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25 febbraio 2026

 

Abelardo Teologia del Sommo Bene

 

Siamo ad Abelardo, XIII secolo, pochi anni prima di Tommaso. Abelardo è importante perché con lui inizia la scolastica. La scolastica è quella corrente di pensiero teologica in cui si riprendono gli scritti logici di Aristotele, filtrati dal neoplatonismo, e si inizia a pensare che la ragione può non dimostrare ma mostrare gli articoli di fede in modo che non sia più soltanto, come voleva Agostino, la fede e la grazia, ma sia possibile attraverso la ragione avvicinarsi a Dio. Cosa che prima non era. Abelardo, infatti, dice una cosa importante, e la leggiamo subito perché è determinante. A pag. 57. La sapienza è chiamata Verbo perché per mezzo delle parole ciascuno manifesta la propria conoscenza e la profondità della sua scienza. Perciò Mosè, come abbiamo già ricordato, fa precedere la narrazione della creazione delle diverse cose dall’espressione “Dio disse”, e fa seguire il risultato dalle parole: “e così fu fatto”. Egli mostra che Dio ha creato tutte le cose nel suo Verbo, cioè nella sua saggezza, quindi razionalmente. Ecco, questo “quindi razionalmente” è forse la prima volta che interviene nella teologia. A questo proposito in un altro luogo il salmista afferma: “Egli disse e le cose furono fatte”, cioè, egli creò e ordinò tutte le cose per mezzo della ragione. Ecco che si è avviata la scolastica. La ragione diventa il riferimento perché si comincia a pensare che Dio ha organizzato tutto quanto secondo ragione. Ora, questo è un passaggio estremamente importante perché segna veramente la discriminante tra l’agostinismo e il basso Medioevo, cioè la scolastica, che poi ha prodotto il tomismo con Tommaso ed è andata avanti fino all’Umanesimo, cioè fino al 1492 - se vogliamo dare credito a quella divisione che viene fatta tradizionalmente, per cui il Rinascimento incomincia nel momento in cui Colombo mise piede in America. Fino ad allora è basso Medioevo. A pag. 67. Riconoscano quindi ... Ce l’ha con i soliti eretici.  ...che questo Verbo di Dio non è transitorio, non può essere udito, ma è intellettuale, è la stessa ragione o sapienza coeterna a Dio, che deve correttamente essere chiamata “onnisapienza”, così come diciamo onnipotenza. Qui si vede il modo in cui vengono letti i classici. A pag. 69. Dopo la testimonianza dei profeti a proposito della fede nella Santa Trinità, riteniamo opportuno proporre quelle dei filosofi, che la ragione stessa della filosofia condusse alla conoscenza dell’unico Dio. Uno tra questi, Cicerone, afferma che essi hanno conosciuto un Dio unico e dice: “coloro che si dedicano alla filosofia non ritengono che esistano gli dei”... Ecco l’interpretazione di Abelardo: ...come se sostenesse apertamente che non esistono molti dei ma uno solo. Ecco, così si creano le certezze. Ha detto che per gli antichi non esistono gli dei, quindi, Cicerone voleva dire che esiste solo un dio unico. A pag. 71. Si rilegga Platone, il più grande dei filosofi, che, secondo la testimonianza dei Santi Padri, più di tutti i filosofi pagani si è avvicinato alla fede cristiana e, dopo i profeti, ha chiaramente insegnato gli aspetti essenziali della Trinità, nel punto in cui sostiene che l’intelligenza, che egli chiama nous, è nata da Dio ed è da lui coeterna; cioè, il Figlio, che noi chiamiamo sapienza, è eternamente generato dal Padre. Ecco qui ci dice perché, per esempio nella Bibbia, è così difficile in certi passi l’interpretazione A pag. 73. Ad un esame più accurato non sfugge che quanto questo filosofo e gli altri sostengono riguardo a quest’anima, non può che restare attribuito allo Spirito santo, che viene così designato attraverso un mito straordinario. Questo modo di esprimersi è assai familiare sia ai filosofi che ai profeti; questi ultimi, quando raggiungono i misteri della profezia, non li sviliscono con parole comuni, ma invogliano maggiormente il lettore con i paragoni della similitudine. Non c’è motivo, perché non dire chiaramente? No, ci vuole la similitudine. L’altro deve soffrire per ottenere la verità: questo è il punto fondamentale, perché la sofferenza è ciò che rende liberi, è ciò che sancisce la verità. Perché si suppone che Cristo abbia detto la verità? Perché ha sofferto. Che cosa c’è di più grande della sofferenza? Infatti le cose che sembrano fantasiose e lontane da qualsiasi utilità, finché ci si ferma alla lettera del testo, vengono accolte con maggiore interesse dopo aver scoperto che sono colme di grandi misteri e racchiudono un insegnamento profondo e istruttivo. È il principio, come dire, senza volere, senza sapere, per cui utilizza la volontà di potenza. La volontà di potenza è quella, per esempio, di risolvere i rebus, le parole crociate, queste cose, e che dà una soddisfazione. Così lui fa la stessa cosa, è come se avesse trasformato le parole di Dio nella Bibbia in parole crociate. Quindi, la persona deve ricavarne il senso perché così, una volta che lo ricava lui, è più contento. È un artificio retorico: fare in modo che sia l’altro ad arrivare a quella cosa che io voglio che creda; come se dovessi fare in modo di condurlo a pensare che questa idea, che io gli pongo, sia una sua idea. Nei Proverbi: “La gloria di Dio sta nel nascondere le parole, la gloria dei re nello scrutare i discorsi”. Egli si esorta a scrutare l’oscurità della Scrittura, quasi fossero nascondigli nei quali si trova Dio. /.../ “Il sapiente presterà attenzione alle parabole e alla loro interpretazione, alle parole dei saggi e ai loro enigmi”. Una volta comprese, esse sono tanto più preziose quanto più grande è stato lo sforzo per capirle. Sono tutti strumenti retorici, perché se voglio convincere qualcuno di qualcosa, ma gliela faccio apparire complicata e poi pian piano, portandolo per mano, lo conduco a trovare la soluzione finale, lui è tutto contento, pensa “guarda come sono stato bravo”. E Abelardo sta facendo esattamente questo. A pag. 75. Ma quando si sforzano di determinare queste cose che superano non solo il linguaggio, ma anche il pensiero dell’uomo, ricorrono alle similitudini e agli esempi. Così Platone, quando si propose di parlare del bene, non osò dire cosa fosse, perché di esso sapeva solo che gli uomini non possono conoscere cosa sia. Egli ritenne soltanto che tra le cose sensibili la più simile ad esso fosse il sole, e attraverso questa similitudine aprì la strada per elevare il suo discorso a ciò che non è comprensibile. Già qui c’era l’idea, che i cristiani hanno preso da Platone: l’idea non è visibile, non è comprensibile, non la si può conoscere; funge soltanto da modello per potere riconoscere, attraverso la rimemorazione, i vari aggeggi che abbiamo sotto mano; ma l’idea sta lassù, non c’è modo di accedervi. Lode della dialettica, a pag. 101. Nel De Ordine l’eccellentissimo dottore Agostino loda la dialettica con queste parole: “La dialettica, disciplina delle discipline, insegna ad insegnare e insegna ad imparare. In essa la ragione si mostra e fa conoscere cosa essa sia e cosa voglia. Essa sa di sapere e, non solo vuole, ma può creare sapienti”. Lo stesso autore, nel De Doctrina christiana, raccomanda quest’arte come estremamente necessaria non solo per gli altri scritti ma anche per le sacre lettere. “Restano quelle cose che non si riferiscono ai sensi del corpo, ma sono di pertinenza della ragione, qui regnano la disciplina della disputa e quella del numero. La calcolabilità. Ma la disciplina della disputa è più utile per analizzare e discutere ogni genere di questione che si riferisce alle sacre Scritture. Si deve tuttavia evitare la smania del contrasto dialettico e una certa puerile ostentazione della propria capacità di trarre in inganno l’avversario. Sono infatti numerosi i cosiddetti sofismi, cioè le false conclusioni di un ragionamento... Se dovessimo dirla tutta, non sono false, sono solo inaccettabili, che è diverso. ...la maggior parte dei quali sono così simili al vero che traggono in inganno non solo gli sciocchi, ma anche coloro che, pur dotati di ingegno, non prestano sufficiente attenzione. Questo genere di capziose conclusioni è condannato dalla Scrittura quando dice: “Chi parla in modo sofistico è odioso”. A pag. 113. Non è lecito indagare i misteri divini. Si deve sapere che è nato (Cristo), non disputare sul modo in cui ciò è avvenuto. /.../ “Ci è stato ordinato di credere, non ci è consentito discutere”. /.../ “Neppure gli angeli poterono comprendere il mistero del Padre”. Ma poiché gli argomenti scorretti non possono essere respinti per mezzo dell’autorità dei santi e dei filosofi, se non si contrastano con umane ragioni coloro che si valgono su argomentazioni razionali, abbiamo deciso di rispondere agli stolti attraverso i mezzi della loro follia e di abbattere le obiezioni con le stesse arti che essi utilizzano contro di noi. Questo per giustificare il suo avvicinamento alla dialettica, perché sennò sarebbe superbia.  A pag. 115. Ci basta disperdere in qualche modo la forza di questi mortali nemici della sacra fede, e, non potendolo fare in altro modo, ci accontenteremo di ricorrere alle ragioni umane. Dichiariamo quindi che tutto ciò che esporremo a proposito di questa altissima filosofia, non è verità ma ombra della verità, non è la cosa ma una certa similitudine di essa. Qui c’è lo scoglio della superbia. Cioè, sta dicendo: con questo io non voglio dire che sto dicendo la verità, quella appartiene a Dio; quindi, non sono superbo, mi tengo al di qua della verità. Solo Dio conosce ciò che è vero: io ritengo invece di dover dire ciò che è verosimile e in massimo grado conforme alle ragioni filosofiche per mezzo delle quali veniamo attaccati. C’è sempre un’attenzione a non cadere nella superbia, che è il più grave dei peccati; cioè, l’idea che attraverso la ragione sia possibile dimostrare l’esistenza di Dio, perché se faccio questo vuole dire che Dio è stato prodotto dal pensiero. Ora, riprende anche la questione della Trinità, perché questo problema della Trinità è il problema della dimostrazione dell’esistenza di Dio, cioè, è possibile attraverso la ragione cogliere Dio? La risposta per il credente è no, ovviamente. Però, la ragione, il massimo che le è consentito, è di mostrare qualche cosa di verosimile, cioè di simile a Dio, ma mai Dio, quello è impossibile, ma qualche cosa di simile. Ora, naturalmente si pone un problema, chiamiamolo logico. Come so che è simile? Se non vedo Dio, non so di che cosa è fatto, come faccio a sapere che è simile? Naturalmente, qui interviene la fede: è simile a quello che dicono di lui i profeti, i santi.

Intervento: Stavo pensando all’attuale Papa, che ha fatto studi in matematica ed è pure un agostiniano, questo è molto interessante.

I tempi sono diversi da quelli di Agostino. Tante cose che imponeva Agostino oggi non sono più seguite. Rimane l’impianto centrale, certo, che la matematica e la logica non avvicinano a Dio se non ci sono la fede e la grazia. Mentre per i tomisti, per esempio, la logica, il pensiero, la ragione ci avvicina a Dio, indipendentemente dalla grazia e dalla fede, che occorrono naturalmente, ma la ragione può rendere conto da sola degli articoli di fede. Per Agostino no. A pag. 131. In che modo il nome “Dio” è singolare e non piuttosto universale, dal momento che esistono più soggetti distinti secondo la persona, cioè numericamente differenti, dei quali può essere predicato separatamente? Infatti il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito santo è Dio, e questo non è quello. Quale differenza reale può esservi... Questa è una obiezione che veniva fatta. ...là dove esiste una medesima essenza singolare e assolutamente indivisibile? La differenza è presente tra cose distinte, poiché questa essenza non è quella, o all’interno della medesima cosa, a causa di una sua variazione, o per qualche cambiamento relativo alla successione temporale, come quando qualcuno, prima sta in piedi e in seguito si siede. Non vi è alcuna differenza reale dove vi è un’unica e indivisibile essenza. Ma in Dio non vi può essere alcuna variazione, poiché è scritto: “Presso di lui non vi è alcun cambiamento, né ombra di mutamento”. Anche il filosofo a questo proposito afferma: “Lui che dall’eternità ordina lo scorrere del tempo e, rimanendo immobile, imprime il movimento a tutte le cose”. Quindi, comunque lui è fuori dal movimento. A pag. 145. Per questo in Dio nessun vocabolo sembra conservare il significato per cui è stato inventato, ma tutti gli sono attribuiti in modo traslato e sotto forma di enigmi figurati; essi devono perciò venire indagati attraverso una similitudine che si fondi su un rapporto, così da assaporare superficialmente quella ineffabile maestà utilizzando la congettura piuttosto che la conoscenza. La congettura, cioè l’induzione, ormai qui è già diventata santa, praticamente. È per questo che la congettura, cioè l’induzione, l’analogia, è diventata così fondamentale tanto da diventare sacra. Perché il cristianesimo, di fatto, impedisce la conoscenza; la conoscenza può essere solo attuata tramite le Sacre Scritture e, quindi, discussa attraverso analogie. La conoscenza è pericolosa, la conoscenza è il pensiero teoretico, e il pensiero teoretico ha la bizzarra abitudine di interrogare le cose. Cosa fa il pensiero teoretico? Fa irrompere i molti nell’uno. Nel momento in cui i molti irrompono nell’uno, cioè quando il pensiero teoretico irrompe nell’estasi mistica, l’estasi mistica non può più proseguire, non può più proseguire perché immediatamente, di colpo, si trova di fronte a un’infinità sterminata di significati, mentre l’estasi mistica presuppone di aver trovato il significato ultimo e di adorarlo, contemplarlo, ecc. A pag. 151. ...con “definizione” intendiamo ci che esprime integralmente la natura e la proprietà della cosa definita, e non oltrepassa affatto il significato del nome, né è da esso oltrepassato. Cioè, il significato deve essere quello e unico, ben delimitato, e quindi i molti devono sparire. Come dice giustamente Platone, i molti sono i cattivi, perché impediscono questa operazione, impediscono la definizione certa, quella che esprime integralmente la natura e la proprietà della cosa definita, è tutta lì, non c’è altro, perché non ci sono altri significati oltre a quello che io ho stabilito. A pag. 169. La giustizia infatti consiste nel rendere a ciascuno ciò che è suo, attribuendo pena e gloria in ragione dei meriti. Ciò dipende dal sentimento della bontà, poiché non vendicare le malvagità significa non conformarsi al bene. Al contrario, vendicare le ingiustizie subite vuol dire conformarsi al bene. Perciò la vendetta va attribuita alla bontà, che è disegnata col nome di Spirito Santo, secondo quanto è scritto: “Lo spirito della sua bocca annienterà l’empio”. La vendetta va attribuita alla bontà. Questo ci porta a intendere sempre meglio il cristianesimo, ovviamente, ma anche a delle considerazioni. Dove ha portato la scolastica? Sì certo la scolastica apparentemente finisce con il Medio Evo, finisce con l’avvento dell’Umanesimo, ma finisce davvero? Perché la scolastica ha fornito alla volontà di potenza un’arma straordinaria, e cioè qualcosa che avvicina allo gnosticismo. Dio ha organizzato tutto secondo ragione. Ma anche io ho la ragione, perché per tomisti, per Tommaso, sì, me l’ha data Dio, certo, però adesso ce l’ho e la uso. E la uso come? Quest’arma che Abelardo, la scolastica, ha fornito, è un’arma che non è più stata abbandonata. È vero che dopo torna prepotentemente il platonismo, ma questa idea della ragione onnipotente non viene abbandonata, viene soltanto accantonata. Si cerca comunque una ragione, un principio di ragione, nella magia, per esempio, nei numeri, il filone esoterico, confluisce tutto lì, è potentissimo. Potremmo quasi dire che la scienza nasce lì, dai primi alchimisti. Poi, di fatto succede il XVII secolo, quindi Leibniz, Cartesio, Galilei, Newton, Keplero, Spinoza, tutto racchiuso in quel secolo, secolo e mezzo.

Intervento: Per Spinoza Dio è natura.

Sì, ma la natura non è irrazionale, per Spinoza è ragione. E, infatti, l’illuminismo toglie di mezzo la natura, almeno parzialmente, e rimane la ragione, la Dea Ragione. I Lumi cosa fanno? Rischiarano, cioè, la ragione illumina le cose che la religione aveva cercato di ottenebrare. Quindi, questa operazione che fa Abelardo, soprattutto con le prime cose che diceva, quella che abbiamo letto nel libro primo, è estremamente importante, cioè Dio ha fatto le cose secondo ragione. Non come voleva lui, ma secondo ragione. Dunque, Dio ha creato secondo ragione, la ragione è coeterna a Dio.

Intervento: Il principio di ordine.

Sì, esatto, lo dice anche: l’ordine, la calcolabilità, quindi la prevedibilità. Apre la strada alla scienza, di fatto, perché a quel punto la ragione diventa prioritaria praticamente su tutto. C’è ancora Dio, ovviamente, c’è anche per Leibniz, in fondo, anche lui diceva che alla fine però c’è Dio …

Intervento: …

Esatto. Il problema lo troveremo nelle dimostrazioni dell’esistenza di Dio. Com’è possibile che il pensiero produca qualcosa che pensiero non è, cioè l’essere, cioè l’assoluto, che è Dio? Come fa? Non lo fa, certo. Non nei modi e nei termini che vengono descritti nelle prove dell’esistenza di Dio, ma il problema era quello. In fondo, è rimasta sempre l’obiezione di Gaunilone ad Anselmo. Sì, lui ha costruito la sua dimostrazione corretta, apparentemente ineccepibile, ma rimane un pensiero, un prodotto del pensiero, e Dio non può essere un prodotto del pensiero, né può essere conosciuto attraverso il pensiero.

Intervento: Quindi, Gaunilone era un antidialettico.

Intervento: Si potrebbe dire che il retropensiero della scienza è sempre stato quello di scoprire il disegno di Dio.

È per questo che ero stato indotto a pensare che ogni teoria, quindi ogni visione del mondo, quindi ogni teoria scientifica, è una dimostrazione dell’esistenza di Dio.

Intervento: Tra l’altro, mentre lo stesso padre della fisica, cioè Newton, afferma che la fisica procede per induzione, invece costoro pensano di dedurre la natura, perché già esistente.

Sì, però si insinua la questione dell’induzione nelle congetture, perché l’induzione, l’analogia diventa sacra, cioè diventa la via regia per arrivare non a Dio, ma a qualcosa di simile a Dio; e quindi farcelo conoscere, anche se parzialmente e indirettamente, però può farcelo conoscere. E da qui che la dialettica del basso Medioevo acquisisce tutto il suo potere, perché è uno strumento che ci avvicina alla conoscenza di Dio: ce lo fa conoscere meglio, non ce lo fa conoscere totalmente, chiaramente. Tutte le prove dell’esistenza di Dio sono state tutte, una dopo l’altra, confutate, perché non c’è modo di giustificare razionalmente i molti nell’uno, non c’è modo, lo sapeva già Aristotele, non è possibile matematizzare questo passaggio dall’uno ai molti, e viceversa. Perché? Perché l’uno è i molti.

Intervento: Nel dire che Dio è ragione si presuppone di poter indurre l’uno dai molti considerando i molti separati dall’uno.

È quello che, in fondo, ha tentato di fare Aristotele, ponendo l’universale come l’assoluto; però, poi si accorge che l’universale è fatto dei molti e senza i molti non c’è neanche l’universale, perché sono la stessa cosa. È qualcosa a cui si avvicina poi Spinoza, il fatto che la ragione sia Dio, ci va vicino. Questa è una questione che è importante da riprendere, e cioè la scienza oggi continua a essere una teologia, cioè continua a cercare le prove della dimostrazione di Dio, dell’esistenza di Dio; continua cioè a cercare quell’assoluto che costituisca il punto di arresto, alla fine, l’ρχή, il principio di ragione universale.

Intervento: Il sistema, direbbe Gödel, è completo e incoerente.

Perché Gödel vedeva il problema dell’uno e dei molti diviso, quindi o è uno o è i molti, ma neanche lui si è accorto che l’uno è i molti.

Intervento: Però la fede, quindi la teologia, necessita di tenerli separati per poter dimostrare che l’uno...

Assolutamente, certo. Non se ne parla neanche. Questa è un’altra questione che si potrebbe affrontare.

Intervento: In effetti, quando Spinoza dice Dio è ragione, ha ragione, ma nel senso in cui viene intesa la logica, cioè l’idea di ordinare un processo veritativo e di indurre l’uno dai molti. Allora certo che Dio ha ragione.

Aveva ragione Plotino a questo punto.

Intervento: Quindi, la scolastica, con Abelardo e poi il tomismo, non sono altro, come abbiamo già detto tante volte, che l’inizio di quel rigurgito gnostico dentro al neoplatonismo cristiano.

Sì, perché poi, in effetti, questo rigurgito gnostico compare con l’Illuminismo. Il motto “eritis sicut dii”, certo, non veniva propriamente pronunciato dagli illuministi, però erano vicini al fatto che la ragione comunque avesse l’ambizione di sostituirsi a Dio. Cosa che poi è riuscita parzialmente a fare attraverso il positivismo. È da qui che nasce l’interesse per la linguistica, ma soprattutto per la logica, per la filosofia del linguaggio: l’idea che il linguaggio, la logica, possa arrivare a dimostrare l’esistenza di Dio, a dimostrare qualche cosa di assolutamente certo, e cioè che la deduzione non ha bisogno dell’induzione per essere un teorema e l’induzione non ha bisogno della deduzione per essere un teorema. Ma non possono esistere separatamente. Problema che abbiamo già incontrato con Mendelson. Perché se, come sto ipotizzando per il momento, ogni visione del mondo, ogni teoria, qualunque teoria, non dobbiamo pensare soltanto alla teoria dei quanti e della relatività, ma a ciò che ciascuno pensa, all’idea che si costruisce del mondo e che ha di fronte, queste sono le teorie - il termine teoria viene da contemplare - è una visione del mondo allora questa visione del mondo è necessariamente un tentativo di dimostrare l’esistenza di Dio? Perché, se sì, ha degli effetti questa cosa, se no, allora vuol dire che siamo nel pensiero teoretico e il problema è stato abbattuto all’origine. Ma se sì, allora quali sono le implicazioni, le conseguenze di una cosa del genere, cioè del fatto che ciascuno, pensando qualunque cosa pensi, stia cercando di provare l’esistenza di Dio; detta in modo più rozzo, sta cercando di provare che le cose sono così come lui pensa che siano.

Intervento: Il suo principio di ragione.

Esattamente. Nihil est sine ratione. Il testo di Heidegger è molto bello, è sempre bello leggere Heidegger. Pone delle domande, delle questioni, che la teologia non può fare, per definizione: non può domandarsi che cosa sta facendo, ma è proprio così? No. Ma si può domandare soltanto questo: come possiamo dimostrare contro i miscredenti che Dio è uno e trino? Come possiamo? E, allora, ecco che si arrovellano, si ingegnano, perché ciascuna di queste dimostrazioni naturalmente si infrange sul problema di Gaunilone, cioè rimane sempre e comunque un artificio, un concetto: tutto ciò che io posso elaborare rimane un concetto, rimane un’idea, e l’idea, secondo la religione, non può mai esibire Dio. Dio è necessariamente al di sopra del cielo, prima dell’eternità, ecc. Quindi quali sono le conseguenze, le implicazioni nella prassi, cioè nell’agire di ciascuno, di questo fatto apparentemente semplice e banale, e cioè il fatto che ciascuno, pensando, immaginando che le cose sono così come lui vuole, pensa, crede che siano, sta compiendo una prova dell’esistenza di Dio; perché questa cosa, cioè l’idea che le cose siano così come io penso che siano, le pone come un assoluto, come qualcosa di indiscutibile, è così e basta, quindi sono solo da contemplare. Quindi, dire o pensare che le cose sono così è come avere visto la Madonna.

Intervento: …

Questa è una delle superstizioni più potenti del discorso occidentale.

Intervento: È come se fosse un percorso all’indietro, immaginando che il discorso, la teoria, la propria visione del mondo, abbia un’origine, abbia un fondamento, Quindi diventa la ricerca della giustificazione di questa visione del mondo, perché se io trovo perché è la causa prima di questo, il fondamento, questo discorso è assolutamente incontrovertibile.

Intervento: Ho ragione e quindi lo posso propagandare.

È un po’ come la fisica, che vuole dividere l’atomo: prima divide questo, e poi questo, poi divide, divide, divide, divide. Cosa c’è alla fine? L’indivisibile, l’ineffabile. Dio.

Intervento: E non lo troverà mai.

No, perché Dio non è c’è, quindi può continuare a dividere. È un po’ come il Big bang. L’illusione è sempre la stessa: se analizzo, cioè tolgo tutti i molti, alla fine trovo l’uno. Quindi, è sempre e comunque un itinerario dell’anima Dio, come diceva Bonaventura. Il percorso è questo, un itinerario dell’anima Dio, cioè dimostrare, provare l’esistenza di Dio. Il neoplatonismo è la base, il fondamento del cristianesimo. È Platone, aveva ragione Nietzsche ad avercela a morte con Platone. Per Nietzsche era il peggiore di tutti i metafisici, è lui che ha messo in testa questa idea che ci sia qualcosa al di là del sensibile, cioè ci sia il trascendente.

Intervento: Poi Plotino l’ha formalizzato.

E da lì la strada è stata tutta in discesa.

Intervento: …

Il bene è quello che giustifica tutto. Tutti quanti, tutti gli umani vogliono il loro bene, ciascuno il suo, però tutti hanno l’idea di bene, quindi questa idea di bene c’è, perché tutti lo pensano. Per cui se tutti pensassero che esistono i marziani, allora i marziani esistono. Sarebbe interessante esplorare, per bene, quali sono le implicazioni di questo fatto nel discorso di ciascuno, quindi nel discorso della scienza, nel discorso della filosofia, nel discorso dell’economia, della politica, del fatto che comunque si sta cercando Dio, senza volere, senza sapere, immaginando di essere atei nel profondo del cuore. Può darsi che nel profondo sia così, ma in superficie sono assolutamente religiosi.

Intervento: Quindi, ha ragione Spinoza a dire che Dio è ragione, senza rendersi conto che in questo passaggio gnostico fondamentale, di fatto, si è dato a ognuno la possibilità di trovarsi un Dio a modo suo.

Sì, certo. Cosa che era già implicita in fondo in Platone quando diceva che ciascuno sa qual è il suo bene, quindi sa che cos’è il bene. La ricerca di Dio. In che modo questa ricerca di Dio che è presente in ciascun discorso, in ciascun pensiero, ha a che fare con la volontà di potenza? Questa è una bella questione.