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22 luglio 2026

 

Giamblico Il numero e il divino

 

Giamblico, siamo nel terzo secolo e poco prima di Agostino. Giamblico non era cristiano, anzi, lui era uno dei peggiori nemici del cristianesimo, ed era, come sappiamo, un neoplatonico, che ci ha mostrato come la magia sia strettamente, fortemente connessa con il neoplatonismo. Verrebbe addirittura da pensare che sia stato proprio il neoplatonismo a inventare la magia, così come poi si è tramandata nei secoli, perché la magia c’è sempre stata naturalmente, però aveva più un carattere oracolare. Dopo, è con Plotino che diventa importante, perché è con Plotino che effettivamente si dà una configurazione teorica alla magia, attraverso il passaggio dall’uno all’intelletto e all’anima. È lì che la magia interviene a giustificare un passaggio che altrimenti non è giustificabile in nessun modo. Non solo, ma questo passaggio, che poi è quello della trinità, è quello che consente di mantenere l’uno, cioè questa idea dell’ineffabile, di un indeterminato che determina tutte le cose. Ma come lo determina? Magicamente. Mantenere questa idea di uno: Giamblico la riprende soprattutto nell’ultima parte dove parla della teologia aritmetica, dove in effetti si pone fortemente la questione della magia. Questione poi ripresa dalla Chiesa, dal cristianesimo: com’è che Dio ha creato tutte quante le cose dal nulla, la creatio ex nihilo, è la magia, né più né meno, solo che è diventata una magia di stato, ufficiale, l’unica consentita, però rimane una magia. Il che fa pensare immediatamente che tutto il pensiero per duemila anni di cristianesimo sia stato sorretto da quest’idea della magia. Cosa che non c’era prima; ovviamente c’era, ma aveva un carattere oracolare, la Pizia, l’oracolo di Delfi. L’importante è intendere questo, che la magia è una creazione del neoplatonismo e quindi del cristianesimo, e che è stata inventata per giustificare il passaggio, la processione dall’uno ai molti. Questo salto, di cui dicevamo, tra l’uno e i molti: come si passa dall’uno ai molti? Non c’è modo di passare dall’uno ai molti, perché l’uno è i molti, non c’è nessun passaggio. Ma veniamo a Giamblico. A pag. 77. Orbene, bisogna partire dal presupposto che i principi assolutamente primi e sommi dei numeri e di tutti gli enti matematici sono due: uno di essi è l’uno (di cui non si può dire in nessun modo che ente, per il fatto che esso è semplice e perché è principio degli enti, e il principio non è mai della stessa natura delle cose di cui è principio) … Quindi, il primo numero, l’uno, è assolutamente semplice. Che cosa vuole dire che è semplice? Che non è composto, cioè non è in relazione, è irrelato. Ecco perché c’è bisogno della magia per sostenerlo, perché essendo irrelato non esisterebbe in nessun modo, solo la magia lo può porre. E poi continua. ...l’altro è a sua volta il molteplice, il quale è capace, per quel che è in se stesso, di fornire la divisione, e perciò, se ce lo rappresentiamo in modo conveniente, per quanto possiamo, potremo assimilarlo a una materia assolutamente umida e duttile. Da questi due principi, cioè l’uno e il molteplice, si produce il primo genere, cioè il numero, essendo i numeri composizioni di questi due principi. Questo è interessante perché, in effetti, ciò di cui si parla quando si parla dei numeri il più delle volte è esattamente ciò di cui si parla quando si parla della parola. L’uno e il due, l’uno e i molti, significante e significato, la parola che è fatta di tutte le parole, il numero che è fatto di tutti i numeri. E non è certo conveniente porre tale principio della molteplicità come male o bruttezza, per il fatto che ha la proprietà di essere per se stesso causa di grandezza e divisione, oltre che di aumento: neppure nel caso di altre cose, infatti, siamo soliti a porre tale genere dalla parte del male, mentre saremmo forse dalla parte del vero se dicessimo che il grande, in combinazione con una qualche qualità, è causa della magnanimità e della liberalità. È chiaro che si sta riferendo a Platone: i molti sono in male. A pag. 79. Se d’altra parte si muoverà dal presupposto che esista un’unica causa prima di ogni quantità numerica e di ogni grandezza, e che essa presenti in sé molte differenze, per cui sia capace per sua propria natura di produrre questo o quel genere nell’intero mondo naturale, sebbene l’uno rimanga ovunque uguale a se stesso, e non manifesti sempre chiaramente la sua propria natura per via della densità della materia... Ecco l’uno che rimane ovunque sempre uguale a se stesso. Che poi è servito a Giamblico a dare un fondamento matematico all’uno di Plotino. Perché questo Uno è quello che causa tutti i numeri, i numeri sono causa di tutte le cose, quindi l’uno di Plotino è causa di tutte le cose, non per un chissà quale motivo, ma perché l’uno è il numero e il numero è causa di ogni cosa, cosa che non è naturalmente, però lo si può pensare. A pag. 81. ...i principi matematici differiscono in qualche odo dagli altri principi: sono infatti superiori, da un lato agli ultimi enti, mentre questi sono corporei, quelli sono incorporei, e dall’altro lato agli aspetti vitali, perché, mentre questi sono caratterizzati dal movimento, quelli invece sono privi di movimento… Infatti, il primo, l’uno, è assolutamente immobile. …i teoremi delle proporzioni e quelli relativi alle composizioni e alle divisioni di ordine comune, e la teoria matematica contempla ciò che si può considerare in rapporto alla somiglianza e alla dissomiglianza. La matematica è solo questo, somiglianza o dissomiglianza. La matematica non è altro relazioni numeriche poste in relazione con altre relazioni numeriche. La filosofia della matematica è nient’altro che questo: relazioni numeriche messe in relazione con altre relazioni numeriche, che producono altre relazioni ancora. La filosofia dell’aritmetica, per usare i termini di Husserl, è questa. A pag. 85, a proposito dell’unità. E tale unità apparirà, lo ripetiamo, se si apprende con osservazioni corrette ciò che noi diciamo, perché a chi ci ragioni sopra tutti questi aspetti del mondo riveleranno un unico legame naturale. Era il discorso che faceva anche Bruno, tra l’altro. L’anima mundi è questo: un legame naturale tra tutte le cose del mondo. Ecco, qui sembra citare quasi Bruno, che non può citare naturalmente. A pag. 87. Occorre dunque esaminare quale tra le matematiche possiede questo potere e quale matematica spinge l’anima del mondo del divenire verso quello dell’essere. C’è un’anima del mondo che spinge il divenire verso l’essere, cioè spinge i molti verso l’uno. A pag. 89. ...si sentirà già il bisogno di qualcuno che giudichi, e l’anima sarà costretta in questo caso a porsi il problema e a cercare la soluzione muovendo la sua interna riflessione, e a domandarsi quale mai sia l’unità in sé, e così tra le cose che conducono e convertono l’anima alla contemplazione dell’essere ci sarà l’apprendimento dell’unità. Qui c’è Plotino: qualcosa che si sente dentro. Questo uno naturalmente non può che essere sentito, visto che non può essere argomentato. A pag. 93. La natura del continuo e del discreto, nella totalità degli enti, cioè nella struttura dell’intero universo, è concepita in due modi: come natura del discreto, per giustapposizione e per accumulazione; come natura del continuo, per unione e per coesione. In termini appropriati, ciò che è continuo e unificato si può chiamare “grandezza”, ciò che è giustapposto e discreto invece “quantità numerica”. E mentre secondo l’essenza della grandezza, il mondo sarà concepito unico e sarà detto solido e sferico ed esteso e coeso in modo connaturale con se stesso; secondo l’idea e la nozione di quantità numerica invece sarà concepito come la struttura o l’ordinamento o l’armonia del tutto, composta, diciamo, di tanti elementi e tanti generi di sfere celesti... La questione dell’uno e dei molti è l’unica questione che viene sempre trattata, non ce ne sono altre. Qui parla dei i geometri. A pag. 103. ...i geometri, infatti, una volta stabiliti come presupposti il dispari e il pari e le figure e le tre specie di angoli, partono da questi elementi per trattare il resto, e trascurano, come se le conoscessero, le cose reali e non hanno da rendere ragione di ciò né a se stessi né ad altri; dei sensibili, invece, si servono, sì, ma senza indagarli, e costruiscono i loro ragionamenti non già in funzione di questi, bensì del diametro del suo quadrato. Sembra una delle critiche che si fanno ancora oggi alla matematica: parla di enti astratti che non hanno a che fare con nulla. Anche Heisenberg faceva in fondo una critica del genere.

Intervento: Sembra un mondo fantastico.

Sì, esattamente, creano il mondo. Da qui l’idea della magia anche rispetto alla matematica, cioè crea un mondo, i famosi mondi possibili, ex nihilo praticamente, dal nulla. A pag. 111. ...la scienza matematica interviene dopo che si è realizzato quell’apprendimento primario, a cui dà avvio l’insegnante elementare, e che è seguito poi dall’apprendimento di elementi che si scoprono in collegamento con le nozioni fondamentali impartite dall’insegnante. L’anima infatti sulla base di tali nozioni ha reminiscenza delle veraci idee della matematica e propone ragionamenti che appartengono propriamente a tali idee.

Intervento: È il Menone di Platone.

Sì, è platonico, ovviamente. L’idea è che, in fondo, a garanzia di tutto ci siano le idee. Per questo la matematica è sempre stata considerata platonica, perché è sorretta dalle idee. Questo numero di per sé è nulla, se non fosse che c’è il numero lassù che garantisce che sia quello che diciamo che è, visto che di per sé non ha né può avere alcuna garanzia di sorta. A pag. 123. Non è affatto possibile, infatti, che negli enti realmente matematici sussista alcuna quantità numerica o divisione o unificazione o identità o alterità, senza che prima ci sia nella realtà somiglianza e dissomiglianza. Non dobbiamo meravigliarci più, dunque, se questi aspetti si estendono anche al genere “uno” e “più” e “meno” e “tutto”, al contrario è molto più necessario vedere che essi esistono nelle cose secondo la natura propria di ciascuna di esse. Quindi, ci sono le cose che hanno la loro natura e la matematica non fa che riproporre, riprodurre questa cosa che appartiene alla natura. Cosa che non è, perché non c’è nessuna natura nelle cose che garantisca che le cose siano quelle che sono. Però, la matematica in fondo si fonda platonicamente su questo, che esista invece una natura delle cose, che è il fondamento della magia. A pag. 139. A questa potenza della matematica fa da controparte un’altra potenza, l’oristica. La matematica infatti si serve anche di definizioni che essa fa con esattezza. L’oristica è la dottrina delle definizioni. E il modo di combinare tutto l’insieme delle definizioni è il seguente. Dopo che la dieretica (la divisione) matematica, ha distinto il contenuto delle matematiche in genere e specie, allora l’oristica raccoglie in un unico punto le differenze nascenti dalla divisione, e le stringe tutte insieme in un’unica comune definizione. Che è il modo di pensare normale: si prendono vari elementi, si trova l’elemento comune, si sintetizzano e si suppone che questa sintesi corrisponda a qualche cosa. È questo il problema, e cioè che le proposizioni producano le cose di cui le proposizioni parlano: è la parola che si fa carne, nel prologo di Giovanni. A pag. 149. Ad alcune scienze, infatti, è concesso di essere desiderabili per se stesse e non solo per quello che ne può derivare: a queste sole scienze soprattutto è concesso di essere teoretiche, per il fatto che non c’è in esse altro fine se non la pura conoscenza. Ora, sappiamo che la pura conoscenza è improbabile, se non altro perché uno vuole conoscere, ma a che scopo? Però, è questa idea che in parte era ancora di Aristotele, nella prima pagina della Metafisica, quando dice che fa parte dell’uomo. E lì bisognerebbe, poi ognuno interpreta la parola θαῡμα, la meraviglia, il prodigio, il terrore, che mette in moto tutto. ...dopo aver detto che il filosofo ama contemplare la verità, si debba poi credere che il filosofo sia uno che cerchi di ricavare un frutto diverso dalla verità proprio da quei teoremi astrologici, che partecipano della più alta verità; e, dopo avere detto che il filosofo ama contemplare la verità, si creda che egli afferri per altra via tali scienze, che per natura riguardano le cose più comuni e più divine tra quelle che noi possiamo percepire, e che, essendo piene di moltissime e assolutamente meravigliose visioni, possiedono una precisione non fatta di vuoti ragionamenti ma ricavata propriamente e solitamente dalla natura di ciò che è il loro oggetto di studio. È come se volesse assolutamente stabilire che ciò che fa la matematica è qualcosa di fondato, di concreto, di reale. Poi, c’è qui un riferimento a pag. 151 ai pitagorici. Partendo dalle matematiche, i Pitagorici passano anche a molte dimostrazioni di ordine fisico, e spingono la virtù verso il Bello e il Bene, e con esse costruiscono in chiave teologica la parte più importante dell’astronomia. Sicché, per tutte queste ragioni è ragionevole pensare che i Pitagorici compissero meravigliosi studi sulle matematiche. L’idea del bene, del bello, il bene in particolare. Il bene per Plotino, poi per il cristianesimo, è l’uno, è Dio; e l’uno è il primo numero, quello dal quale si dipartono tutti quanti i numeri, perché senza l’uno non ci sarebbero tutti gli altri numeri. Ecco, qui c’è una notazione sui pitagorici che è più che altro una curiosità. Da un lato dunque i Pitagorici si applicavano nella costruzione dei teoremi con questo intendimento, dall’altro lato, una volta che avevano impedito che la relativa scienza divenisse di comune e pubblico dominio, insegnavano segretamente quei teoremi per quello che erano: ed erano molto pochi coloro a cui comunicavano quella conoscenza, e se per avventura qualcosa veniva divulgato, facevano di ciò espiazione come di un sacrilegio; respingevano perciò anche coloro che erano estrani alle loro consuetudini, come se fossero indegni di avere rapporto con loro.

Intervento: Perché la sua conoscenza dava potere; non potevano condividerlo.

Esatto. Lo dice anche Dante: chi più sa più vale. E, quindi, va tenuta religiosamente, gelosamente. Non è che Giamblico dica delle cose particolarmente esaltanti, forse le cose migliori, quelle che a noi possono interessare un po’ di più, sono quelle dell’ultima parte, la teologia aritmetica. Nel secondo libro fa grande sfoggio di conoscenza del testo di Nicomaco sulla filosofia dell’aritmetica, ma non fa altro che dire come alcune relazioni numeriche si trasformino in altre relazioni numeriche, che poi diano vita ad altre relazioni numeriche. A pag. 213. Talete definì il quanto, cioè il numero, “sistema di unità” (secondo la dottrina degli Egizi, presso i quali egli anche studiò), mentre definì il numerabile “uno” in senso proprio; non cadranno dunque entro confini né l’unità né l’uno. Pitagora invece lo definì come “estensione e attuazione dei principi seminali immanenti nell’unità”... Già in Pitagora c’è l’idea che nell’uno ci sia tutto e che dall’uno parta ogni cosa. ...o, con altra espressione. “il principio numerico che sussiste, prima di tutti i numeri, nell’intelletto divino e ad opera del quale e dal quale vengono ordinate e mantenute e mantengono il loro ordine indissolubile le cose numerate”. Questa è la funzione dell’uno. A pag. 215. Filolao, dal canto suo, dice che “il numero è il connettivo più potente e autogenerantesi che rende eternamente stabili le cose del mondo. È il numero che le rende stabili. Come fa? Perché, quando io numero qualche cosa, stabilisco, stabilizzo che è così. Solo che il fraintendimento è sorto dal fatto che, siccome i numeri producono delle relazioni, che non si vedono inizialmente, ma a un certo punto appaiono per magia. Quando Einstein ha avuto la pensata che dentro la materia ci sia una quantità enorme di energia, questa cosa, lui, certo, l’ha pensata, ma era già implicita in infinite altre cose dette prima di lui. Addirittura in Aristotele, quando parla della potenza, questa potenza è una potenza infinita, che non si arresta davanti a niente, e che poi si configura di volta in volta come forma, ma la dynamis è inarrestabile, c’è tutto, è tutto dentro lì. Quindi, il passaggio a dire che nella materia c’è una energia inimmaginabile è quasi automatico. Certo, occorreva pensarci, ovviamente, però c’era già. L’1 è la più piccola parte del quanto, ovvero la primaria e comune parte del quanto, ovvero il principio del quanto: secondo la definizione di Timarida è “quantità limitante”, poiché di ciascuna cosa e l’inizio e la fine sono chiamati “limite”, ma ci sono cose in cui anche la parte centrale è chiamata limite, come ad esempio nel cerchio e nella sfera. I matematici più recenti invece dicono che “unità è ciò secondo cui ciascun ente è detto uno”; mancava però a questa definizione “sebbene sia un insieme di parti”. Perché loro si accorgevano che l’uno è comunque un insieme di parti. Ma già da Aristotele, in fondo: l’universale è un insieme di particolari. Una definizione piuttosto confusa danno i seguaci di Crisippo quando dicono che “l’1 è unità/ molteplicità”: tra unità e molteplicità infatti c’è solo contrapposizione. Ecco, lui si affretta a dire che tra unità e molteplicità, infatti, cioè è proprio così, c’è solo contrapposizione, dice subito Giamblico, a scanso di ogni equivoco. Alcuni Pitagorici la definiscono dicendo “l’unità è frontiera tra numero e parti”: da essa infatti, come da seme o eterna radice, si vanno moltiplicando, in relazione inversa l’uno rispetto all’altro, i rapporti numerici, da un lato quelli che in una divisione all’infinito diminuiscono il rapporto... A pag. 217. Parla del pari e del dispari. Si inventa anche tutta una serie di parole incredibili. “Eteromeche” era il nome che gli Scolastici davano al numero pari, per un accidente del suo significato, in quanto nelle parti in cui si divide differisce di una sola lunghezza; viceversa, chiamano “anfimeche”... Comincia a fare tutta una serie di cose infinite intorno alle relazioni, per scoprire che in fondo la matematica non è che relazioni che si relazionano con altre relazioni. A pag. 241. Numero perfetto è considerato quello che è intermedio tra i due e che non ha quindi la somma delle sue parti né maggiore di sé come quella del ridondante, né minore come quella del deficiente... Fa una serie infinita di catalogazioni che non hanno effettivamente alcun interesse. A pag. 255. L’uguaglianza avrà altresì funzioni di principio rispetto alla disuguaglianza... Anche qui l’uguale è superiore al disuguale. Verrebbe da chiedere: perché? L’uguale presuppone il disuguale e il disuguale presuppone l’uguale, sennò come parliamo di disuguaglianza?

Intervento: L’uguale può essere uguale a se stesso, la dissomiglianza no.

Sì, sta lì la questione. ...così come accade anche in geometria, dove l’angolo retto è principio dell’angolo ottuso e dell’angolo acuto, e negli intervalli musicali... Infatti queste cose procedono all’infinito attingendo da qualcosa di determinato e delimitato in rapporto di uguaglianza e allontanandosi da questo rapporto secondo la maggiore o minore disuguaglianza. Anche qui c’è una reminiscenza plotiniana: il bene non è altro che ciò che è più vicino all’Uno; mano a mano che ci si allontana, ecco la disuguaglianza dall’uno, ecco il male, fino ad arrivare alla materia. A pag. 271. ...poiché qualsiasi numero, in quanto nasce dall’unità, o come numero in se stesso o come composto dalla somma di quelli che o precedono, si risolve in unità e si estende in linea retta, sarà chiamato perciò rettilineo, perché procede non in larghezza ma solo in lunghezza. Poiché qualsiasi numero in quanto nasce dall’unità. Ora, se ci avessero pensato, se avessero letto meglio Aristotele, ma non potevano farlo, e letto in modo un po’ più critico Plotino, avrebbero potuto considerare che, se qualcosa può procedere, non può procedere dall’uno, se è identico a sé, ma soltanto se l’uno è altro da sé, cioè se l’uno è anche il due simultaneamente: solo così può prodursi qualche cosa. Qualsiasi numero dall’unità. Dall’unità non può nascere niente, se si considera l’unità come l’assoluto, come la sta considerando lui, cioè come qualcosa di assolutamente semplice e irrelato come l’uno. Dall’uno non può nascere niente e, infatti, Plotino cosa fa? La processione. Parla poi dello gnomone, che è una parola antica, che usavano per indicare quel procedimento per cui si aumenta la dimensione di una figura, ma la figura rimane esattamente della stessa forma. Lui fa l’esempio di un triangolo. Se io lo raddoppio, il triangolo rimane uguale come rapporto; è il doppio, ma la figura rimane uguale. A pag. 291. Ebbene, anche dallo stesso nome “diversità” è possibile conoscere direttamente la “contrarietà”. Sono la stessa cosa. Qui la cosa ha un certo risvolto anche sociale: chi è diverso è contrario. È questo che dice: dalla diversità è possibile conoscere direttamente la contrarietà. ...sono la stessa cosa, infatti, diversi e contrari, mentre identità e unità si manifestano nella natura del numero uno, come pure dicevamo che questo è chiamato unità, perché stabilità e immobilità hanno il principio dell’unità. Sembra una lezione di filosofia politica: ciò che è stabile è ciò che è degno di essere mantenuto, ciò che è diverso è ciò che è contrario e deve essere eliminato. È filosofia politica, un po’ spiccia, però efficace. A pag. 297. È chiaro dunque che tutte le cose del mondo sono costituite e nascono da forma e materia... Non è che nascono da forma e materia, sono forma e materia. Se sono un qualche cosa, sono già forma e materia, non è che nascono; dire che nascono presuppone che ci sia un qualche cosa, l’uno, per Giamblico naturalmente, da cui tutto procede, ciò che poi è diventato Dio. ...così come tutte le proprietà dei numeri sono composte e nascono da 1 e 2. Questi due numeri, infatti, costituiscono in primo luogo il principio che dà forma alle due lunghezze del numero, intendo dire il pari e il dispari; in secondo luogo l’uno è il principio dei quadrati e l’altro degli eteromechi... Ha inventata una sfilza di nomi nuovi inverosimili. A pag. 301. Solo il 2 fra tutti i numeri, come si è appreso in precedenza, ha un risultato per mescolanza uguale a quello per somma, mentre i numeri posteriori a 2 danno un prodotto maggiore della somma. E qui compare l’idea della magia dei numeri. ...e viceversa il numero 1 che precede il 2 dà un prodotto minore della somma; perciò i Pitagorici chiamavano il 2, in ragione di questa proprietà, “uguale” e “giusto”, e da questo fatto si riconosce la sua natura di seme o principio: come infatti l’1 contiene allo stato principale e seminale i rapporti numerici, così anche il 2 conterrà esso solo allo stato confuso e indistinto le proprietà della mescolanza e della giustapposizione, cosa che non accadrà all’1 ma sarà proprietà del 2. Sappiamo che l’uno è identico a sé, immobile, assoluto, ecc.; è il due che fa intervenire il molteplice, i molti, cioè il male. Perché è diverso.

Intervento: È curioso perché ci si riusano i numeri, poi scoprono delle cose che chiamano proprietà dei numeri, come per esempio che la moltiplicazione è uguale a quello somma, ecc. Queste cose sono intervenute a posteriori, ovviamente, e vengono scoperte con quella meraviglia come se si fosse di fronte a una sorta di miracolo.

Tutte cose dentro i numeri che l’intelletto è riuscito a carpire. È ancora presente oggi, ancora con Galilei, ma ancora oggi nella scienza comune si ritiene che la scienza, quindi la matematica, abbia la capacità di tirare fuori dalla natura i suoi segreti. È quasi un luogo comune che la scienza faccia questo. Passiamo direttamente alla teologia dell’aritmetica, dove c’è qualche cosa che potremmo utilizzare. Intorno al numero uno. L’uno è il principio del numero dice e non ha posizione: è detto 1 per la sua stabilità; e infatti l’1 mantiene la stessa forma ad ogni numero con cui si combina, come ad esempio 3x1 = 3, 4x1 = 4: ecco infatti che l’1, una volta che si è associato a questi numeri, ne ha mantenuto la stessa forma e non ha prodotto un numero diverso. Magia! Questo è Dio naturalmente, non può essere che lui a fare una cosa del genere. Tutte le cose infatti sono state ordinate dall’1 perché le contiene tutte in potenza: esso infatti anche se mai in atto... Non può essere in atto. Ma se non è mai in atto come fa a produrre altre cose? Non è chiaro questo punto. Dice che non è mai in atto, ma se non è in atto dovremmo presupporre che sia in potenza, ma è una potenza che non è mai in atto. E allora come produce il 2, per esempio? ...esso, infatti, anche se mai in atto, almeno in germe possiede tutti i rapporti di tutti i numeri, compresi quelli del 2, in quanto l’1 è pari e dispari, ed è linea e piano solido, cioè cubico e sferico... Cioè, l’1 è tutto praticamente. A pag. 397. Ogni composizione di una quantità numerica od ogni parte di una suddivisione è formata dall’1. Sta cercando in tutti i modi di stabilire una teoria, una filosofia della matematica a supporto del pensiero di Plotino. ….infatti, una è la decina e uno il migliaio… /.../ In ciascuna di queste parti, l’1 è identico nella forma, diverso di volta in volta nella grandezza, perché genera da sé se stesso, oltre che generare queste parti, come se fosse il principio razionale del mondo e insieme la natura degli enti. Però, prima ha detto che non è mai in atto, è sempre soltanto in potenza. Ma se non è in atto come fa con queste cose? È il problema di Plotino: l’uno contiene tutto, quindi l’intelletto e l’anima. Ma com’è che a un certo punto si producono l’intelletto e l’anima? Per processione. ...perché mantiene in essere ogni cosa e non permette che venga meno ciò con cui si congiunge. Ed è tra tutti i numeri l’unico che somiglia alla provvidenza che conserva l’universo, ed è, fra tutti i numeri, anche il più idoneo a mostrare dio come principio razionale, e soprattutto a unirsi intimamente a lui, a cui è, quindi, il più vicino. Qui c’è Plotino. Come ho detto prima, è il tentativo di dare alla teoria di Plotino un fondamento che, se è matematico, lui presuppone sia vero, sia necessario.