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17 dicembre 2025

 

Bonaventura da Bagnoregio Itinerario dell’anima a Dio

 

Siamo a pag. 367. ...se l’oggetto appreso è conveniente, fa seguito il diletto. I sensi provano diletto a contatto con gli oggetti percepiti per mezzo dell’immagine intenzionale, o a motivo della loro bellezza, come nel caso della vista, o a motivo della loro soavità… /.../ Ogni diletto poi nasce dalla proporzione. Ma l’immagine sensibile ci si presenta sotto un triplice aspetto: come forma, con riferimento al principio da cui ha origine; come energia efficace, in rapporto al mezzo attraverso cui perviene fino a noi; come attività in rapporto al soggetto su cui opera. A motivo di ciò, la proporzione si può riscontrare nell’immagine sensibile in quanto questa ha la funzione di specie o di forma; in questo caso, tale proporzione è chiamata bellezza, in quanto “la bellezza non è altro che un compiuto equilibrio di molte parti”, oppure “un’armoniosa disposizione delle parti accompagnata dalla soavità del colore”. Insomma, sta dicendo che la bellezza è la calcolabilità: ciò che è calcolabile piace, provoca diletto. Calcolabile, cioè, gestibile, controllabile. A pag. 369. Se pertanto tutte le realtà conoscibili godono della proprietà di generare una immagine di sé, esse proclamano anche in modo manifesto che in loro si può vedere riflessa, come in uno specchio, l’eterna generazione del Verbo, Immagine e Figlio che emana dell’eternità da Dio Padre. Lui, in effetti, sta facendo un trattato di linguistica, perché ciò che è possibile conoscere deve avere un’immagine, cioè, deve essere uno. Solo così posso accedere alla cosa: soltanto se è un’immagine, cioè, se è quella. Se è l’indeterminato non posso accedere. Di conseguenza, se “il diletto consiste nell’unione fra due oggetti reciprocamente convenienti”, e se soltanto l’Immagine di Dio è perfettamente armoniosa, soave e salutare ... si può comprendere in modo manifesto che solo Dio è la fonte del vero diletto e che da ogni altro diletto siamo come condotti per mano a ricercarlo. Sta dicendo: badate, che ogni volta che cercate il diletto, il piacere, la gioia, ecc., state cercando Dio; e il problema è che lo trovate, cioè, trovate l’oggetto dell’estasi: questa cosa piace, questa cosa è bellissima, questa cosa rapisce, seduce, ho trovato finalmente Dio. È così che funziona. A pag. 370. Ma alla conoscenza speculare della verità eterna ci conduce in un modo più eccellente e immediato il giudizio. Il giudizio, infatti, deve avvenire secondo un criterio (la logica) che non dipende dallo spazio, dal tempo, dalla mutabilità e, conseguentemente, dalla dimensione, dalla successione. Ora, soltanto ciò che è eterno non può assolutamente né mutare né essere circoscritto né delimitato ... ma tutto ciò che è eterno è Dio o è in Dio. Ora, il giudizio, cioè la logica, avviene secondo un criterio che è atemporale e spaziale, cioè una verità logica è vera in qualunque situazione, così come la verità matematica, è la stessa cosa. Ma la verità logica muove, come sappiamo, da una premessa che non può essere mostrata, ma deve essere ineffabile. Questo ineffabile è la condizione per potere condurre una serie di argomentazioni che devono portare alla certezza assoluta. La logica, cioè, è quella curiosa procedura che consente di passare dall’assolutamente arbitrario all’assolutamente certo. È il miracolo della logica, ed è per questo che l’hanno santificata. Perciò... Questo “perciò” segue un’argomentazione che non è affatto tale da condurre a un perciò, tuttavia... quelle leggi, mediante le quali noi giudichiamo con piena certezza tutte le realtà sensibili che conosciamo, sono, per l’intelletto che apprende, infallibili e indubitabili; sono altresì incancellabili dalla memoria di colui che riflette, in quanto sempre presenti ad essa, e, infine, non confutabili e non soggette al giudizio dell’intelletto di colui che giudica... La legge fondamentale della logica, quella che dice che la premessa maggiore è ineffabile, non deve essere giudicata. ...come dice Agostino, “nessuno giudica quelle leggi, ma per mezzo di quelle leggi (giudica). Cioè, queste leggi sono divine, così come la legge dell’induzione, la legge dell’analogia, che viene posta come divina. A pag. 371. È necessario che esse siano immutabili e incorruttibili in quanto necessarie, non soggette a restrizioni in quanto non limitate, sottratte al tempo in quanto eterne, e, conseguentemente, indivisibili in quanto incorporee e di natura intellettuale, non fatte ma increate, esistenti dall’eternità nella mente artefice di Dio. Perciò, tutte le cose non possono essere giudicate con certezza se non per mezzo di quella Realtà che non soltanto è forma immutabile che crea tutte le cose, ma tutte inoltre le conserva e distingue, in quanto è l’Essere che mantiene in tutte la forma ad esse propria e la norma direttiva per mezzo della quale la nostra anima giudica tutte le cose che penetrano in essa attraverso i sensi. Ecco perché vi dicevo che l’estasi mistica è la vita quotidiana: perché siamo sempre di fronte alle cose in quanto essere, in quanto tutto, in quanto assoluto. E se l’essere è tutto e assoluto non possiamo giudicarle, possiamo solo contemplarle, perché le cose sono così: Deus vult. A pag. 372. I numeri del giudizio... Il giudizio è fatto di numeri perché è un calcolo. ...imprimono nella nostra anima i numeri artificiali, che tuttavia Agostino non enumera tra le diverse specie ricordate, in quanto strettamente connessi con quelli del giudizio. Da essi derivano i numeri espressi, per mezzo dei quali si dà forma a molti generi di cose fatte da un artefice... /.../ Tutte le cose, quindi, sono belle e generano qualche diletto, e poiché, inoltre, non può essere bellezza e diletto, senza che vi sia proporzione (calcolo), e la proporzione si trova prima di tutto nei numeri, è necessario che tutte le cose siano costituite secondo una proporzione numerica e che, di conseguenza, “il numero sia il principale modello nell’amento del Creatore” e il principale vestigio che nelle cose conduce alla Sapienza creatrice. Cioè, attraverso la visione del numero noi possiamo avvicinarci a Dio, perché il numero è ciò che consente la proporzione e la proporzione avvicina a Dio, all’assoluto. A pag. 373. Esse sono modelli, o piuttosto copie di essi, poste dinanzi a menti ancora rozze legate alle realtà sensibili, affinché, mediante le realtà sensibili che vedono, siano elevate alle realtà intelligibili, che non vedono, così come mediante un segno si è condotti a considerare le cose da esso significate. Ma questo è il principio platonico, è il principio della Paideia platonica, ed è il motivo per cui Platone si accompagnava spesso e volentieri con i fanciullini. Il bello sensibile serve per farci intendere un bello superiore, cioè l’idea per Platone, Dio per i cristiani: è questo il percorso dell’anima a Dio. A pag. 374. ...giunti oramai alla terza tappa dell’itinerario, dopo esser rientrati in noi stessi ed aver lasciato la porta alle nostre spalle, dobbiamo sforzarci di vedere Dio, come attraverso uno specchio, nel Santo, cioè nel primo vano del Tabernacolo. Qui c’è un riferimento al Tabernacolo, che era il santuario smontabile e portatile costruito da Mosè. Qui, come diffondendosi da un candelabro, la luce della verità risplende sul volto della nostra anima, nella quale riluce l’immagine della Trinità beata. Rientra dunque in te stesso e osserva come la tua mente ama ardentemente se stessa. Ma non potrebbe amarsi se non si conoscesse, né potrebbe conoscersi se non avesse memoria di sé... Qui c’è tutto Platone. ...dato che non comprendiamo nulla che non sia presente alla nostra memoria. Tutto ciò ti conduce a riconoscere, non con l’occhio del corpo, ma con quello della ragione che la tua anima è dotata di tre facoltà. Considera, quindi, l’attività e il reciproco rapporto di queste tre facoltà e potrai vedere Dio per mezzo di te, come per mezzo di una sua immagine... Tre attività: l’anima, il corpo, lo spirito. L’attività della memoria consiste nel ritenere e nel rappresentarsi non soltanto le realtà presenti, corporee e che esistono nel tempo, ma anche le realtà che si susseguono, quelle semplici e quelle eterne. A pag. 376. L’operare dell’intelletto consiste nel cogliere il significato dei termini, delle proposizioni e delle deduzioni. L’intelletto poi comprende il significato dei termini quando ne comprende la definizione. Ma una definizione deve essere data facendo riferimento a termini più generali, e questi a loro volta devono essere definiti soltanto facendo riferimento a termini ancora più generali... Ecco perché la conoscenza non ha nessun punto di arresto, non può averlo in nessun modo. ...fino a giungere a quei concetti supremi e generalissimi, ignorati i quali non è possibile comprendere in modo definitorio ciò che è incluso in essi. Qui è come se dimostrasse la necessità dell’ineffabile. Cioè, dobbiamo assurgere ai vari livelli di conoscenza sempre più generale, sempre più universale; questo universale però non si trova, rimane un ineffabile, che tuttavia è la condizione per potere comprendere tutto quanto. Senza questo ineffabile l’idea dell’universale è appunto soltanto un’idea, una costruzione, non c’è, ma è la condizione per potere comprendere tutto. È esattamente quello che succede con la logica: la logica ha un fondamento che è ineffabile, che non può dirsi, non può raccontarsi, non può determinarsi in nessun modo, ma la logica è considerata come ciò che è la condizione per potere comprendere ogni cosa. La struttura è sempre esattamente la stessa, quella religiosa: si parte da un ineffabile, da qualcosa che non può essere detto, cioè, da un limite del pensiero. È come se il pensiero fosse autolimitato. Quindi, se non si conosce che cos’è l’essere in sé stesso, non si può conoscere pienamente la definizione di nessuna sostanza particolare. E qui definisce la fisica, praticamente. D’altra parte non si può conoscere l’essere in sé stesso se non si conoscono insieme le sue proprietà che sono l’uno, il vero e il bene. Inoltre, possiamo pensare l’essere come incompleto e come completo, come imperfetto e come perfetto, come essere in potenza... /.../ Ora, dato che le deficienze e le manchevolezze di una realtà possono essere conosciute soltanto per mezzo dei suoi aspetti positivi, il nostro intelletto non può analizzare pienamente la nozione di un qualsiasi essere creato se non per mezzo della nozione dell’essere totalmente puro, in atto, completo ed assoluto, che è l’Essere semplicemente, l’Essere eterno in cui sussistono, nella loro purezza, gli archetipi intelligibili di tutte le cose. Come, infatti, l’intelletto potrebbe sapere che questo essere determinato è manchevole e incompleto, se non avesse nessuna nozione dell’essere assolutamente perfetto? Di nuovo continua a giustificare l’ineffabile, che è il perfetto, l’assoluto, che è il tutto, e che è la condizione per comprendere tutto, perché è come se desse il modello. Solo che questo modello è vuoto, non c’è niente dentro. Questo modello di ineffabile, che viene proposto, che è la condizione di ogni cosa, cioè Dio, come già aveva inteso la teologia negativa, alla fine è nulla. E l’essere, l’essere tutto, l’essere tutto quanto identico a sé, è un non essere, perché per essere tutto occorre che non ci sia nulla che non sia essere. Ma l’essere come lo determino? Con le determinazioni, che non sono l’essere, sono le sue determinazioni: quindi, l’essere è non essere. Quindi, se tolgo le determinazioni all’essere tolgo anche l’essere, quindi non c’è più nulla da comprendere. È stato il problema della teologia da sempre, ma poi anche il problema della filosofia, del pensiero in generale, che è sempre lo stesso: come determino l’uno senza i molti? E come determino i molti senza l’uno? Non lo posso fare. A pag. 378. Il nostro intelletto, poi, afferra veramente il significato di una deduzione quando vede che la conclusione deriva necessariamente dalle premesse; il che vede non soltanto nei termini che enunciano un fatto necessario, ma anche in quelli che enunciano un fatto contingente, come: “Se un uomo corre, si muove”. L’intelletto afferra la necessità di questo rapporto non soltanto nelle cose realmente esistenti ma anche in quelle non esistenti. Infatti, è sempre vero che “se un uomo corre si muove”, sia che vi sia un uomo che corre effettivamente sia che non vi sia. /.../ Questa necessità deriva dal modello presente all’operare divino, conformemente al quale le cose si connettono e si rapportano reciprocamente... Grazie a Dio, è proprio il caso di dire. È soltanto grazie a Dio che le cose si connettono fra loro, e cioè che ci sia questa necessità del passaggio dall’antecedente al conseguente. Quindi, come afferma Agostino nel De Vera Religione, chiunque ragioni veracemente viene illuminato dalla Verità eterna e si sforza di pervenire ad essa. Da ciò appare in modo manifesto che il nostro intelletto è congiunto con la stessa Verità eterna, proprio nel momento in cui non può afferrare in modo certo nulla di vero se essa stessa non glielo insegna. Sta dicendo che l’unica garanzia possibile è Dio. Quando noi vediamo le cose, quando siamo immersi in mezzo alle cose, ci diamo da fare, svolgiamo compiti, ecc., tutte queste cose sono quelle che sono perché sono garantite da Dio. Ma questo lo diceva già Agostino. A pag. 379. L’operare della volontà si esplica nella valutazione, nella decisione e nel desiderio. La valutazione consiste nel ricercare che cosa sia meglio, se è una cosa o un’altra. Ma il meglio non può essere definito se non un riferimento all’ottimo, e questo riferimento si basa su una maggiore o minore somiglianza con l’ottimo. Ecco perché la somiglianza, la similitudine, quindi l’analogia, deve essere santa, perché deve garantire che ci porti all’ottimo, quindi a Dio. Quindi, tutte queste cose si connettono tra loro a mostrare bene come si sia costruita questa idea, a partire dalla necessità che l’implicazione, la connessione tra elementi, sia divina, cioè sia voluta da Dio; perché sennò non c’è niente che la garantisce, come sapeva perfettamente Aristotele. A pag. 381. La filosofia naturale si divide in metafisica, matematica e fisica. La prima studia le essenze delle cose, la seconda i numeri e le figure, la terza le realtà naturali, le loro qualità e il loro operare, per mezzo di cui si propagano. Di conseguenza, la prima ci conduce al primo Principio, al Padre; la seconda alla sua Immagine, al Figlio; la terza al dono dello Spirito Santo. La filosofia razionale comprende la grammatica, che ci pone in grado di esprimersi con efficacia; la logica, che ci rende perspicaci nell’argomentare; la retorica che ci rende capaci di convincere gli altri e di muovere i loro animi. Qui siamo nel momento in cui c’è questo passaggio dalla retorica di stampo agostiniano alla logica, perché con Bonaventura siamo nel XIII secolo, già prende piede la logica, anche se ancora manca Tommaso, con il quale c’è l’idea che la logica potesse avere accesso a tutto. Questa cosa ancora non si era stabilita. A pag. 386. Di questo sommo sacerdote e di tutta la gerarchia ecclesiastica tratta, dunque, l’intera Sacra Scrittura, la quale ci insegna il modo in cui possiamo essere purificati, illuminati e resi perfetti. Questo avviene secondo la triplice legge tramandata in essa, cioè legge di natura, legge della Scrittura e legge di grazia; o, piuttosto, secondo le tre parti principali di essa, ossia la legge di Mosè che purifica, la rivelazione profetica che illumina e la dottrina evangelica che rende perfetti; o, ancora meglio, secondo i suoi tre sensi spirituali: quello tropologico (figure retoriche), che ci purifica per avviarci a vivere onestamente; quello allegorico, che ci illumina al fine di darci chiarezza di comprensione; quello anagogico (induzione, analogia), che ci rende perfetti mediante l’estasi dell’anima e la soavissima percezione della sapienza. È l’analogia che ci rende perfetti, che cioè rende perfetta l’implicazione. Qui l’analogia è già santa, è già santificata. A pag. 390. Di conseguenza, colui che vuole contemplare le realtà invisibili di Dio rispetto all’unità dell’essenza, fissi lo sguardo prima di tutto sull’Essere stesso, e veda che l’Essere stesso è in Sé certissimo, a tal punto che non è possibile pensarlo non esistente. Un po’ come dicevamo: se eseguo certe operazioni, vuole dire che queste cose ci sono, non posso eseguire operazioni su cose che non esistono. E, invece, sì che può, ed è esattamente quello che fa. Come, dunque, il nulla non possiede alcunché dell’essere e delle sue proprietà, così, al contrario, l’Essere stesso non possiede alcunché del non essere, né in atto né in potenza... Qui la separazione tra l’uno e i molti è netta, stabilita e incontrovertibile: l’essere e il non essere sono due cose totalmente differenti, l’uno opposto all’altro e non possono in nessun modo coesistere. La loro coesistenza comporterebbe nell’immediato l’impossibilità di stabilire alcunché, cioè, l’impossibilità stessa della logica, se non come modalità argomentativa, ma di sicuro non come processo veritativo. Ora, dato che il non essere è assenza di essere, non si fa presente all’intelletto se non mediante l’essere; ma l’essere non si fa presente mediante altro, poiché tutto ciò che si comprende, o lo si comprende come non ente, o come ente in potenza, o come ente in atto. Quindi, il non essere ha bisogno dell’essere, ma l’essere non ha bisogno del non essere. Cioè, i molti hanno bisogno dell’uno, ma l’uno non ha bisogno dei molti, perché è autosufficiente. Il che significa che l’universale, cioè la premessa maggiore, può essere stabilita con certezza e, quindi, possiamo fare tutte le deduzioni che vogliamo. Se dunque il non ente può venire compreso soltanto mediante l’ente, e l’ente in potenza soltanto mediante l’ente in atto, e l’essere disegna lo stesso atto puro di essere, ne segue che l’essere è ciò che per primo si fa presente all’intelletto, e questo essere è atto puro. Ma quest’ultimo non è l’essere particolare - che è un essere limitato, in quanto mescolato con la potenza -, né l’essere analogo, poiché questo non partecipa che in minima parte dell’atto, per il fatto che è in minima parte. Resta perciò stabilito che quell’essere è l’Essere divino. Tutto questo, naturalmente, sempre a condizione di tenere stabilmente separati l’essere e il non essere, cioè, l’uno e i molti. A pag. 392. Vedrai, altresì, che questo Essere è totalmente privo di non essere, e perciò senza principio, senza fine ma eterno. Vedrai inoltre che non ha in Sé, in alcun modo, qualcosa che sia estraneo all’essere stesso, e perciò che non è unito con nessun’altra cosa ma è assolutamente semplice. Vedrai che in esso, che è privo di ogni imperfezione ed è perciò in sommo grado perfetto. Vedrai, infine, che non ha in Sé stesso alcunché di diverso da Sé, ed è perciò assolutamente uno. Questo Essere, dunque, che è puro, semplice e assoluto, è l’Essere primo, eterno, assolutamente semplice, totalmente in atto, perfettissimo, assolutamente uno. E questo è l’essere della contemplazione, ciò che si vede, perché se quando si pensa, si afferma, si immagina che qualcosa sia quello che è, si compie esattamente questa operazione, e cioè questa cosa è l’essere in quanto essere, ed è priva di non essere, perché se ci fosse il non essere in questo essere che io vedo, questa cosa che io vedo non sarebbe quella che è, ma sarebbe altro, o meglio, sarebbe anche altro. Ma non la posso gestire. A pag. 398. Quindi, poiché si distinguono in forza delle loro proprietà, hanno proprietà personali e pluralità di ipostasi, traggono origine per emanazione, e vi è tra esse un ordine, non perché l’una venga dopo l’altra nel tempo, ma perché l’una trae origine dall’altra. Vi è altresì processione, la quale non implica alcun mutamento di luogo, ma una libera aspirazione dovuta all’autorità di colui che genera, e che è la stessa che ha colui che manda rispetto a colui che è mandato. Poiché, d’altra parte, le tre Persone sono una sola realtà, è necessario che in esse vi sia unità nell’essenza, nella forma, nella dignità, nell’eternità, nell’esistenza e nell’immensità. Quando, dunque, consideri questi attributi singolarmente, ciascuno in sé stesso, hai modo di contemplare la verità. Quando li pone a confronto l’uno con l’altro, hai modo di essere innalzato fino all’ammirazione più alta; dunque, perché la tua anima si levi in virtù dell’ammirazione, alle meraviglie della contemplazione, è necessario considerare insieme tutta questa realtà. Cioè, fare dei molti uno. A pag. 402. In questo passaggio, perché esso sia perfetto, è necessario che tutte le attività intellettuali siano lasciate da parte e che il culmine dell’affetto si trasfonda e si trasformi interamente in Dio. Questo stato è mistico e segretissimo e “nessuno lo conosce all’infuori di chi lo riceve”, né lo riceve se non chi lo desidera, né lo desidera se non chi è infiammato fino nell’intimo dal fuoco dello Spirito Santo, che Cristo mandò sulla terra. Per giungere a questo stato, niente può la natura e poco il darsi da fare; bisogna, quindi, concedere poco alla ricerca e moltissimo alla compunzione; poco al linguaggio esteriore e moltissimo alla letizia interiore; poco alla parola e allo scritto e tutto al dono di Dio, cioè allo Spirito Santo. Questa è la condizione non soltanto dell’itinerario dell’anima Dio, ma anche e soprattutto, che è la cosa che a noi interessa, della logica. La logica funziona esattamente così: devi cessare di pensare, perché se pensi incominci a porti domande intorno al fondamento della logica. Il che verrebbe naturale: la logica dice così, sì ma perché? Quindi, deve imporre la cessazione del pensiero. Una volta che si è cessato di pensare, allora è possibile eseguire tutte le operazioni del caso. Per esempio, Mendelson ha potuto compiere tutte le operazioni, cioè eseguire tutti i calcoli proposizionali che ha messo in atto nel suo manuale di logica matematica, perché semplicemente ha obbedito in un certo qual modo al dettato di Bonaventura, cioè di non pensare più l’assenza totale di fondamento della logica. Lui la sfiora, però poi non trae nessuna conclusione da questa cosa. È solo a questa condizione che può compiere tutte le operazioni. Ecco perché l’ineffabile è la condizione di tutto quanto: perché soltanto se si cessa di pensare allora si possono eseguire tutte le operazioni, perché, se si pensa, succede come diceva Heidegger: la scienza non pensa, non deve pensare, se pensa cessa di essere scienza, è un’altra cosa. E, allora, ecco che questo percorso dell’anima a Dio, che non è altro che l’estasi mistica, è il percorso, lui lo dice in modo assolutamente esplicito, è necessario che tutte le attività intellettuali siano lasciate da parte. Queste cose costituiscono un ottimo avvio per il lavoro che ci apprestiamo a fare perché in tutti questi autori, che considereremo, vedremo con facilità e rapidità qual è l’oggetto della loro estasi mistica, che cosa stanno contemplando, qual è l’ineffabile che pongono a condizione di tutto, e cioè qual è il limite che impongono al pensiero, oltre il quale il pensiero non deve andare. Questo invito a cessare di pensare non è altro che l’invito ad appoggiarsi alla logica, come dire: smettete di pensare ed eseguite il calcolo logico, perché la logica è un calcolo, è come una macchinetta che esegue un compito in base a certe regole stabilite. Cioè, cessate di pensare ed eseguite il compito che vi è stato affidato. E questo rende anche conto dell’enorme successo che ha avuto la logica: invitando a non pensare toglie di mezzo il problema. È come se la logica sorgesse proprio nel momento in cui il problema del suo fondamento è stato cancellato e, quindi, non resta che eseguire delle operazioni. La logica, diciamo, sorge come rimedio alla retorica. La retorica è l’esplosione di senso, l’πειρον, mentre la logica è esattamente l’opposto, è la chiusura. Tuttavia, non possiamo non considerare che senza lo stabilire l’uno non è possibile l’accesso ai molti, quindi dobbiamo ottenere dalla logica l’uno per potere accedere ai molti. D’altra parte, non possiamo accedere all’uno se non attraverso i molti, perché chi ci fornirà l’universale da cui partiamo? I molti, gli astratti. E, allora, ci troviamo di fronte a una situazione tale per cui la logica ci impone di giungere all’uno, all’unità, e a questo punto, o cessiamo di pensare, come vorrebbe la logica, come vorrebbe tutta la ideologia connessa anche con la logica, come vorrebbe anche Bonaventura, oppure questo uno diventa l’occasione per cogliere i molti, per accoglierli, perché senza questo uno io non posso pensare, perché l’uno impedisce il pensiero, perché una volta raggiunto l’uno il pensiero si ferma, si arresta, non c’è altro da pensare, come quando si dice che questo è così e basta, cosa devo pensare? Niente, una volta che ho stabilito quello, il pensiero cessa, non ha più ragione di essere. Per questo, dicevo, la logica in fondo invita a non pensare, però la logica, ponendo l’uno, invece, mentre pone l’uno pone, nonostante lei, i molti; perché l’uno e i molti, la logica e la retorica, sono due momenti dello stesso: se tolgo la retorica tolgo la logica, se tolgo la logica tolgo la retorica.

Intervento: Anche perché la retorica, per essere efficace, deve argomentare logicamente.

Esatto, deve quindi stabilire qualche cosa, deve affermare qualche cosa, e per affermarlo deve essere uno; ma come stabilisco questo uno? Attraverso i molti. E, invece, se avete fatto attenzione, qui Bonaventura, quando parlava dell’essere, ci diceva che dobbiamo considerare l’essere senza i molti, perché solo così possiamo pensare che qualche cosa sia quella che è e, quindi, incominciare a svolgere operazioni, per esempio la preghiera, nel suo caso, o altre cose del genere. Tutte le argomentazioni sono costruite dalla logica, dal trivio, come diceva prima: la grammatica, che dice come si costruiscono le proposizioni perché abbiano un senso; la logica, che dice come utilizzarle per concludere delle cose, quindi per potere decidere, per potere deliberare, ecc..; la retorica, che dice come utilizzarla per persuadere, per convincere altri della bontà del mio dire, in modo che tutti quanti si convincano e non facciano come Eunomio, che era un miscredente.

Intervento: In un certo senso l’estasi era già nella retorica perché, lo ha detto lei stesso ora, bisognava convincere, quindi evocare un buon sentimento. I teologi successivi l’hanno formalizzata però nella logica, ma in un certo senso si vuole sempre raggiungere lo stesso scopo.

Sì, solo che l’idea è stata che con la logica si potesse raggiungere lo stesso scopo ma in modo permanente, perché la logica fissa una verità eterna, che non dipende dal momento, dalla situazione, ma è sempre così.

Intervento: Pertanto richiede l’ineffabile, perché l’ineffabile si chiama eterno sopra lo spazio, ecc. Cosa che la retorica invece non fa perché è contingente.

Esatto. È in continuo movimento, in un divenire continuo, mentre la logica fissa qualche cosa che deve essere quella, per cui, se oggi 2 + 2 fa 4, anche domani posso essere sicuro che sarà 4, non è che domani succederà chissà che, perché dura nel tempo, è indifferente al tempo e al luogo. Intervento: Quindi, coloro che sostengono che Zenone sia stato il padre della logica sbagliano.

Esatto. Ecco il problema che mi ero dimenticato di dire. In effetti, Zenone ha fama di essere appunto l’iniziatore della dialettica, ma non è vero. Quello che ha fatto lui era retorica perché lui non voleva giungere a qualche verità assoluta, certa, perenne, lui voleva combattere i detrattori di Parmenide, era un agone il suo, quindi puramente e assolutamente retorico; nulla a che fare con la dialettica. La dialettica nasce con Platone quando deve stabilire che cos’è veramente l’ente e, quindi, deve togliere i molti, cioè tutte le determinazioni. Poi gli scompare anche l’ente, ma questi sono dettagli... Leggeremo la prossima volta Dionigi Areopagita, anzi, Pseudo Dionigi perché Dionigi era un leguleio dell’Areopago, da qui Areopagita, vissuto nel primo secolo, mentre quello di cui ci occuperemo, il filosofo, è del V-VI secolo. Poi, leggeremo qualche cosa ancora di Ugo di San Vittore, e poi passeremo a Boezio, che, pur essendo del V-VI secolo, ha anticipato per molti versi l’opera di Tommaso. Dopo Boezio incominceremo a occuparci di Tommaso, leggendo questi due agili volumetti, uno sulla verità e l’altro sul male, cioè l’uno e i molti. Bisogna leggerli perché qui in Tommaso c’è veramente la formalizzazione dell’uno rispetto alla verità e dei molti rispetto al male, cosa che poi è diventata acquisita. Infatti, il tomismo non è stato presente soltanto nel tempo di Tommaso, il tomismo è presente ancora oggi. Ancora oggi la scuola tomistica fa scuola di logica, perché Tommaso ha dato un fortissimo impulso alla logica, era assolutamente convinto che la logica potesse giungere alla verità. È Dio che ci mostra il cammino, certo, però siamo noi che con il nostro intelletto attraverso lo strumento della logica possiamo giungere alla verità. Fatto questo naturalmente dovremo considerare Bacone, La scienza sperimentale, e Ockham, la logica dei termini, poi leggeremo qualche cosa anche di Bruno, De causa principio et uno; poi, Spinoza, perché tutto questo ci porta a considerare la natura. Spinoza ci mostrerà come la natura comprenda Dio e come Dio comprenda la natura e che, quindi, come siano la stessa cosa. Dopodiché, ecco che oramai la logica è diventata prioritaria su tutto: Discorso sul metodo di Cartesio; Leibniz, La monadologia; poi, qualche cosa dell’illuminismo, che rischiara tutto; poi, Newton, Il trattato sull’Apocalisse, che deve essere divertente, perché lui ci credeva a queste cose; infine, mi occuperò di scritti di Koyré, Scritti newtoniani, Scritti galileiani e copernicani. Del lavoro su Galilei, Copernico, Keplero, ecc., se ne occuperà Gabriele, ché è campo suo, la fisica. A quel punto dovremmo essere in condizioni di non potere più non accorgerci all’istante dell’intervento della religione nel dire, nel pensare, in qualunque cosa. Deve essere istantaneo, fulmineo. Questo è il lavoro che ci aspetta. C’è anche Campanella, ma di Campanella sicuramente non leggeremo il testo più famoso, La città del sole, ma un più breve scritto, che si chiama Del senso delle cose e della magia. Allora il neoplatonismo era rivolto fortemente all’aspetto magico, quindi religioso, che era fortemente presente. Mi sono dimenticato di Marsilio Ficino e anche di Cusano, La dotta ignoranza. Ficino, in effetti, è l’ultimo grande teologo neoplatonico. Poi, si passa alla natura, alla logica, alla scienza.