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24 dicembre 2025

 

Dionigi Areopagita Tutte le opere.

 

È stato Aristotele, il primo grande pensatore, ad avvertire che la questione del moto poteva essere affrontata senza necessariamente passare dallo spostamento, cioè dallo spazio-tempo, ma ha pensato il movimento come qualcosa che è presente nell’ente. È un po’ democriteo anche: gli atomi che si muovono e che in fondo agiscono. Aristotele parla di entelechia e non parla di un Aufhebung, cioè, di un mettere insieme le cose, di un’integrazione. Dice bene Heidegger quando fa il suo etimo: ἒν-τέλος-ἕκειν, è qualche cosa che è compiuto lì, cioè, l’ἐνέργεια e la δύναμις sono qualche cosa che sono compiuti lì; non devono aspettare qualche cosa, ma sono già compiuti. È questo essere già compiuti che ha scombinato tutto quanto. Perché se è già compiuto…

Intervento: Non c’è più niente da cercare.

Esattamente. Non solo non c’è niente da cercare ma c’è eventualmente qualche cosa da pensare. Immaginate Aristotele e pensate la sua entelechia. L’entelechia è questo agire insieme, questo muoversi, che non è neanche più un muoversi in effetti, è propriamente un agire, è un compiersi di qualche cosa. Quando si è compiuto, questo significa che l’elemento, uno qualunque, è quell’elemento a condizione di essere altro da sé, cioè, di non essere quell’elemento: questo è il compimento, questa è l’entelechia. La δύναμις è δύναμις a condizione di essere ἐνέργεια, e l’ἐνέργεια è ἐνέργεια a condizione di essere δύναμις. Dov’è il movimento in tutto ciò? Non c’è un movimento propriamente, è la simultaneità di due aspetti che non possono non coincidere perché sono compresenti.

Intervento: La processione neoplatonica può venire da questo movimento, nel senso che è un po’ come se immaginasse la δύναμις e l’ἐνέργεια come separati, e poi questa unificazione con l’entelechia.

È vero questo, questa idea è rimasta fino a Hegel. In effetti, tutto il pensiero cristiano ha fatto leva sull’idea che ci sia una processione, ma se c’è la processione vuole dire che se procedo da A a B, A e B sono determinati e, quindi, devono essere identici a sé, devono essere degli assoluti. Ecco la processione ed ecco tutto il pensiero filosofico praticamente fino a oggi, il quale non ha fatto altro che riprodurre all’infinito sempre questa stessa storia della processione. Da qui si procede, più o meno naturalmente, su quest’altro punto e poi si procede in quell’altro; poi, ha preso piede anche la teoria dell’implicazione, cioè del fatto che l’implicazione sia necessaria e che la rende utilizzabile. Tutto questo è il prodotto di un pensiero che nel corso dei millenni ha dovuto - lo abbiamo detto tante volte ma è una questione importante - porre rimedio ai presocratici, perché hanno detto, fatto qualche cosa che non era accettabile né tollerabile. E, poi, soprattutto Aristotele, perché, se non c’è la sostanza, non c’è neanche Dio e, quindi, tutta la religione crolla, viene giù come un castello di carte, se la sostanza non è altro che ciò che se ne dice, e, se la sostanza è Dio, Dio è ciò che ne dico io, lo racconto e lo faccio esistere come e quando mi pare. Ma non è così che funzionava per la Chiesa, quindi doveva essere un Dio diverso, doveva essere un Dio che fosse sopra la sostanza, sovra-sostanziale, sopra il cielo, prima dell’eternità.

Intervento: Poi, è arrivato Spinoza a dire che Dio è la sostanza.

Sì, ma ormai il passo era fatto. È vero questo, però diciamo che il grosso è stato compiuto. Lui ha dato questa nuova impronta, nuova direzione per cui ha inteso che, tutto sommato, Dio doveva essere qualcosa di accessibile.

Intervento: Con Spinoza la natura è accessibile, se non altro si vede.

Sì, è stato un passaggio importante, ma, come dicevo prima, in fondo non è sorto così dal nulla. Tuttavia, l’avere posta questa connessione stretta tra Dio e la sostanza, la natura, ha posto il passo necessario a compiere quella operazione di cui parlavamo prima, e cioè di rendere l’estasi mistica, cioè la contemplazione della verità epistemica, riproducibile attraverso il calcolo: io la riproduco perché ho gli strumenti per farlo. Che valgono a tutt’oggi, a distanza di più di mille anni, le obiezioni di Lanfranco di Pavia. Aveva ragione anche lui: gli umani non possono conoscere la verità epistemica. Ed è vero, perché non esiste, non è mai esistita, noi l’abbiamo diventata, e va bene. Mentre l’idea di Berengario di Tours, lo stesso Anselmo e poi tutti gli altri appresso, passando da Tommaso fino a Guglielmo di Ockham, ecc., è quella di poterla riprodurre attraverso il calcolo, il calcolo proposizionale. Se l’estasi mistica, cioè la visione, la contemplazione delle verità è riproducibile, questa è un po’ l’idea di Tommaso, allora c’è qualcosa di vero in tutto ciò. E se c’è qualcosa di vero, se è vero si avvicina a Dio, perché Dio è il vero. Bisogna sempre tenere conto che siamo sempre nel Medioevo. L’idea è di potere costringere con la ratio, con il pensiero.

Intervento: Zenone…

Il problema di Zenone non è stato inteso. Certo, lui utilizzava la logica, la dialettica si chiamava allora, ma a uno scopo agonistico, quindi retorico, non dialettico, cioè non voleva arrivare, come pensava Platone, attraverso la dialettica, alla verità assoluta, all’ente in quanto tale.

Intervento: A Zenone interessava difendere Parmenide.

Esatto. Mentre Platone immaginava la dialettica come quel percorso che avrebbe condotto a mostrare finalmente l’ente così come è, come Dio ce l’ha dato. Solo che questo non si è verificato. Abbiamo detto che la logica, in effetti, è soltanto un artificio retorico, che non ha nessuna possibilità veritativa, non può averla. Eppure, questa idea è arrivata da qualche parte, non è arrivata da nulla, che la logica possieda da sé questa capacità veritativa, cioè, abbia da sé la capacità di giungere alla verità epistemica, attraverso il calcolo. In Dionigi Areopagita la questione è del vero e del bello, il bello come vero. Quindi, è sempre l’estasi mistica perché il bello è quello che produce il l’estasi, il rapimento. In Dionigi tutte le opere non fanno che ribadire questo aspetto, cioè che c’è un vero che è il bello ed è quello che seduce, rapisce e, quindi, porta verso Dio, ci porta a conoscere Dio. Qui si insiste sulla questione del vero, del vero come il bello, e cioè su ciò che effettivamente seduce e attrae irresistibilmente. Il bello è importante non tanto teologicamente, ma perché ciascuno di noi in fondo è attratto dal bello, cioè da ciò che gli piace. Dionigi e tutti gli altri stavano ponendo questa domanda: perché qualcosa piace? È possibile che qualcosa piaccia senza che ci sia un Dio, cioè un riferimento ultimo del vero, del bello, del buono, ecc.? Secondo loro no, perché – e questo è platonico - comunque tutto ciò che è buono dipende dall’idea del buono, tutto ciò che è bello dipende dall’idea di bello, che sta sempre lassù. Qualunque cosa piaccia, e lui lo “”dimostra”, anche la cosa più turpe, la più nefasta, per lui è comunque il bene, nel senso anche a chi piace una cosa del genere ha un’idea di bene, e l’idea di bene gli viene da Dio, perché è solo Dio che può produrre questa idea.

Questa era la domanda che si ponevano Dionigi e gli altri, tra cui Ugo di San Vittore: si ponevano questa questione: perché qualche cosa piace? A quale condizione posso affermare che questa cosa mi piace, se non avessi l’idea di un buono, di un bello, che mi viene da qualche altra cosa e non dalla cosa particolare, dal sensibile. In fondo, non avevano neanche tutti i torti rispetto al pensare comune. Qui “dimostra” che il vero è il bello e il buono e, quindi, è ciò che consente di riconoscere le cose belle, e possiamo vedere le cose belle proprio perché c’è questa idea di buono. Ovviamente, ci sarebbe subito l’obiezione: chi gli ha messo in testa che da qualche parte ci sia un’idea di buono e di bello. È chiaro che si parla sempre di ipostasi, ed ecco che ritorna la questione dell’entelechia. Se c’è ipostasi non c’è entelechia, se c’è ipostasi non c’è Aristotele, c’è Platone. Il pensiero di Aristotele esclude, potremmo quasi dire fisicamente, la presenza dell’ipostasi: non può esserci, perché l’elemento non è determinabile in nessun modo, quindi, non può essere ipostatizzato. Se non può essere ipostatizzato perché è nella parola in fondo, come nelle Categorie di Aristotele e, quindi, come ha fatto Porfirio, c’è di nuovo bisogno sempre di un’altra sostanza che garantisca ogni cosa. Uno si può chiedere: come sappiamo di possedere queste idee di bello o di buono? In realtà non lo sappiamo, le abbiamo inventate. È come se creassimo delle ipostasi e poi trovassimo, attraverso una riflessione, le argomentazioni che sostengono questa ipostasi. Come? Il sistema è sempre lo stesso. Allora, tutto ciò che nella Bibbia contrasta con la dottrina cristiana va letto allegoricamente; tutto ciò che conferma la dottrina cristiana va letto letteralmente. Quindi, in Dionigi Areopagita si pone la questione fondamentale, che da Marx in poi si è posto tutto il capitalismo, e cioè perché qualche cosa piace e, quindi, viene acquistato? Perché? Cos’è che fa sì che una certa cosa piaccia oppure no? E loro si ponevano queste domande. In fondo, sono domande intorno all’economia. Pensando a tutta la questione economica: cosa ha a che fare con il piacere, con ciò che viene ritenuto piacevole, bello, gradevole.

Intervento: Nel capitalismo si tratta di alimentare il desiderio. Il capitalismo ha questo aspetto di far sentire mancante il soggetto...

Rispetto a qualche cosa che desidera, rispetto a qualche cosa che vuole. E perché vuole? Dionigi avrebbe risposto perché gli piace, perché è bello. Bello nella accezione più ampia del termine, perché evoca l’idea di bello.

Intervento: Il bello non è altro che il soddisfacimento della propria volontà di potere, che sia con la seduzione retorica o con l’ostentazione di beni o qualcos’altro, il possesso della fanciulla, ma è sempre il soddisfacimento dell’acquisizione di un altro ente, del controllo su un altro ente. Quindi, il bello è vero che santifica l’induzione, ciò che ne fa proprio fuori Sì, questo è un punto importante perché il bello pone la necessità di santificare l’induzione.

Sì, questo è un punto importante, perché il bello pone la necessità di santificare l’induzione, perché il bello è sempre necessariamente il prodotto di un’induzione, di una raccolta di elementi.

Intervento: Il capitalismo ha anche questo aspetto, che reperisce gli elementi per costruire un’idea di bello.

Dionigi avrebbe detto: sì, il capitalista costruisce questa idea, ma può costruirla perché c’è già questa idea di bello, perché è già presente in tutti l’idea di bello. E da dove viene questa idea di bello? Da Dio, solo lui ce la può dare. È Platone, naturalmente, però è l’idea, in fondo, del bello che è quello che muove ogni cosa, perché tutti quanti sono alla ricerca del bello, quindi della felicità, del vero, del piacere. Ci sono alcuni aspetti che rimangono. Il fatto di desiderare il bello, il bello non è altro che il vero, il vero non è altro che ciò che determina il mio dire. In fondo, la questione è quella che ponevano gli antichi, del λέγειν τί: se dico, dico qualcosa, ma il qualcosa non è ciò che dico. C’è una distinzione, sono due cose distinte ma non separabili in nessun mondo. Quindi il vero, dove lo trovo, se una cosa per essere tale non deve essere quella che è, dove lo trovo il vero?