26 giugno 2026
Giordano Bruno De la causa principio et uno
Siamo con Giordano Bruno, XVI secolo, quindi, in pieno Rinascimento. Giordano Bruno è stato un filosofo attento all’aspetto magico, era anche un cabalista, si interessava di varie cose connesse con la magia. Infatti, è questo che a noi interessa di Giordano Bruno, Più della sua posizione filosofica. C’è un aspetto che in particolare interessa di Giordano Bruno. Come sappiamo, in quegli anni, nel XVI-XVII secolo, ci fu un grande ritorno del neoplatonismo, che si è portato appresso moltissimi aspetti magici, taumaturgici. Dire magico oppure taumaturgico è la stessa cosa. Celso, che fu uno dei più acerrimi nemici del cristianesimo, ce l’aveva anche con Gesù Cristo, che per Celso non era altro che un saltimbanco, un prestigiatore, un ciurmatore, che aveva fatto qualche trucchetto giusto per ingannare i pastori, i pescatori, gente molto ingenua. In questo momento storico preciso sorge la scienza, sorge la matematica, così come la conosciamo oggi. E, allora, ecco la domanda. Sapete che la matematica è suddivisa in quattro parti, tradizionalmente: l’aritmetica, la geometria, l’algebra e da ultimo l’analisi, cioè il calcolo infinitesimale. Ma la matematica è sempre stata fino dalle origini intrisa di magia, pensiamo ai pitagorici, a quanto di magico c’era nella loro vita. La matematica è sempre stata accomunata in qualche modo alla magia. Si parla della magia dei numeri, la famosa sezione aurea, che è anche chiamata sezione divina. c’è sempre qualche cosa di divino nei numeri. Ora, vorrebbe da chiedersi: perché? Perché i numeri, pur essendo gli strumenti del calcolo, si portano appresso qualcosa che non è calcolabile. Questo è il problema dei numeri: qualche cosa che non è proporzionabile. È come se i numeri mettessero in evidenza qualche cosa che appartiene al linguaggio e che non è calcolabile. Per calcolare devo avere un punto di partenza, e il punto di partenza chi me lo offre? Il fondamento, un principio di ragione. Quindi, ecco la necessità di trovare il fondamento ai numeri. Su cosa sono fondati?
Intervento: Su niente.
Sì e no, perché sì, teoricamente è così, però poi, di fatto, non è possibile che i numeri siano del tutto infondati se attraverso i numeri possiamo fare tutte quelle belle cose che facciamo. Ora, il lavoro che fa Bruno è un lavoro, ed è l’aspetto che a noi interessa, di porre le basi per la magia. È una cosa che non viene generalmente menzionata quando si parla di Bruno, si racconta il suo sistema filosofico, ma quello lo si trova in qualunque manuale di storia della filosofia, non è ciò che a noi interessa. Ci interessa, invece, come lui ha potuto porre le basi per la magia, basi – e questo ci interessa ancora di più - che sono presenti ancora oggi nel mondo. L’idea è che esista un’anima, un’anima del mondo, che la materia in fondo sia animata. Faceva un esempio, un po’ stupido, ma giusto per rendere conto: il suo amico, diceva che la materia non ha un’anima, questo posacenere non vive. No, diceva Bruno, per esempio il cappello, quando tu lo metti in testa lui in qualche modo si anima, perché tu lo animi. E, allora, ecco che la materia diventa potenzialmente animata. Se la materia ha un’anima, se l’anima del mondo è ovunque - il tutto nel tutto ripete Bruno, la sua parola d’ordine - allora pongo effettivamente le basi per la magia, perché tutto può essere animato, tutto può rispondere a una mia sollecitazione. Se io sollecito il piombo nel modo corretto, ecco che il piombo mi si trasforma in oro, perché è animato, perché è vivo. Ancora oggi, pensate alla natura, che non esiste, è una nostra invenzione, ma si pensa fortissimamente che la natura sia vita, sia un qualche cosa che vive, tant’è che si dice, sui giornali si scrive, le scemenze che scrivono di solito: la natura si vendica degli umani che l’hanno offesa. È come se questa idea avanzata da Bruno poi si fosse diffusa. Bruno pone la condizione per potere incominciare a pensare che tutto ha un’anima, cosa che non c’era prima. Prima c’era la distinzione netta, precisa tra ciò che è animato perché Dio ha infuso l’anima e ciò che invece non lo è perché Dio non gliel’ha voluta dare. Ora, in che modo questo pensiero ha, diciamola così, per il momento un po’ tenue, agevolato la nascita della scienza? C’era forse un’idea in loro che ogni cosa in qualche modo potesse essere animata e, quindi, potesse non soltanto rispondere in un certo modo ma essere inserita in un ordine? L’idea portante è proprio questa, e cioè che le cose possano avere un’anima. Avendo un’anima, hanno anche una volontà, necessariamente, una volontà di fare che cosa? Di fare ciò per cui sono fatte, ciò che è il loro compimento. E, allora, indagare, per esempio, i corpi celesti è indagare elementi che sono vivi. Bruno era un grande ammiratore di Copernico; infatti, ha scritto dei panegirici su Copernico, perché secondo lui è il primo che ha voluto rompere quel muro che era stato stabilito dalla visione aristotelico-tolemaica del mondo chiuso, dell’universo chiuso, le sfere, i vari cieli, ecc. Lui ha aperto questi muri, li ha spalancati, mostrando l’infinito. In questo infinito, dove tutto è nel tutto, ogni cosa è nel tutto e il tutto è in ogni cosa, si pone la possibilità di agire in questo tutto modificandolo, ed ecco la magia. In fondo, la magia non è altro che operare in modo immediato, cioè senza la mediazione del linguaggio, il passaggio dall’intellegibile al sensibile. La prima formulazione taumaturgica è quella di Giovanni nel Prologo, I secolo d.C.: “e la parola si fece carne”. Quella è stata la prima testimonianza della magia, la parola che si fa carne, cioè la parola che agisce ponendo, mentre si dice, la realtà delle cose.
Intervento: Quindi la magia in un certo senso non è altro che l’atto di parola?
L’atto di parola è qualcosa di più, perché sarebbe la prova ontologica dell’esistenza di Dio. L’ontologia è appunto affermare che qualcosa c’è, ma c’è attraverso la parola. E qui è stato il problema e anche il fallimento di tutte le prove ontologiche, cioè la parola come fa? Gaunilone rimane sempre lui, in effetti, ad avere posta la prima invalicabile obiezione. La parola, sì, certo, produce infinite cose, produce qualunque cosa, ma non può produrre qualche cosa che parola non è. Ora, ci si può domandare, noi possiamo farlo: esiste qualche cosa che non sia parola? Se sì, come? In che modo? E qui sorgono i problemi. Il problema di Aristotele, della materia e della forma: la materia è qualcosa che non è linguaggio, la forma è linguaggio, è l’idea, εἶδος. Εἶδος per i Greci è sia idea che forma, la stessa cosa. Mentre la materia, la ὕλη, sarebbe quella cosa che non c’è, e infatti per Aristotele non c’è, è nulla, c’è la forma, c’è l’εἶδος, c’è l’idea, c’è il linguaggio. Questa cosa, che è immaginata fuori dal linguaggio, la ὕλη, la materia, non c’è. Quindi, la materia è qualcosa che ho invento per dare un supporto alla forma, per dire che la forma ha una sua origine, ha un qualche cosa da cui viene. Sarebbe il principio di ragione della forma, in un certo senso.
Intervento: La materia senza forma non esiste, ma non esiste nemmeno la forma senza materia.
Sì, la forma ha bisogno della materia, cioè di qualche cosa che faccia da supporto. Ma questa idea che la forma abbia la necessità di avere un supporto, questa idea, a sua volta, che supporto ha? Da dove viene? Dal fatto che se c’è una cosa allora ce n’è un’altra. Ecco il λέγειν τί. Per cui se c’è qualche cosa allora vuole dire che c’è un λέγειν, qualcosa che ha messo insieme le cose - λέγειν letteralmente, significa mettere insieme. C’è un dire, ma questo dire non esiste senza il τί, senza il qualcosa. In fondo, è sempre l’antico problema, cioè l’uno senza i molti è un’invenzione, i molti senza l’uno sono un’invenzione, non si danno in nessun modo. Come la verità epistemica: è stata inventata. Posso inventarmi ben altro, se voglio. A questo punto il lavoro che faremo è quello di intendere per bene la connessione o forse, per il momento è ancora un’ipotesi, il procedere della matematica dalla magia, dalla taumaturgia, cioè dall’idea che si possa creare qualcosa dal nulla, creatio ex nihilo. La matematica fa questo: creatio ex nihilo, creare dal nulla. La parola che si fa carne, il calcolo che si trasforma in un qualche aggeggio.
Intervento: Quindi, la magia è l’animare.
Sì, certo, è l’anima, proprio nell’accezione plotiniana del termine, è appunto quella che anima, che dà vita.
Intervento: Pertanto Bruno non attribuisce più l’inizio della processione solo a Dio.
No, perché questo Dio diventa tutto. Tutti i corpi celesti in fondo sono Dio.
Intervento: È interessante è che nonostante ciò Bruno continui a dire dell’esigenza di definire un principio primo.
Ma lui non rinuncia affatto, perché l’infinito, di cui parla lui, è l’uno, è cioè a cui tutte le cose tendono, in un’accezione squisitamente plotiniana.
Intervento: In un certo senso è gnostico, nella misura in cui dice tutti che possono essere Dio.
È lì sul bordo.
Intervento: Sì, sul bordo, però dicendo che la persona può animare, la rende Dio.
In tutta la magia è presente l’aspetto gnostico. Volevo fare un parallelo, e possiamo incominciare facendo una bella proporzione: la logica sta alla retorica come la matematica sta alla magia. La retorica che cosa fa rispetto alla logica? La retorica fa ovviamente delle inferenze, ma le inferenze retoriche sono molto più ampie, coinvolgono moltissimi aspetti che la logica invece vuole ridurre attraverso le sue regole, cioè le regole dei connettivi...
Intervento: La retorica può anche superare il principio di non contraddizione.
Sì, senza farsene un grosso problema La logica no, la logica è vincolata dal principio di non contraddizione: ex falso quodlibet. Ancora oggi quando interviene una contraddizione all’interno di un calcolo è un problema. Mentre per la retorica no. Ora, la magia e la matematica. Così come la logica è la traduzione formalizzata di un discorso, la stessa cosa è per la matematica. Lo diceva anche Heisenberg: tutti i calcoli, anche i più complessi, devono potere essere comunque prodotti nel linguaggio corrente, sennò non significano niente. Quindi, alla base c’è sempre un discorso, c’è sempre un racconto, che poi viene formalizzato, va bene, certo, per comodità in alcuni casi, ma non solo, però è un racconto, un racconto dove accadono tante cose nella matematica, così come nella logica, che poi sono due aspetti della stessa cosa. In fondo, per Russell tutta la matematica è fondata sulla logica. D’altra parte, la matematica potrebbe fare quello che fa senza la logica, senza un procedere logico? Difficile. Questi racconti coinvolgono tantissime cose, infinite cose, così come la retorica. Però, sia nella logica che nella matematica, è come se ciascun elemento del racconto dovesse intervenire con un unico significato. Se vuoi giocare a questo gioco, che si chiama logica o matematica, devi utilizzare questo significato e basta. Se vuoi giocare a poker, l’asso deve avere questo significato, non è che puoi cambiarlo mentre giochi.
Intervento: Si dice che sono regole stabilite per convenzione.
Ma è qualcosa di più della convenzione, perché in questo discorso, che poi porta alla convenzione, in effetti ci sono già tutti gli elementi che portano alla determinazione del significato unico. Perché il significato unico non è che un significato scelto fra una serie, potremmo dire, infinita di altri significati. Io ne scelgo uno, perché? Perché soltanto se scelgo quel significato, allora questo mi consente di fare un passaggio successivo; se non ha più quel significato, il passaggio successivo non lo posso fare, e allora devo attenermi a quel significato unico. Pensate a Peano: zero è un numero, il successore di un numero è un numero. Perché? È un’idea primitiva. Non c’è nessuna ragione, Deus vult, avrebbero detto i teologi. E adesso, dicevo, è possibile trovare in Bruno tutti questi elementi che ci portano a intendere bene la questione della magia e quindi a intendere come la magia sia intervenuta, abbia concorso a formare quel tipo di pensiero che poi ha prodotto la scienza? Come annunciato, leggeremo alcuni brani, tratti da Beierwaltes, che sono lontanissimi da ciò che io stavo dicendo, perché nessuno parla di Bruno in questi termini. Senza che si debba assumere direttamente il concetto di storia universale quale è stato proposto da Hegel, per un processo di tal genere è valida la seguente tesi: il nuovo non appare come nuovo in quanto distrugge l’antico, ma in quanto lo supera in sé, anche nella negazione, come momento essenziale di se stesso e lo mantiene nel mutamento. Almeno per Bruno lo si può provare. Per Bruno ciascuna cosa non scompare mai, perché è viva, è animata. Quindi, il nuovo che interviene è qualcosa che integra, era già presente nella dialettica hegeliana. La forza unificante che deve essere pensata come un aspetto dello spirito che procede da se stesso, essa corrisponde totalmente alla descrizione del suo ..., è amor. La forza unificante è sempre l’amore. È l’amore che fa in modo che tutte le cose vogliano tornare all’uno, perché sennò non si intende perché mai vorrebbero tornare a questo uno. È l’amore, cioè il bene assoluto, Dio. Questo compenetra in modo totale e vincolante tutto, concilia tutto in tutto e opera tutto in tutto. Ecco, qui c’è il riassunto assoluto di Bruno: l’amore è ciò che concilia il tutto nel tutto, che fa entrare il tutto nel tutto. Il male, o ciò che non è ordinato, non ha assolutamente posto in questo universo. Se tramite l’anima del mondo, lo spirito o la ragione vuole essere attivo ovunque e in tutto. A motivo della sua indivisibilità, che include il suo effetto moltiplicante, l’anima del mondo è interamente nell’intero del mondo e interamente in ogni parte dell’intero. Qui rimane naturalmente il problema. A motivo della sua indivisibilità, che include il suo effetto moltiplicante: come fa qualcosa che è indivisibile a produrre la moltiplicazione? Matematicamente è arduo. Come dire che è possibile dall’indeterminato determinare qualcosa. Ecco il salto, il salto che non è possibile compiere. Tutto il pensiero da due o tremila anni ha cercato di rimediare a questo problema: l’indeterminato che determina qualcosa, che poi diventa l’intelligibile che produce il sensibile.
Intervento: La risposta è sempre che in qualche modo il determinato ci fosse già.
Questa è la scappatoia che viene utilizzata spesso, certo, ma sposta solo il problema. Bruno concepisce lo spirito mediato attraverso l’anima del mondo in modo analogo al demiurgo platonico, all’orfico occhio del mondo, al separatore dichiarato empedocleo delle forme e al fondamento platonico delle forme nel mondo sensibile, con artefice interno che dalla materia nel suo complesso attiva in essa tutte le forme e con ciò ordina la somma del singolo esistente in un intero in sé concordante. Come fa a diventare questo intero un insieme in sé concordante? Anima mundi et spiritus universi, lo spirito che opera nell’anima del mondo e dunque, come ars actium o prima ars la stessa natura che forma. Prima dicevamo della natura che appare come animata: è in Bruno questa idea. È la natura che è viva ed essendo viva e, se io la offendo, ecco che se ne ha a male e poi mi fa i dispetti. Essa è la forza che dall’interno costituisce, in qualità di principio, l’ente nella sua globalità e che non usa la materia come un mezzo che le sta di fronte, come aveva sempre fatto la filosofia, esterno ad essa, ma unita al mundus archetipus idealis, ha nella materia il suo diretto ambito di esplicazione. Mediante questa determinazione di artefice interno, l’anima del mondo è come uno spirito che fa tutto, anche il centro mediatore tra lo spirito divino, che è tutto, e lo spirito dell’ente singolo che diviene tutto. Nella sua concezione dell’anima del mondo, Bruno, in modo più o meno legittimo dal punto di vista del contenuto e da quello storico, si ricollega, expressis verbis, ad Empedocle, ai Pitagorici, che secondo Bruno sono documentati dei versi significativi e storicamente secondi di Virgilio ai Platonici, a Orfeo e a Plotino. Sono elementi essenziali della tradizione platonica che si sono uniti nel neoplatonismo con la concezione stoica della simpateia, sono rimasti operanti anche nelle modificazioni di Bruno. La simpatia conduce immediatamente all’amor, che unisce, che unifica, e fa in modo che il tutto rimanga nel tutto. Il principio di questa vita, i cui singoli elementi sono reciprocamente uniti nell’essenza, è l’anima del tutto o del mondo. Un’anima dà vita e determina tutte le parti, essa è ovunque e la stessa. Vale a dire niente è escluso dal suo operare, con la sua onnipresenza avvicina ciò che è più lontano, tutto è affetto da tutto. Questo tutto è l’uno di Plotino, non è che siamo andati lontani da lì. Però, questa idea che nulla è escluso dal suo operare... che poi oggi la fisica attualmente pensa e immagina che ci sia una sostanza, che è quella di cui è fatto tutto l’universo, il carbonio. Pare, almeno per il momento, fino a prova contraria, che interverrà sicuramente. Tanto rispetto a Platone come anche rispetto a Bruno, vi è tuttavia come conseguenze sempre diverse, una differenza essenziale. Invero l’anima del mondo ordina e governa il cosmo, illumina la materia e così rende intelligibile il corpo del mondo, ma non si unisce direttamente ad esso. L’anima del mondo trascende il cosmo, in quanto lo spirito, che è a fondamento di essa, impedisce uno sciogliersi nel cosmo, rimane sempre al di sopra. Qui cita Plotino. La mediazione dell’intelligibilità, e quindi dell’ordine e dell’armonia del cosmo mediante l’anima del mondo, è dunque determinata dalla distanza. Nondimeno, il cosmo sensibile e un’immagine simile a quella intelligibile. Perché è possibile conoscere l’universo? Perché ciascun elemento dell’universo è come tutti gli altri, è fatto per similitudine come tutti gli altri: per questo possiamo conoscerlo. Tutti gli elementi del pensiero platonico, neoplatonico e stoico sono riuniti nel concetto di Ficino di anima del mondo. È lui che ha inventato questa storia. Dal punto di vista del contenuto storicamente, Ficino è colui che più si avvicina a Bruno, anche nel legame di questa concezione con la magia naturalis. La questione della magia era presente in tutti i pensatori in quel periodo. Ficino pensa all’anima del mondo, l’anima universale, come concreazione o mediazione della libera alienazione di sé da parte di Dio, diffusio sui ipsius. Essa è il fondamento del mondo che crea unità. Questa unità causata è da concepire come congiungimento reciproco della realtà singola, congiungimento oltre a quell’origine dalla quale la realtà fondata non è mai totalmente separabile, cioè l’uno. In questa concezione di una concordia cosmica mediante l’amor... Viene da chiedersi: è stato possibile inventare la scienza perché si partiva da questo presupposto che esiste una concordia cosmica tenuta insieme da un amore. È una cosa che poi vedremo se riusciamo. In questa concezione di Ficino, come poi Bruno, si riallaccia ai principi cosmologici di amore e discordia di Empedocle. e non da ultimo intensifica la concezione neoplatonica con elementi orfici. Qui cita il De Amore, l’Oculus Infinitus, ecc. In quale misura e in che senso gli elementi assunti dalla tradizione filosofica della concezione dell’anima del mondo si modifichino nel pensiero del Bruno, in vista di una più intensa unità con il suo corpo può chiarirsi ancora più grazie all’analisi del concetto di materia. Alcune caratteristiche peculiari del pensiero del Bruno si mostrano proprio nel suo concetto di materia. La modalità con la quale questa coopera con l’anima del mondo determina la struttura dell’universo, e la materia, a un tempo, getta una luce nell’ambito e nell’intensità d’azione del principio divino. Il Bruno pone ripetutamente in rilievo ciò che distingue la sua concezione di materia da quella aristotelica. Il suo rimprovero, per il quale alla materia nella sezione aristotelica non convenga alcuna realtà e sia soltanto una logica in tensione, magis logicum quam fisicum, coincide con l’affermazione dell’attuale ricerca intorno ad Aristotele, secondo la quale la predetta materia originaria è una pura astrazione o un concetto di discussione. Per Aristotele la materia non c’è, è una pura astrazione, non c’è, l’abbiamo inventata noi: come la verità epistemica, come il bene assoluto. Ecco qui c’è una cosa interessante. La materia originaria è nel suo significato aristotelico il sostrato necessario, l’ύποκείμενον, di tutti i processi fisici, il presupposto a che le forze attive determinino in modo differenziato la pura possibilità in forme sempre nuove. Perché della indeterminatezza della materia originaria, perché dunque nasca qualcosa di variamente determinato o la materia determinata, è necessaria un’attività in sé esistente. In essa sola è fondato ed è comprensibile il cambiamento da uno stato della materia a un altro, il mutamento reciproco anche degli opposti. Un tale mutamento consiste nel passaggio da un non essere, o da un non essere ancora, in un essere limitato, autonomo, percepibile, conoscibile ed esprimibile. Invece, alla materia originaria non devono essere attribuiti, in via negativa, tutti questi predicati, tanto che non può spettare ad essa neanche la predicazione più universale di ούσία. Quindi, questo predicato esso sarebbe certo forma formante e non condizione di ogni formarsi, apertura all’intero processo di riduzione al singolo. Essa è dunque aristotelicamente quel prope nihil, assoluto nulla, che secondo Bruno né può né deve essere. Cioè, per Aristotele è l’assoluto nulla. Egli stesso, Bruno, si comprende nella sua opposizione di Aristotele a guisa di colui che porta avanti, certo in maniera più ampia, gli intendimenti di Democrito, di Epicuro, di Lucrezio, di David di Nantes e di Avicebron. Quindi, l’idea è che questo mutamento possa esistere perché nella materia c’è già una sua vis, una sua forza. Per Aristotele era impensabile una cosa del genere. La materia né tende semplicemente alla forma né è semplicemente aperta ad essa per diventare qualcosa, ma è la forma che tende alla materia per radicarsi nell’essere o come tale. La forma che tende alla materia: questo per Aristotele è impensabile. La forma non tende alla materia, la forma è quella che è, è l’idea, e la materia è qualcosa che ci inventiamo, perché siamo in qualche modo costretti a pensare che ci sia una causa. Questo è un procedimento immanente alla materia... Cioè il fatto di tendere della forma alla materia. …che ha in sé, in quanto producente, tutte le forme. Non è perciò assolutamente pensabile una materia senza forma e senza differenza. Essa è piuttosto formante: poter fare, poter essere fatto, nello stesso tempo, nel senso di un compimento in sé unitario. Di nuovo compare l’unitarietà, perché unità di materia e forma, che Aristotele chiamava sinolo... che poi non è l’unità, sinolo è il mettere insieme tutto, tutte le varie cose le ha messe insieme, ma non è l’unità, né è la materia, né è la sostanza, è semplicemente un qualche cosa che è stato messo insieme, perché è inseparabile, perché, come dicevamo giustamente, non si può pensare a una materia senza la forma e a una forma senza la materia, non è pensabile.