterio di verità di B, nel senso che
B non può negare A, cioè la sua condizione di esistenza all’interno
dell’inferenza, poiché se B affermasse che A non esiste, allora neppure B
esisterebbe, pertanto non può affermarlo.
Corollario:
qualunque elemento linguistico ha necessariamente un antecedente e un
conseguente, e il conseguente non può negare l’esistenza dell’antecedente.
Allora
affermare che un elemento è vero vale a affermare che può consentire a un
altro elemento di cui è l’antecedente di potere affermarsi, se è falso, no.
La stessa cosa per l’antecedente, che necessariamente sarà il conseguente
di un altro antecedente e così via.
In
questo modo abbiamo costruita la nozione di verità unicamente utilizzando
il funzionamento del linguaggio, e cioè ciò che consente al linguaggio di
proseguire, il linguaggio chiama “vero”, ciò che non gli consente di
proseguire chiama “falso”. La verità sarà allora ciò che in nessun modo può
essere falso. Ciò che in nessun modo può essere falso è che un elemento
linguistico sia tale, cioè un elemento linguistico, poiché se non fosse un
elemento linguistico allora non apparterrebbe al linguaggio in quanto non
sarebbe utilizzabile dal linguaggio, non appartenendo al linguaggio non sarebbe
inseribile in nessuna combinatoria linguistica, in nessun modo, e pertanto
non esisterebbe nel linguaggio. Sarebbe pertanto indicibile, impensabile,
inutilizzabile: questo è ciò che può dirsi di ciò che è detto essere fuori
dal linguaggio.
Corollario:
la proposizione che afferma che un elemento x è fuori dal linguaggio,
afferma che x essendo fuori dal linguaggio non ha alcun rinvio, e pertanto
la proposizione che afferma che x è fuori dal linguaggio la chiamiamo
falsa.
Luciano
Faioni
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