19 agosto 2026
A. Koyré Letture cartesiane
Vi siete mai posti la domanda: la retorica è cambiata con il cristianesimo oppure no? È cambiato tutto, in effetti; perché la retorica non avrebbe dovuto? La retorica fino a un certo punto è stata come caratterizzata da una figura che la retorica chiama ipotiposi, cioè la creazione di qualche cosa con le parole: alcuni scrittori scrivono talmente bene che le cose che scrivono sembra di averle lì davanti agli occhi. Quella è una figura retorica nota come ipotiposi, letteralmente uno schizzo. Ora, ancora Platone, in fondo, accusa i sofisti di fare questo, e cioè di creare, di fare apparire ciò che in realtà non è, di far apparire vero ciò che è falso. È l’ipotiposi che fa questo: creare un qualche cosa dal nulla. In fondo, ogni prova ontologica dell’esistenza di Dio è un’ipotiposi. Ma con Plotino le cose, mi era parso, sono cambiate. La figura non è stata più quella dell’ipotiposi, o non più soltanto quella, non più prioritariamente, ma un’altra figura, su cui la retorica faceva leva, e cioè la sottomissione. Ora, non esiste una figura retorica che descriva la sottomissione, non c’è, il che è anche curioso, perché non è considerata una figura retorica. Eppure, mentre prima di Plotino la retorica puntava a far apparire qualcosa che in realtà non era, dopo Plotino la retorica ha incominciato a lavorare sulla sottomissione. Nei confronti di chi? Beh, nei confronti di qualcuno che è al di sopra di tutti, un dio. Ecco l’invenzione, potremmo dire così, della verità epistemica, dell’assoluto. Retorica, sottomissione, erotismo, da lì il pensiero poi è andato alla paideia greca, alla formazione. La paideia greca, la formazione, comportava l’erotismo, un erotismo non, come dire, sottotraccia, ma un erotismo praticato. Occorrerà andarsi a rileggersi per l’ennesima volta il Convivio di Platone. Agatone e Alcibiade litigavano tra loro per contendersi i favori sessuali di Socrate, favori apertamente, dichiaratamente sessuali. Infatti, Agatone si lamenta a un certo punto del fatto di avere passato tutta la notte a fianco di Socrate e che Socrate non ha fatto nulla, si lamenta di questo, come dire che non gli voleva bene, ecc. La paideia greca era fatta di questo e sappiamo anche perché, perché la bellezza comportava l’idea del bello e l’idea del bello avvicinava agli dèi, al divino. Ora, invece, la paideia cristiana, o comunque da Plotino in poi, cambia completamente registro, viene capovolta, nel senso che la sensualità, cioè i sensi, sono quelli che allontanano dall’Uno. Uno, Intelletto e Anima e poi materia. Quindi, essere attratti dai sensi significa allontanarsi da Dio, che è esattamente il contrario della paideia greca. E la retorica ha seguito questa corrente. Nel primo caso, la paideia greca, la retorica si è “limitata” a creare una verità inesistente. In fondo, l’accusa di Platone ai sofisti era questa: mostrate cose che non sono. Dopo, da Plotino in poi, la sottomissione diventa l’elemento portante della retorica, già presente in nuce, potremmo dire, in Paolo. In nuce, però, non era ancora esplicito, lo sarà con Plotino, perché è con lui che sorge l’idea della verità epistemica, cioè dell’assoluto, del divino, dell’Uno, al quale tutti devono sottomettersi. Questo era già presente in Paolo: un qualche cosa a cui tutti dovranno sottomettersi; tu conosci la verità, quindi tu sei autorizzato a intervenire sugli altri e mostrare agli altri, dal tuo sapere infinito, qual è la retta via. Cosa che nel greco antico non esisteva, non parliamo poi dei sofisti. Quindi, la cosa interessante è che questa retorica fondata sulla sottomissione e, quindi, sul capovolgimento dell’erotismo, che da via che conduce agli dèi diventa la via che conduce agli inferi, dicevo, la retorica, puntando alla sottomissione, ha costruito il modo di pensare del discorso occidentale. Da quel momento in poi tutti si sono sottomessi prima a Dio, poi alla natura, poi alla ragione, poi alla verità della scienza. Ma la sottomissione è rimasta e non è più andata via, perché la sottomissione è un’arma straordinariamente potente. Prendete, facciamo un esempio, una figura retorica contemporanea, i diritti umani. I diritti umani sono una figura retorica e sono usati come arma retorica. I diritti umani impongono una sottomissione a tali diritti, di fronte ai diritti umani tutti devono sottomettersi perché sono diventati appunto quella figura retorica che in qualche modo ricalca l’Uno, il bene assoluto. Sono tutte figure che traggono la loro forza dall’idea di bene assoluto, cioè dall’Uno. A che cosa ci si sottomette? Al bene assoluto. Pensate all’etica di Aristotele a fronte dell’etica di Platone, che già andava in quella direzione che poi ha preso Plotino. L’etica aristotelica, certo, punta alla felicità, ma la felicità che cos’è? È l’ἡδονή, il soddisfacimento, che ha a che fare intanto con le emozioni, con le passioni, ma soprattutto con il compimento di qualche cosa, con il raggiungimento di qualche cosa. Questo si intende soltanto se si intende bene la questione, posta già nella Metafisica, poi ripresa nell’Organon, della δύναμις e dell’ἐνέργεια, due momenti che si co-appartengono. La loro co-appartenenza Aristotele l’ha chiamata entelechia, e questi due momenti sono quelli che danno la felicità, la soddisfazione, cioè la soddisfazione sta nel trovarsi di fronte a qualche cosa che è continuamente altro da sé. Per Platone, invece, l’etica è tutt’altra cosa, l’etica è trovarsi a subire, quindi a sottomettersi all’idea che sta lassù, quindi inaccessibile, intoccabile, ecc. e quindi sottomettersi all’idea, perché è l’idea ciò da cui sorge tutto. È chiaro che poi Plotino ha fatto di questa idea l’Uno, un qualche cosa di fronte alla quale tutti devono sottomettersi. Quindi, c’è stato effettivamente un cambiamento radicale anche nella retorica. La figura retorica dell’ipotiposi non è che scompare del tutto, però cessa di essere prioritaria nella retorica cristiana, comunque plotiniana, perché la figura retorica prioritaria, dominante, diventa la sottomissione. La sottomissione a che cosa? Alla verità epistemica. Oggi noi possiamo dire con buona, valida argomentazione che la verità epistemica non esiste, non è mai esistita, perché non può letteralmente esistere. La verità epistemica sarebbe l’identità a sé di qualche cosa, ma per essere identico a sé deve aver eliminato i molti; quindi, la verità epistemica esiste nella misura in cui i molti vengono eliminati dall’uno, ma questo non può essere perché l’uno è fatto dei molti, come sappiamo, e tolti i molti scompare anche l’uno. Quindi, sappiamo che la verità epistemica, cioè l’assoluto, quella cosa su cui si è costruito tutto il discorso occidentale, non solo non c’è, non esiste, ma non può esistere in nessun modo, è impossibile, non può letteralmente.
Intervento: È stato perfettamente funzionale.
Certo, è funzionale, così come l’Uno di Plotino è stato funzionale, o il Dio dei cristiani. Un qualche cosa a cui è necessario sottomettersi e che non può essere conosciuto, cioè non può essere argomentato, perché se può essere argomentato immediatamente si costruisce una contro-argomentazione. Se non può essere argomentato o non deve essere argomentato - se uno lo argomenta, ecco il peccato di superbia -, allora abbiamo messo al riparo e al sicuro questa cosa alla quale tutti devono sottomettersi. E questa è un’invenzione di Plotino, sulla scorta di Platone, certo, ma a porla proprio così, in questi termini precisi, è stato Plotino. E, quindi, la retorica ha preso questa direzione, non si persuade più attraverso l’ipotiposi, comunque non soltanto, ma si persuade attraverso la necessità della sottomissione: tu devi sottomettersi perché c’è un qualche cosa che trascende, che è al di sopra di te, di tutti quanti, alla quale cosa bisogna sottomettersi perché nessuno ha tanto potere. Ovviamente, questa cosa deve rimanere trascendente.
Intervento: Questa idea anche della fratellanza, che per esempio c’è nella religione cristiana, viene da questa idea che esista un padre che sta al di là. E anche la questione dei diritti umani, ecc., è conseguenza anche di questo perché, essendo fratelli, siamo tutti uguali di fronte a Dio.
Intervento: Mi veniva anche una questione posta da Nietzsche, e cioè la differenza tra l’apollineo e il dionisiaco, come se i greci fossero ancora dionisiaci, ponendo, per esempio, come primato la bellezza; mentre l’apollineo riguarda già più la razionalità.
Anche nell’apollineo c’è la bellezza, una bellezza però statica, contemplativa, mentre nel dionisiaco non c’è la contemplazione, c’è l’aberrazione, proprio letteralmente, l’andare altrove, il vagare, il divagare. Io mi ero soffermato sull’aspetto dell’erotismo, per questo prima avevo parlato del Simposio, perché lì si vede bene il cambiamento, la svolta radicale della paideia. Nella paideia interviene un cambiamento radicale, cioè nella formazione, e la formazione avviene attraverso la retorica, c’è poco da fare. Ogni insegnamento, ogni discorso, ogni racconto, ogni storia che appare è retorica, cioè ha il fine di persuadere qualcuno di qualcosa. Ma si vede ancora qui in Cartesio, lo dice chiaramente Koyrè, c’è l’idea di una verità, lui lo dice “io voglio sapere la verità”, quindi presuppone che ce ne sia una, che ci sia una verità epistemica. Tutto il discorso di Cartesio, Koyré lo coglie bene, è fondato su questo, “io voglio conoscere la verità”, per questo devo sbarazzarmi di tutte le idee, come dice lui, che non sono chiare e distinte. Cosa siano chiare e distinte non si sa, e in base a che cosa lo decida si sa ancora meno. In effetti, sul cartesianesimo si è costruito parecchio, l’idea che sia possibile in fondo matematizzare buona parte del pensiero, buona parte anche della scienza, dopo tutto.
Intervento: Potremmo dire quindi che ha iniziato la filosofia analitica.
Sì. Il circolo di Vienna. Il circolo di Vienna negli anni ‘40, subito dopo la guerra, nel 1948 si era spostato da Vienna a Londra perché a Vienna c’erano dei problemi obiettivi: raccontano di una disputa, di un diverbio tra Wittgenstein e Popper, che era stato invitato: una disputa violentissima, tanto che sembra, dicono, non si sa con certezza, che a un certo punto Wittgenstein abbia minacciato Popper brandendo un attizzatoio. Il circolo di Vienna, la filosofia analitica nasce lì in fondo, da questa idea che sia possibile conoscere il pensiero attraverso una sua formalizzazione, attraverso una sua matematizzazione. Poi, il problema di Gödel ha sì creato qualche problema, ma neanche poi tanto. Perché? Perché retoricamente funzionava questa cosa, funzionava questa idea di potere trasformare qualunque cosa in un calcolo. Ma a che scopo trasformarli in un calcolo se non per sapere se è vero? Quindi, siamo sempre lì, dalla pre-supposizione che ci sia la verità di riferimento. Voi togliete questa verità di riferimento e crolla tutto. Ora, se noi sappiamo, e a questo punto non possiamo non sapere, che la verità epistemica, cioè quella verità che si presuppone identica a sé, che necessariamente deve essere quella, non può essere in alcun modo, perché se fosse così non sarebbe, è chiaro che a questo punto siamo in un certo senso costretti a leggere tutte queste cose in un altro modo. È per questo che lo stesso Newton nel suo scritto sull’Apocalisse di Giovanni, che di per sé, con tutte le sue storie, non ha nessun interesse, ma ha interesse in quanto mostra che il metodo che lui ha utilizzato per dimostrare la scientificità delle profezie contenute nella Bibbia è lo stesso che viene utilizzato nella scienza, che lui stesso ha utilizzato. Infatti, sarà interessante leggere lo scritto, sempre di Koyré, su Newton. È stata l’ambizione di Newton, in fondo. Le profezie contenute nella Bibbia hanno fondamento scientifico e lo posso provare. Come? C’è un solo modo: dare a dei termini che intervengono un significato unico, non c’è un’altra via. Naturalmente, devo sostenere questa cosa, e come la sostengo? Attraverso altri racconti biblici, altri padri della Chiesa, altre cose del genere, per cui alla fine è così e basta: questa cosa vuole dire questo e nient’altro che questo. Qui cita Cartesio. A pag. 52. ...poiché nutrivo sempre un grandissimo desiderio di apprendere a distinguere il vero dal falso per vedere chiaramente nelle mie azioni e procedere con sicurezza in questa vita. Questo era l’intendimento di Cartesio: potere distinguere con certezza il vero dal falso. Qui viene introdotta surrettiziamente l’idea di una verità epistemica esistente, necessariamente esistente; d’altra parte lui era credente. Ma questa verità c’è e c’è sempre stata, dopo Plotino c’è sempre stata, prima non c’era. A pag. 54, dice Koyré. Sarebbe stato senza dubbio molto bello se avessimo potuto, sin dalla nascita, essere in possesso della nostra ragione, dell’intera nostra ragione; non la ragione che possediamo oggi, in età matura, che è piena di errori, pregiudizi e prevenzioni, ma quella che avremmo posseduto allora, la nostra ragione interamente pura, perfetta, la nostra ragione essenziale, tale e quale l’avrebbe avuto un uomo che, come Adamo, sarebbe stato creato adulto con una ragione sortita direttamente dalle mani della natura o di Dio. In questo caso, non la lasceremmo senza dubbio cadere in errore e nessun pregiudizio verrebbe a offuscare il lume naturale del nostro spirito. Questo era il problema di Cartesio, le idee chiare e distinte, cioè togliere tutte quelle cose che offuscano il pensiero. Quest’idea non è nuova. Proviene del Cicerone, il quale probabilmente la prese in prestito a qualcun altro. Ma tra tutti coloro che l’hanno espressa, nessuno, nemmeno Bacone, che l’aveva appena riproposta, l’aveva mai presa sul serio. Voglio dire che nessuno ha fatto di questa reminiscenza platonica un programma di azione. Nessuno, eccetto Cartesio, che nel modo più serio possibile, ripropone di rendere al nostro ingegno la sua purezza e perfezione originarie (e in questo modo portare la natura umana al suo più alto grado di perfezione). E per far ciò, per ripulirlo e sgombrarlo dalle scorie che lo ingombrano, “mi è sembrato, ci dice, di non poter far cosa migliore che cominciare a levare tutte le opinioni che fino ad allora avevo ricevuto, per sostituirle con altre migliori o anche con le stesse una volta portate al livello della ragione”. Rivoluzione intellettuale, o meglio rivoluzione spirituale, che sottintende e porta con sé la rivoluzione scientifica e che, con un radicalismo e un’audacia inauditi, proclama il valore, la potenza, l’autocrazia assoluta della ragione. Ecco, a questo punto, con Cartesio, la ragione è diventata dominante su tutto. Tutto il resto che segue è una conseguenza. Riformare o piuttosto creare interamente una logica, una fisica e una metafisica - tutto un mondo - ciò è sufficiente per quest’uomo così modesto. A pag. 57. Non si trova infatti di fronte a opinioni incerte, dubbie e anche false? È possibile che a volte abbia torto; che tra le cose di cui dubita ce ne siano alcune che siano vere. Ma come potrebbe e come potremmo saperlo? Bisognerebbe poterle giudicare, cioè discernere il vero dal falso. E come potremmo farlo, farlo con la certezza di non sbagliarci, finché si conserva nello spirito un’idea o un’opinione qualsiasi che, non essendo ancora verificata, potrebbe ben essere falsa e corrompere quindi il giudizio? Che è la questione che poniamo da sempre: come posso stabilire con certezza il vero o il falso se non ho un criterio di verificazione? E questo criterio da dove mi arriva? Chi lo stabilisce? A pag. 58. E come faremo? È molto semplice: dubitiamo delle idee nelle quali possiamo discernere qualcosa di confuso e oscuro. Per contro le idee di cui potremo dubitare conterranno sicuramente qualcosa di confuso e oscuro. Allora metteremo alla prova le nostre idee per mezzo del dubbio. E proprio il dubbio sarà la nostra pietra di paragone: qualsiasi idea sulla quale questo acido dissolvente avrà presa, si rivelerà quindi un’idea falsa o perlomeno di natura o titolo interiore. Mela marcia. Dunque la getto fuori o conservo solo quelle che “si presentano al mio spirito così chiaramente e distintamente da non avere nessun motivo di metterle in dubbio”. Sta parlando uno che sostiene l’esistenza di Dio e che, anzi, pensa di avere dato la prova dell’esistenza di Dio. A pag. 59. Per quanto riguarda quelle chiare, quelle vere, esse sono innanzitutto le idee matematiche. E la ragione è ugualmente la ragione matematica. Poiché solamente nelle matematiche la mente umana è giunta all’evidenza e alla certezza ed è riuscita a costruire una scienza, una vera disciplina in cui progredisce con ordine e chiarezza dalle cose più semplici alle costruzioni più complicate. Quindi il metodo cartesiano, questo metodo che Cartesio ci dice di aver creato prendendo il meglio delle “tre arti o scienze che egli da giovane aveva un po’ studiato”: la Logica, l’Analisi dei geometri, l’Algebra, si fonderà essenzialmente sulla matematica. L’operazione che fa Cartesio è esattamente l’opposto di quella che fa per esempio Aristotele. Aristotele muove dalla doxa per cercare dei principi primi, cioè per arrivare a qualcosa di metafisico. Cartesio parte dalla metafisica, dall’idea che queste idee siano già presenti, cioè che sia possibile avere idee chiare e distinte, perché immagina che la matematica le abbia. E, quindi, costruisce una metafisica sulla quale poi impianta tutto quanto. A pag. 60. Questa essenza, questo spirito del ragionamento matematico - molto diverso dal ragionamento puramente sillogistico o logico - consiste nel fatto che i matematici, quali che siano gli oggetti particolari del loro studio, un’equazione algebrica piuttosto che una costruzione geometrica, cercano di stabilire tra esse delle relazioni o proporzioni precise, e di collegarle per mezzo di serie di rapporti ordinati. Invenzione di rapporti, e di un ordine fra i rapporti, ecco l’essenza del pensiero matematico, di questo pensiero per il quale “ragione” non vuol dire altro che proporzione o rapporto… Cioè, analogia. A pag. 63. Una scienza puramente razionale è assolutamente chiara alla mente, poiché in essa la mente non studia nient’altro che le proprie azioni, le proprie operazioni, le proprie ragioni. Dunque, le cose che la mente ha in sé sono le uniche, chiare e distinte. Quindi, se è così, se tutta la perfezione e la fecondità della matematica derivano dal fatto che la mente stabilisce e combina dei rapporti e un ordine fra degli elementi - numeri o linee, poco importa - è chiaro - per Cartesio lo è - che in essa vi è il modello e l’essenza dell’intera scienza umana, che è una come la mente è una, poiché la scienza non è nient’altro che la mente umana diversamente applicata agli oggetti. A pag. 64. Ed è così - cominciando dalle idee della mente e non dalla percezione delle cose... Come dicevo prima, è il contrario di quello che fa Aristotele. …seguendo l’ordine di composizione immanente alla mente e alle sue idee - che ritroveremo il vero ordine della scienza, quest’ordine che ora è nascosto e mascherato e che potremo vedere fiorire l’albero del sapere... /.../ I semi delle scienze sono in noi: ciò significa che la nostra ragione non è vuota, non è tabula rasa, che deve ricevere tutto dall’esterno, come credono Aristotele e la scolastica, per mezzo dell’immaginazione e dei sensi, al contrario, abbiamo in noi stessi ciò con cui costruire la scienza, portiamo in noi stessi i principi del sapere, e il nostro pensiero, ritornato su se stesso, potrà quindi, sicuro di se stesso, svolgere senza uscire da se stesso queste lunghe catene di ragionamenti di cui parla il Discorso. Quindi, vedete, lui inventa una metafisica da cui si parte, cioè stabilisce che la scienza, che il pensiero, i germi del pensiero sono già lì, quindi la scienza è già nel pensiero, quindi c’è già tutto, e si tratta soltanto di scoprire mano a mano. Questi “semi delle scienze” o, come li chiamerà più tardi Cartesio, ritrovando così la profonda concezione di Platone, “idee innate”, “verità eterne”, “nature vere e immutabili”, essenze puramente intellegibili e totalmente indipendenti dall’apporto della percezione sensibile... Cioè, indipendenti del linguaggio. A pag. 65. ...Cartesio si accorse ben presto di quanto non fosse un’impresa insignificante quella di distruggere in sé tutte le idee ereditate dalla tradizione e che era molto più facile bruciare una casa o persino radere al suolo una città. /.../ Ecco una domanda ben lungi dall’essere semplice. Anzi, è fra tutte la più difficile; Cartesio, un bel giorno, lo ammetterà: se è sicurissimo che le nostre idee chiare sono tutte vere, è altrettanto sicuro che è molto difficile sapere quali siano, esattamente, queste idee. È una questione legittima. Ecco, qui di nuovo ci dà una buona indicazione. A pag. 66. ...le nozioni di movimento, di estensione, di durata, e soprattutto la nozione di infinito che sta ponendo i fondamenti di una nuova scienza, scienza che parte dall’idea e non dalla cosa, e che segue l’ordine dei ragionamenti e non quello degli argomenti... Cioè, viene imposta una ipostasi, e questa ipostasi è posta fuori dal linguaggio. Ecco, qui un’altra questione interessante. A pag. 67. ...all’antica logica deduttiva di Aristotele, logica di classificazione e di concetto, logica del finito, ha appena opposto, nelle sue Regulae ad directionem ingenii, una nuova logica intuitiva, logica della relazione e del giudizio, fondata sul primato intellettuale dell’infinito. Fondarsi sull’infinito è come fondarsi sull’ineffabile, perché come manipola l’infinito, come lo tratta? Senza contare tutti i problemi connessi con l’infinito, cioè nel momento in cui incomincio a pensarlo già lo pongo come finito. A pag. 69. ...la fisica di Cartesio distrugge completamente questo mondo, questo Cosmo... Sarebbe quello tolemaico. Con che cosa lo sostituisce? A dire il vero con quasi niente. Niente altro che spazio e movimento. Uno spazio infinito dove non c’è posto né ordine né struttura gerarchica né bellezza. Uno spazio pieno di niente, dove ci sono dei movimenti, dei movimenti senza capo né coda, dei movimenti senza meta né fine. Non ci sono più luoghi propri per le cose: tutti i luoghi infatti si equivalgono perfettamente, tutte le cose d’altronde si equivalgono ugualmente. Ogni cosa non è altro che materia e movimento. E la terra non è più al centro del mondo. Non vi è centro, non vi è “mondo”. L’universo non è ordinato per l’uomo: non è “ordinato” del tutto. Non è a misura umana, è a misura dello spirito. Che fin qui andava tutto bene, poi aggiunge è a misura dello spirito.
Intervento: Cioè, è Dio che l’ha ordinato in qualche modo.
Esatto. È il vero mondo, non quello che ci mostrano i nostri sensi infedeli e ingannevoli. è ciò che la ragione pura e chiara, che non può sbagliare, ritrova in se stessa. A pag. 76. ...Cartesio ha bisogno di una fisica, di una conoscenza del mondo per poter agire e orientarsi nella vita, per dare all’uomo il potere di ordinare e determinare liberamente la sua esistenza, ed è per poter creare una fisica che egli crea una metafisica e si rivolge a Dio. Perché senza una metafisica la fisica non sta in piedi. A pag. 78. Pensiamoci: Cartesio ci insegna che per ben conoscere il reale, il reale fisico così come è in se stesso e così come è al di fuori di noi, dobbiamo innanzitutto rifiutare qualsiasi apporto che ci venga o ci sembri venire dall’esterno; cioè qualsiasi apporto che ci venga dalla percezione sensibile, che ci potrebbe unicamente indurre in errore; dobbiamo fare tabula rasa del nostro mondo abituale - il senso comune, ecco il nemico! -... La doxa. ...ed escludere dal reale tutto ciò che comunemente ci sembra farne parte. Per conoscere il reale dobbiamo cominciare col chiudere gli occhi, tapparci le orecchie, rinunciare al tatto; dobbiamo rivolgerci verso noi stessi e cercare nel nostro intelletto delle idee che siano chiare per esso. In questo modo possiamo trovare i fondamenti della scienza naturale e scoprire il linguaggio della natura. In questo modo è possibile scoprire tutto quanto. Queste idee sono chiare per il pensiero, ma per lui era chiaro anche il pensiero di Dio. In base a che cosa stabilisco che queste idee sono chiare? A pag. 80. Una scienza di tipo aristotelico, che parte dal senso comune e si basa sulla percezione sensibile, non ha bisogno di appoggiarsi a una metafisica. Essa vi conduce, non parte da questa. Una scienza di tipo cartesiano, che postula il valore reale del matematismo, che costruisce una fisica geometrica, non può fare a meno di una metafisica. E anzi non può fare altro che cominciare da essa. Cartesio lo sapeva. Come lo sapeva anche Platone che, per primo, aveva abbozzato una scienza di questo tipo. L’abbiamo dimenticato. La nostra scienza va avanti senza occuparsi molto dei suoi fondamenti. Il suo successo le basta. Fino al giorno in cui una “crisi” - una crisi dei principi - le rivela che le manca qualche cosa, cioè capire ciò che fa. /.../ La metafisica è la scienza di ciò che è. E anche della nostra conoscenza di ciò che è. Per poterla costruire, e per fondare quindi la fisica, come scienza del reale, dobbiamo scoprire un punto, almeno uno, un punto dove il nostro sapere, il nostro giudizio, coincida con il reale. Solo a questa condizione, cioè a questa condizione metafisica, è possibile costruire la scienza, Koyré lo dice molto chiaramente.
Intervento: Bisogna presupporre una verità e il lavoro non è altro che una ricerca intorno…
Sì, intorno a questa verità che il nostro pensiero, la nostra ragione ci mostra, perché la nostra ragione ce la mostra chiara e distinta. A questo punto, attraverso questa, possiamo incominciare a dedurre tutto il resto. A pag. 81. E solo perché noi siamo liberi che possiamo, liberandoci dall’errore, raggiungere liberamente la chiarezza suprema dello spirito interamente reso a se stesso. Ed è esattamente a ci che ci serve l’ascesa, la negazione dello scetticismo assoluto. Qui ce l’aveva con Montaigne. L’ascesa: prima c’è la caduta e poi c’è la risalita. Infatti, portiamo il dubbio e la negazione scettica all’estremo. Ammetteremo che uno spirito maligno e potente ci inganna sempre e dovunque, o, ed è la stessa cosa, che noi ci sbagliamo sempre e dovunque. Ma infine, pur sbagliandomi sempre e dovunque in tutti i miei giudizi e in tutte le mie idee, è necessario che io, io che penso e quindi sbaglio, sia o esista proprio per potermi sbagliare. E, d’altro canto, ammettendo pure che le mie idee siano tutte sbagliate, è certo che io ho queste idee. Ma non si è chiesto che cosa si sta ponendo con questa affermazione, quando dice è certo che io ho queste idee, come lo sa? Lui non ha queste idee, le ha apprese, le ha imparate, qualcuno gliela ha trasmesse, lui le ha accolte. A pag. 83. Quanto a noi, che siamo passati per l’ascesi catartica del dubbio, sappiamo chi siamo e anche cosa siamo: un essere imperfetto e limitato; un essere che pensa; e anche un pensiero esistente, un essere la cui intera natura è pensare; un essere che possiede un’idea chiara di sé e di Dio. Questa sarebbe la sua dimostrazione di Dio: se io posso pensare Dio, allora Dio esiste, perché Dio è il massimo del pensiero, chiaro e distinto, è la perfezione; se io la posso pensare è perché esiste, sennò non potrei pensare a una cosa del genere. L’“io penso” implica “penso Dio”. Ne ho quindi un’idea. Ed è pure un’idea innata, un’idea senza la quale noi siamo impensabili. L’uomo per Cartesio non è nient’altro che l’essere che ha un’idea di Dio. Questa idea è semplice e chiara, la più chiara e la più semplice di tutte le nostre idee. Talmente chiara e luminosa che ha in sé l’esistenza stessa di Dio. Essere perfetto, infinito, non può essere concepito non essendolo; egli è in virtù della sua infinita perfezione. Questa è la prova dell’esistenza di Dio di Cartesio. Quest’idea dell’essere perfetto, così splendido e ricco, è talmente superiore a noi da non poter provenire da noi, così deboli, finiti, imperfetti. Non può provenire da nessun essere finito, non può giungerci che da Dio. Ecco, dunque, una seconda certezza, una seconda idea chiara, che posta fuori dubbio; il cui soggetto è senza dubbio reale. Dio esiste perché esisto io che ho un’idea di Dio. Questa è la sua dimostrazione dell’esistenza di Dio. A pag. 85. Ma un essere perfetto dice come Dio non potrebbe ingannarci: le nostre idee, chiare e semplici, sono dunque vere... Perché Dio non ci può ingannare. ...cioè possono fondare dei giudizi d’esistenza e permettono di giungere dall’idea all’oggetto. Le nostre idee chiare e semplici ci rivelano il reale tale e quale è, tale e quale Dio lo ha creato. /.../ Un ateo non potrebbe avere questa fiducia, non potrebbe essere sicuro di niente, non potrebbe quindi occuparsi di fisica. /.../ La fisica è ormai fondata come pure la coscienza di sé. Poiché il fatto stesso che io abbia potuto comprendermi nel mio essere e nella mia essenza, senza conoscere ancora niente del mondo-estensione, mi dimostra che il mio io e la mia anima non dipendono dal mondo-estensione. Non sono estensione in me stesso. È Dio che garantisce il valore delle idee chiare e semplici, e solo a questo punto la fisica è fondata. Vedete come qui, ci sarebbe interessante vedere perché così come la fisica è fondata su Dio, sull’esistenza di Dio, anche la matematica in Giamblico è fondata dall’esistenza dell’uno, di Dio. A pag. 86. E adesso cosa rimane di tutto ciò, dello sforzo sovrumano di un genio? Cosa volete: tutto o niente. Niente dell’opera concreta di Cartesio, tutto dello spirito cartesiano. Non ci resta molto della metafisica di Cartesio e le sue prove sull’esistenza di Dio sono andate a raggiungere le prove di Aristotele, San Tommaso. Eppure la grande scoperta cartesiana, la scoperta della preminenza intellettuale dell’infinito, è sempre vera. Questo è il punto. Ed è vero che il pensiero implica l’infinito, è vero che il pensiero finito non può essere colto, né può essere compreso se non partendo da un’idea infinita. Il problema è che funziona anche al contrario, allo stesso modo. Niente resta in piedi della fisica di Cartesio. Una ventina di anni fa circa si è scritto che la scienza non segue la via da lui tracciata. Una ventina di anni fa era vero. Oggi lo è molto meno. Senza dubbio la fisica attuale, la fisica degli Einstein, dei de Broglie, non ripete assolutamente la fisica contenuta nei Principi, non più di quanto quest’ultima riproducesse la fisica del Timeo. E tuttavia, per la storia, la fisica di Cartesio è stata una rivincita di Platone. La fisica di Einstein, che riduce il reale al geometrico, è allo stesso modo una rivincita di Cartesio: prosegue, e in alcuni punti realizza, il vecchio sogno di Cartesio e di Platone. E tuttavia, per la storia, la fisica di Cartesio è stata una rivincita di Platone. La fisica di Einstein, che il riduce il reale al geometrico, è, allo stesso modo, una rivincita di Cartesio: prosegue, e in alcuni punti realizza, il vecchio sogno di Cartesio e di Platone. È d’altronde per mezzo di un’operazione cartesiana di un ritorno su se stessa, attraverso un’analisi critica dei suoi principi sottoposti nuovamente alle prove del dubbio, che la scienza ha potuto uscire da un vicolo cieco. La nostra fisica non è più quella di Cartesio – è più cartesiana della sua, è cartesiana come mai prima d’ora. Senza dubbio il metodo di Cartesio, il metodo delle idee chiare e semplici, non ha dato all’uomo la sicurezza della certezza che Cartesio sperava di dargli, non ha potuto ricostruire in ordine tutto il reale, il reale più ricco di quanto credesse Cartesio. A pag. 87. Per quanto mi riguarda… È la conclusione di Koyré. ...io credo che l’ingiunzione e il messaggio cartesiani non siano mai stati così attuali come oggi. Scrive nel 1944. Oggi giorno, cioè in un’epoca in cui il pensiero umano, rinnegando il suo valore e la sua dignità, si proclama semplice manifestazione del sociale, o ancora, semplice funzione della vita; in un’epoca in cui in un mondo divenuto nuovamente incerto, vediamo l’uomo cercare una nuova certezza a qualsiasi prezzo, pagandola gioiosamente con la sua libertà e con quella della propria ragione; in un’epoca di miti rinascenti e di autorità infallibili, dobbiamo più che mai obbedire all’ingiunzione cartesiana che ci intima di ammettere per vero solo ciò che noi vediamo evidentemente essere tale e restare fedeli al messaggio cartesiano. Operazione, si dimentica di dire, molto pericolosa, dal momento che sono meglio che sono io che decido. E questa era, in breve, la questione che pone Koyré su Cartesio.
Intervento: …
Sì, la questione centrale poi in fondo anche in Koyré, e cioè che la fisica, cioè Cartesio, per potere costruire la sua fisica ha dovuto costruire prima una metafisica: su quella ha costruito la sua fisica. Intervento: Quindi, è come se nel passaggio a una fisica moderna fosse cambiata leggermente la natura delle ipostasi, metafisiche poste Ma alla fine ci sono, perché bene o male lo spazio e il tempo deve continuare a usare. Cambia la relazione tra loro, cambia il calcolo, è diventato più raffinato, sono stati introdotti anche altri enti, sono stati messi in relazione tra loro lo spazio e il tempo, che prima erano irrelati reciprocamente, non irrelati, ma alla fine…
Una relazione. Cosa autorizza mettere in relazione un elemento con un altro, se non una somiglianza?
Intervento: Soprattutto, nel caso della fisica un’evidenza sperimentale fenomenica, perché poi quello che fa Einstein non è altro che prendere tre dimensioni, perché ipostatizzando lui stesso la costanza della velocità della luce, allora poi ricava le leggi della relatività. Tra l’altro, con evidenze sperimentali via via più sofisticate, perché ci furono due fisici che ripeterono per 11 anni lo stesso esperimento per vedere la velocità... Ma al di là di questo, se non ci siamo sempre più convinti che la luce avesse veramente velocità costante, allora arrivano a dire sì è così e da lì del tutto qualcosa, ma bene o male il procedimento è sempre lo stesso. Quindi, alla fine la nuova fisica è davvero nuova? No. Ha solo introdotto delle ipotesi diverse.
Ha introdotto dei nuovi enti metafisici.
Intervento: Sì. Perché anche nei modelli più spinti di spazio-tempo quantizzato che si muove con la particella, i campi, ecc., ma ci sono. Perché non potremmo mai eliminarli, e quelli esistono come enti metafisici, non ci si può far niente.
Ma soprattutto c’è sempre una verità da ricercare, che è quella che cercava Cartesio. E la metafisica che si è inventata serve a questo, a costruire sopra una fisica, la quale fisica deve dirci come stanno realmente le cose. Lui stesso lo dice, Koyré lo cita nella prima citazione che abbiamo letto, lui cerca la verità. Quindi, presuppone che ci sia e che possa essere trovata. Poi, uno può anche pensare che non può essere trovata, non importa, l’importante è che ci sia. Ma se noi consideriamo che questa verità, che deve essere assoluta, deve essere identica a sé, perché altrimenti non è una verità, è soltanto un’altra ipotesi che si aggiunge alle infinite altre, se questa verità è identica a sé non è possibile in nessun modo, perché se fosse effettivamente così identica a sé non sarebbe niente, vedete che cambia tutto.