INDIETRO

 

 

18 febbraio 2026

 

Tommaso d’Aquino Commento al Liber de causis

 

Stiamo lavorando sulla teologia da tempo perché è una delle cose più importanti. Non la teologia in quanto tale, perché di questo Dio di cui parla non ce ne può importare di meno, è un’invenzione, ma perché la teologia ha determinato e continua a determinare il modo in cui le persone pensano. Le persone pensano teologicamente, cioè pensano immaginando che ci sia un Dio. E questo ha degli effetti. Il lavoro che abbiamo fatto e che stiamo facendo è notevole, non l’ha mai fatto nessuno, Molte volte poniamo delle questioni che sono importanti, interessantissime, e siamo costretti a sfiorarle e rimangono lì, mentre sarebbe importante affrontarle, teoreticamente, per vedere cosa hanno da dire, trovare nuove cose da pensare, accostamenti a cui non abbiamo ancora pensato, infinite cose. Tommaso, dunque. L’intento di Tommaso, quello più importante, è stabilire che non soltanto c’è un assoluto, ma che questo assoluto è necessario. Tommaso si è trovato in una situazione che dà da pensare, perché tutto ciò che lui ha scritto, che è notevole, sono trenta volumi, l’argomentazione su cui si regge tutto quanto, è questa: siccome non è possibile risalire nelle cause all’infinito, allora per questo c’è qualche cosa di assoluto. Che argomentazione è? È un’argomentazione assolutamente squinternata, si regge su niente, ma su questa si regge tutta la teologia; se gli si leva questo, crolla tutto. E, allora, viene da pensare che tutto ciò che è stato fatto, dopo Tommaso e tutti gli altri, sia stata una sorta di depistaggio per distrarre dalla premessa maggiore del sillogismo che regge tutta la tomistica. Perché se qualcuno lo mette in discussione, cosa risponde? Cioè, su cosa si basa questa affermazione che siccome non è possibile tornare indietro all’infinito, allora c’è una causa finita, determinata? Perché? Non si può andare indietro e neanche avanti all’infinito. Forse. Ma considerate invece la posizione di Aristotele, perché anche lui si è accorto di una cosa del genere, tutti quanti se ne erano accorti: incominci a pensare alle cause, vai avanti e non ti fermi mai. Ma Aristotele si è accorto che c’è la δόξα, è la δόξα ciò che si trova, la si può interrogare ma si troverà sempre δόξα.

Intervento: Aristotele parlava del primo motore.

Si, certo, qualcosa che funzioni come motore non mosso da nulla. In effetti, che cosa muove la δόξα? Chi la muove? La δόξα si muove da sé. Non è casuale che lui nella Metafisica arrivi a questo. Cioè, alla fine di tutte le considerazioni ci troviamo con la δόξα, oltre la quale non si va, non perché non va bene, perché è contro natura, o perché Dio non vuole, ecc., no, perché si trova solo altra δόξα, solo questo. È lo stesso problema delle categorie: la sostanza è ciò che se ne dice, ma quanto se ne può dire? All’infinito e, quindi, la sostanza non si trova mai, non c’è. Ecco la necessità di Porfirio di porre una super sostanza, che sta lì ferma, immobile, tranquilla, non si muove.

Intervento: In ogni caso si tratta sempre di bloccare qualcosa.

Esattamente. Il movimento costituisce un problema da sempre.

Intervento: La esigenza di determinare, del determinato. L’assoluto è l’indeterminato. Ma già chiamandolo assoluto lo determino.

È il problema della religione, il problema, per esempio, di tutte le dimostrazioni dell’esistenza di Dio, che vedremo quando leggeremo Dietrich Henrich. Tutte le dimostrazioni che faccio sono racconti, sono argomentazioni. Come fa il pensiero ad accogliere l’essere, che non è pensiero? È immaginato non essere pensiero perché è qualcosa che è fuori. O, detta in un altro modo, come faccio con il linguaggio a dire qualcosa che è fuori del linguaggio, che io ho posto fuori del linguaggio? Non lo posso fare. E, infatti, tutte le dimostrazioni dell’esistenza di Dio crollano di fronte ad una obiezione del genere. Che, poi, è in un qualche modo l’obiezione di Kant. Per questo si dice che Kant ha distrutto la metafisica, che non è vero. La metafisica pone un elemento fuori del pensiero, sappiamo che per Kant ogni cosa che è nel pensiero, compresi il giudizio analitico a priori, spazio e tempo, che anche quelli comunque li abbiamo noi nel nostro pensiero. La cosa in sé, Kant lo sapeva, non è coglibile, pensava che ci fosse ma non è coglibile, ma pensava che ci fosse comunque. E, allora, Tommaso ci dice a pagina 186. ...l’eternità è meno comune dell’essere; ma non ogni essere è eternità; l’essere è pertanto più comune dell’eternità. Cioè ‘essere’ è la cosa più comune di tutte, che non può essere raggiunto. A pag. 199. ...l’effetto della causa prima preesiste all’effetto della causa seconda, e si diffonde più universalmente. Infatti l’essere, che è in assoluto il principio più comune, dalla causa prima si diffonde in tutte le realtà; la conoscenza intellettiva, invece, non viene comunicata dall’intelligenza a tutte le realtà, ma solo ad alcune, e solo presupponendo l’essere che già esse traggono dal primo principio. Cioè, continua a sottolineare l’importanza dell’esistenza di una causa prima. A pag. 206. Ora, ciò che è comune a tutte le diverse intelligenze è l’essere, prima creatura. Quanto all’essere, dunque, egli premette la seguente proposizione: Fra le realtà create, la prima è l’essere e prima dell’essere non c’è alcuna creatura. A pag. 235. ...una qualsiasi cosa si può conoscere per tre vie, e cioè o come effetto, tramite la sua causa; o in se stessa; oppure tramite i suoi effetti. Dunque l’autore mostra innanzi tutto che la causa prima non può essere conosciuta nel primo modo, ossia tramite la causa... /.../ Ma la causa prima è atto puro, a cui non si congiunge alcuna potenzialità. Qui c’è il problema della potenza e dell’atto, perché l’essere è l’atto, però per Tommaso è l’atto senza potenza, perché se avesse anche la potenza sarebbe diviso tra potenza e atto e, invece, deve essere uno, quindi senza potenza, senza materia, poi, di fatto. …perciò quella luce pura, da che tutte le altre realtà sono illuminate e rese conoscibili, è la causa prima. Da ciò l’autore trae un’interiore conclusione: solo la causa prima è talmente “prima” da essere inenarrabile... Cosa vuole dire “è talmente prima”? ...dal momento che non ha una causa superiore tramite cui sia possibile enarrarla. Infatti è d’uso enarrare le cose tramite le loro cause. E siccome dalla conoscenza era passato all’enarrazione, di conseguenza mostra che proprio in quanto è al di sopra della conoscenza la causa prima deve essere al di sopra di ogni enarrazione; e ciò appunto perché l’enarrazione, ossia l’affermazione, si ha tramite il discorso, ossia tramite un eloquio significante; ma il discorso, a sua volta, si produce tramite l’intelligenza... /…./ ...a sua volta l’intelligenza si produce tramite il pensiero… /.../ ...e il pensiero tramite la meditazione, e la meditazione infine si produce mediante il senso, perché la fantasia è il moto di sviluppo delle sensazioni attuali, come si dice nel libro Dell’anima. Non è proprio così che dice Aristotele. Ve lo ricordate, nel De anima dice che si muove dal pathos, cioè, dalle emozioni, dalle sensazioni, quindi, si muove dalle fantasie. A pag. 238. Secondo i platonici, però, la causa prima è superiore all’ente in quanto l’essenza del bene e dell’unità – che è appunto la causa prima - trascende anche l’ente in sé separato, come si è detto sopra. Per Platone la causa prima è l’idea. Secondo verità, la causa prima è superiore all’ente in quanto è l’essere in sé, infinito, mentre ciò che partecipa dell’essere in modo finito si dice “ente”; e proprio quest’ultimo è proporzionato al nostro intelletto, il cui oggetto proprio è “ciò che è”, come si dice nel terzo Dell’anima. Perciò il nostro intelletto può comprendere soltanto ciò che è una quiddità che partecipare dell’essere; ma la quiddità di Dio è l’essere in sé; dunque è al di sopra di ogni intelletto. Dunque, non lo possiamo comprendere. A pag. 244. Invece la causa prima non è una natura che sussiste nel suo essere, come se quest’altro le fosse partecipato; è, piuttosto, l’essere in sé sussistente; dunque è sovrasostanziale e assolutamente inenarrabile. Della causa prima non se ne può parlare. Quella causa prima che è quella che si trae dal fatto che non è possibile andare indietro all’infinito, per cui c’è una causa prima da qualche parte. E, in effetti, è inenarrabile, perché cosa racconto? A pag. 260. Dopo aver espresso il modo in cui l’intelligenza conosce ciò che le è superiore e ciò che le è subordinato, qui l’autore mostra che cos’è ciò che è superiore all’intelligenza, introducendo una proposizione volta a chiarire che l’intelligenza dipende dalla causa prima. Chiaramente, deve essere la causa prima la causa dell’intelligenza, sennò se l’intelligenza è per sé, non serve. Questa proposizione è la seguente: La stabilità e la sussistenza dell’intelligenza dipendono dalla bontà pura, che le è causa prima. Cioè, perché dipende dalla causa prima perché dipende dalla causa prima: questa è la dimostrazione più certa, più sicura. Ma anche Proclo... Il più neoplatonico di tutti i neoplatonici. ...formula questa proposizione, benché in modo più universale, quando dice nella dodicesima posizione del suo libro: Principio e causa prima di tutti gli enti è il bene”. Lo diceva già Platone. Ora, ciò che nella nostra proposizione è disegnato con il termine bontà pura e ciò che nella citata è a proposizione di Proclo è designato con il termine “bene”, indicano esattamente lo stesso. Infatti si dice “bontà pura” una bontà che non è partecipata... Questa è una cosa su cui insiste sempre: che non deve essere partecipata. Infatti si dice “bontà pura” una bontà che non è partecipata, ma è l’essenza stessa della bontà nel suo sussistere… Ciò che è per sé stesso sussistente, dicevano. ...quel che i platonici chiamavano “bene in sé”. Dunque ci che essenzialmente, puramente e originariamente bene deve essere la causa prima di tutte le realtà. Infatti come dimostra Proclo la causa sempre “migliore” dell’effetto... Perché? No. Può succedere, certo. Diciamo che non è impossibile che accada. ...dunque ciò che per essenza è “bene” deve essere “causa prima di tutti gli enti”. È proprio quello che dice Dionigi nel primo capitolo dei Nomi Divini: “Ma poiché” Dio è “l’essenza stessa della bontà, con il suo stesso essere egli è la causa di tutte le realtà esistenti”. Queste cose che a noi appaiono ridicole, di fatto sono l’impianto su cui si regge tutto il pensiero a tutt’oggi, tutto il pensiero occidentale. Chi non pensa che, se esistono tutte queste cose che esistono, allora qualcuno le avrà fatte? Se c’è qualcuno che l’ha create, questo qualcuno è al di sopra di tutto; e, se c’è qualcuno che è al di sopra di tutto, allora c’è una verità, allora sono nel giusto quando penso che quello che penso sia vero, perché c’è una verità, e se c’è una verità questo mi fa supporre che siccome io lo penso è vero, ma non è vero perché lo penso io, ma perché è così, perché c’è il riferimento a Dio. Ecco perché dicevamo che ogni affermazione che si fa nel discorso comune, qualunque affermazione è un’affermazione teologica, è come se dimostrasse l’esistenza di Dio, perché le cose stanno così. È una dimostrazione implicita: se le cose stanno così è perché c’è una verità, ovviamente. E se c’è una verità, questa verità a chi appartiene? Nessuno potrebbe dire a cuor leggero che appartiene solo a lui. È una verità che mi trascende perché, se appartiene solo a me, potrebbero immediatamente dirmi che è una mia opinione. E, invece, devo fare affidamento su una verità che mi dia la possibilità di far intendere che ciò che dico è effettivamente la dichiarazione dello stato di cose. Quello che una volta i logici chiamavano enunciato protocollare, quello che descrive lo stato delle cose in questo momento. A pag. 263. ...dunque si è dimostrato che l’intelligenza è come un principe che governa e conserva le realtà inferiori per la potenza della causa superiore. Ciò accade perché l’intelligenza è causa delle realtà inferiori, ed essa è causa proprio perché le è propria una unità più intensa. Cosa sia l’unità più intensa non è dato sapere, però intanto ha già detto che questa causa è come un principe che governa e conserva la realtà. Quindi, implicitamente, sta dicendo che impone la sottomissione. A pag. 266. Quindi, quasi a premettere quel che intende provare, dapprima dice che la causa prima non è né intelligenza, né anima, né natura, ma è al di sopra di tutte queste realtà, come creandole in un ordine determinato. Infatti essa crea l’intelligenza senza alcun intermediario, ma crea l’anima, la natura e ogni altra realtà con la mediazione dell’intelligenza. È Plotino, pari pari: c’è l’Uno, da cui procede l’Intelligenza e da cui poi procede l’Anima e tutto quanto. Ma l’Uno non procede da nulla. A pag. 276. Ma poiché, secondo la dottrina di Aristotele... Sempre Aristotele neoplatonizzato. ...che su questo punto si accorda meglio con la fede cristiana al di sopra dell’ordine degli intelletti noi non poniamo altre forme separate, ma solamente il bene separato in sé, al quale tutto l’universo si ordina quale suo bene estrinseco, come si dice nel dodicesimo della Metafisica, dobbiamo affermare quanto segue: come i platonici dicevano che gli intelletti separati acquisiscono le diverse specie intelligibili dalla partecipazione delle diverse forme separate… Cioè, le idee che diventano qualche cosa nel momento in cui vengono ricordate. ...così noi sosteniamo invece che tali specie intelligibili derivano dalla partecipazione della prima forma separata, che è la pura bontà, cioè Dio. Cioè, non ci sono più le idee, ma c’è soltanto Dio. È un piccolo passaggio, non è che cambi granché. Infatti, Dio stesso è la bontà in sé e l’essere in sé, e in sé stesso comprende virtualmente le perfezioni di tutti gli enti. Egli solo, difatti, conosce tutto per proprio essenza, senza partecipazione di alcun’altra forma. Invece gli intelletti interiori, dal momento che le loro sostanze sono finite, non possono conoscere tutto tramite la loro solo essenza, ma, al fine di ottenere conoscendo delle cose, devono conoscere intellettivamente avendo recepito per partecipazione dalla causa prima le specie intelligibili. Soltanto quelle intelligenze infime hanno bisogno di partecipazione, ma partecipazione di che? Di Dio, naturalmente, che è la causa prima di tutto. E lo fa così, per partecipazione. C’è sempre l’idea della partecipazione, che in fondo è quella della processione. Non ci si è mai allontanati da Plotino, è sempre una partecipazione. L’idea sarebbe che le cose si conoscono per somiglianza. Come si producono questi intelletti? Per analogia - qui non lo dice, ma lo dice altrove -, la santa analogia, che è stata santificata. A pag. 279. ...come alcuni hanno erroneamente inteso, ritenendo Dio incapace di conoscere altro che l’universale natura dell’ente. Da ciò deriverebbe questa conseguenza: negli intelletti inferiori la conoscenza di una cosa sarebbe tanto più elevata, quanto più si situasse a un livello universale, come, per ipotesi, se un intelletto conoscesse solo la natura della sostanza, uno inferiore invece la natura del corpo, e così via, sino alle specie individuali. Questa concezione implica palesemente il falso; infatti la conoscenza con la quale si conosce qualcosa nella specie sua propria è conoscenza perfetta, in quanto la conoscenza della specie include quella del genere, mentre il contrario non vale. Dunque da questa concezione seguirebbe che tanto più un intelletto fosse elevato, tanto più la sua conoscenza sarebbe imperfetta. Cosa che lui non può ammettere, ovviamente. Per concludere dice qui la cosa più importante. A pag. 343. ...si consideri che in qualsiasi genere è causa ciò che in quel giro genere è primo. Ed è a opera sua che sono collocate in quel genere tutte le realtà che al genere appartengono, come il fuoco è il primo caldo fra i corpi elementari. /.../ In modo simile, nel genere dei diventi deve esistere qualcosa di primo, ad opera nel quale tutti i viventi possiedono la prerogativa del vivere. Perché diceva nel capoverso precedente: Ma non si può procedere all’infinito in nessun ordine di cose... Non si può procedere all’infinito. ...dunque anche nell’ordine degli enti deve sussistere un qualcosa di primo, che a tutti dà l’essere. E questo è appunto ciò che dice l’autore: Tutte le realtà possiedono l’essenza ad opera dell’ente primo. Questo è il pilastro di tutto il tomismo: non si può procedere all’infinito, quindi… Ma questa cosa da dove salta fuori?

Intervento: Perché non si può procedere all’infinito. Perché?

Aristotele aveva risposto: perché c’è la δόξα, e la δόξα continua a rimandare ad altra δόξα. Quindi, puoi procedere all’infinito, ma trovi sempre soltanto altra δόξα. Capite che la posizione è totalmente differente. Per comprendere questo punto, si deve sapere che il fatto che una cosa sussiste in sé è precedente rispetto al fatto che si muova verso qualcos’altro. Ecco il movimento. Dunque il muoversi presuppone l’essere. Ciò perché se l’essere, a sua volta, fosse in qualche modo soggetto al movimento, bisognerebbe nuovamente presupporre un principio del movimento, e così via, sino a giungere a un ente immobile, che fosse per tutti principio della facoltà di muovere se stessi: ed ecco la vita prima. Perciò è chiaro che in tutti i viventi la vita è una sorta di processione, che promana da un ente primo, quieto e sempiterno, ossia non soggetto ad alcun movimento. A pag. 396. Tutte le realtà possiedono l’essenza ad opera dell’ente primo, egli di conseguenza chiarisce come si debba intendere ciò che ha detto adesso. Infatti questa espressione, è causa della propria formazione e completezza, non va intesa nel senso che tale realtà non dipende da un’altra causa ad essa superiore. Al contrario, tale realtà è definita causa della propria formazione proprio perché ha un’eterna relazione con la sua causa prima. Cioè, causa sui. Perché ciò che sia chiaro, si deve considerare che ogni realtà partecipa dell’essere secondo la relazione che la lega al primo principio dell’essere. Ora, una cosa composta di materia e forma ha l’essere solamente in conseguenza della sua forma... Senza la forma rimane incompiuto. ...dunque è tramite la sua forma che essa è in relazione con il primo principio dell’essere. Ma poiché in una cosa generata la materia preesiste alla forma dal punto di vista cronologico... Cosa che non esiste in Aristotele. ...ne deriva che quella data cosa non si trova sempre nell’accennata relazione con il principio primo dell’essere; e non si trova in tale relazione neppure in concomitanza con il suo essere materia, ma solamente dopo, al sopraggiungere della forma. Dunque: se esiste una sostanza che in sé sia forma, di conseguenza si troverà sempre nell’accennata relazione con la causa prima; questa relazione non sopraggiungerà a tale sostanza in un secondo momento… Cioè, dopo la materia. ...ma anzi accompagnerà simultaneamente la sua sostanza, che è forma. Qui si è sbarazzato della potenza a vantaggio dell’atto, dell’atto che deve essere puro. Se deve essere puro non può essere contaminato da altro, dalla materia, per esempio; lo esclude a priori. Ecco, del Commento al libro A pag. 411. Ecco il secondo argomento: ogni realtà si sente per se stessa è autosufficiente nel proprio essere, e non abbisogna di un altro per poter sussistere. Con ciò non si esclude la dipendenza dalla causa agente, bensì dalla causa formale e materiale, che forniscono la sussistenza. Ma ogni composto di più parti non è autosufficiente, bensì abbisogna per la propria sussistenza delle parti di cui si compone, che, rispetto al tutto, fungono da cause materiali. Perciò nessun composto di più parti è sussistente per se stesso; e di conseguenza ogni sostanza sussistente per se stessa è semplice. Questa passo l’ho segnato perché mostra il procedere di Tommaso. Dato che è dimostrato che esiste la causa prima, allora tutto ciò che segue viene elaborato logicamente attraverso una serie di passaggi che devono dimostrare la verità delle tesi proposte dalla religione. Il suo intendimento è di dimostrare che ciò che la religione afferma non è, come voleva Agostino, soltanto un articolo di fede ma è anche deducibile dalla ragione. E, allora, ecco la necessità della logica. Che, poi, Tommaso pone, sì, la logica, ma, senza sapere, senza volere, pone il problema fondamentale della logica. Tutta la sua argomentazione, supponendo che sia argomentativamente corretta, è sostenuta da un elemento assolutamente inconsistente. In fondo, affermare che, se non si può tornare indietro all’infinito, allora c’è una causa prima, è falso. È ciò che si pensa comunemente, né più né meno. Quindi, è come se mostrasse, senza volere, senza sapere, che in effetti la logica ha questa virtù, cioè è fondata su niente. Lui forse si è accorto di una cosa di genere, ma non è che si soffermi granché su questo, però, è come se gettasse fumo negli occhi, mostrando, dalla validità delle argomentazioni successive, che l’argomentazione da cui muovono è vera. Come dire: l’argomentazione da cui partiamo è δόξα, va bene, però tutto ciò che segue è perfettamente coerente, quindi, se tutto il calcolo è coerente, allora è vera anche la premessa.