17 giugno 2026
Nicolò Cusano Il Dio nascosto
Questa sera parleremo di teologia apofatica, È quel pensiero che muove dalla presupposizione che una verità assoluta esista ma non sia conoscibile, non accessibile agli umani. Ora, cosa la distingue dalla teologia catafatica, quella positiva? La distingue il fatto che la teologia catafatica suppone che sia possibile - basta pensare a Tommaso, a tutta la Scolastica - che sia possibile attraverso la logica trarre le verità degli articoli di fede e, quindi, coglierne la verità soltanto con la ragione, cosa che nella teologia negativa non è possibile, la teologia negativa nega questa possibilità. La teologia negativa dà anche lei per scontato che esista una verità assoluta, che è Dio naturalmente, ma che non è conoscibile, non è determinabile in modo univoco. Abbiamo letto Heisenberg, anche lui pensa che la realtà ci sia, ma non sia determinabile in modo univoco, che è esattamente quello che sosteneva Cusano. Ora, la teologia negativa non è stata inventata da Cusano, l’ha inventata Plotino, mille anni prima di lui. Se, invece, pensate a Max Planck, la sua era una teologia positiva, perché come Tommaso giunge ad affermare che è necessario che ci sia un qualche cosa da cui si parte, qualcosa di stabile, di fermo, quindi in un certo qual modo conoscibile, e che deve esserci; e noi sappiamo che deve esserci e sappiamo anche che cos’è. La questione che poneva Max Planck: non possiamo conoscere tutto, però dall’inizio un qualcuno, un qualche cosa, deve avere dato quell’abbrivio che ha incominciato a fare girare gli elettroni intorno al nucleo. Da quel momento in poi tutto quanto ha preso avvio, ma senza quell’abbrivio non sarebbe accaduto niente. Poi, da quel momento in poi, come avrebbe detto Antonio nel Giulio Cesare: malanno ormai sei scatenato, segui il corso che vuoi. Ora, la teologia negativa con Cusano, in questo non aveva torto Cacciari, ha avuto una fortuna straordinaria. Intanto, occorre pensare che la teologia negativa ha posto un limite, un margine, alla chiamiamola pure arroganza della teologia positiva, quella della Scolastica, la scuola di Tommaso. Arroganza che è rimasta ancora oggi nei predicatori domenicani, i quali immaginano ancora oggi di potere, attraverso la logica, senza avere le idee molto chiare su che cosa sia la logica, di trovare la verità degli articoli di fede, in modo incontrovertibile, inconfutabile. Cosa che non è, naturalmente. Ora, in questo libro ci sono vari scritti di Cusano. Prima di leggere quello che a noi interessa di più, cioè il Dio nascosto, volevo leggervi qualche cosa tratta invece da un altro breve scritto, sempre di Cusano, che si chiama La ricerca di Dio. Dice delle cose interessanti che rendono conto anche della fortuna che ebbe la teologia negativa. Ma quelli che videro che la sapienza e la perenne vita intellettuale non possono essere colte se non date in dono dalla grazia, e che la bontà di Dio onnipotente sarebbe stata così grande da esaudire quanti invocano il suo nome, furono fatti salvi. Essi si umiliarono confessando la propria ignoranza e disposero la loro vita adeguandola al desiderio della sapienza eterna. E questa è la vita dei virtuosi, i quali procedono nel desiderio dell’altra vita che ci è stata raccomandata. Quindi, la cosa fondamentale è confessare la propria ignoranza, cioè sottomettersi a questa verità, a questo indeterminato che determina ogni cosa. Ora un’altra questione curiosa. Dio va cercato dunque con il desiderio di afferrarlo, e lo si ricerca teoricamente con quella corsa che conduce chi corre alla quiete del movimento, solo allorché lo si cerchi con desiderio grandissimo. Quindi, già ci dà l’idea che questa corsa, questa ricerca si acquieta arrivando all’uno, arrivando alla conoscenza. Perciò, non ci avvieremo correttamente a cogliere la sapienza se non la cercheremo con il massimo desiderio. Se la si cerca così si è certi di cercarla bene per quella strada lungo la quale essa stessa si lascerà trovare manifestandosi. Non è spiegato bene perché Dio voglia che lo si cerchi con tanta pervicacia. Una condotta di vita virtuosa, l’osservanza dei comandamenti, la devozione sensibile, la mortificazione della carne, il disprezzo del mondo e altre cose di questo genere accompagnano rettamente colui che cerca la vita eterna e la sapienza divina. Il disprezzo del mondo. Qui il cristianesimo, attraverso la teologia negativa, è come se avesse autorizzato a disprezzare il prossimo. Questa autorizzazione a disprezzare il prossimo viene dal fatto che chi segue la via di Dio ha comunque la verità, e questo lo autorizza, anzi, quasi lo obbliga, perché fa parte della vita virtuosa, lo dice qui: il disprezzo del mondo, quindi di coloro che non pensano come lui. È un’autorizzazione a disprezzare gli altri. Ora, disprezzare il prossimo è un’attività che dà una soddisfazione immensa, perché se io disprezzo gli altri vuole dire che mi sento infinitamente al di sopra e loro sono sotto i piedi. Detto questo possiamo passare al Dio nascosto. È un dialogo che si svolge tra un cristiano e un gentile. Dice il gentile, ti vedo inginocchiato molto devotamente, versare lacrime d’amore, non false in verità ma sincere. Vorrei chiederti, chi sei? Sono un cristiano. Cosa adori? Dio. Chi è il Dio che adori? Non lo so. Come puoi adorare con tanta serietà ciò che non conosci? Adoro perché non conosco. Ora, dice il gentile, trovo sorprendente che un uomo possa essere preso da ciò che ignora. E il cristiano: Mi meraviglia di più che un uomo sia preso da ciò che crede di conoscere. Qui c’è tutta la questione centrale della teologia negativa: il credere di conoscere, quella cosa che i Greci chiamavano δοξάζειν. Dice: perché conosce meno ciò che crede di sapere di ciò che è certo di ignorare. Dal momento che non si può conoscere nulla, mi sembra folle chiunque ritenga di sapere qualcosa. Ecco, non si può conoscere nulla. Qui in Cusano questa questione della conoscenza, che non consente di conoscere nulla, è presente. Era una delle conclusioni anche di Heisenberg. In fondo questa cosa si è conservata e si è mantenuta fino al giorno d’oggi: non è possibile conoscere nulla, o, come si dice in modo triviale, nessuno ha la verità in tasca. È la stessa cosa, cioè non c’è la possibilità di un’assoluta certezza. E allora, dice il cristiano, intendo per scienza l’apprendimento della verità. Chi dice di sapere dichiara di aver appreso la verità, ma come può essere appresa la verità se non tramite se stessa? Non la si apprende infatti, allora che colui che apprende è prima e ciò che ha appreso è dopo. Quindi, apprendere la verità attraverso se stessa. Qui naturalmente potrebbero sorgere una serie di aporie: o la verità si fa conoscere attraverso delle sue determinazioni, che non sono la verità, e pertanto la verità si fa conoscere attraverso ciò che la verità non è, oppure la verità non ha nessun modo per farsi conoscere, a meno che la verità non sia appunto Dio, il quale la rivela ai comuni mortali. Il gentile dice che per lui la verità è appresa per se stessa, il cristiano dice sei palesemente in errore. Infatti, non vi è verità al di fuori della verità, come non esistono il cerchio al di fuori della circolarità e l’uomo al di fuori dell’umanità, la verità non è perciò reperibile al di fuori della verità, né diversamente né in altro. Qui utilizza un argomento che è tipico di Platone, ma un po’ più smaccato. Il cavallo e la famosa cavallinità: c’è una cavallinità dalla quale io posso conoscere il cavallo. Naturalmente, questa argomentazione di Platone è quella stessa argomentazione che poi lo portò a una aporia nel Parmenide, cioè l’impossibilità di determinare qualcosa se non attraverso altro. E dice ancora il cristiano: non sei nulla in realtà al loro riguardo, cioè alle cose, ma solo credi di sapere. Se infatti ti interrogassi sulla quiddità di ciò che richiedi conoscere, risponderesti di non poter esprimere la verità che è proprio dell’uomo o della pietra. Che tu sappia che l’uomo non è la pietra è dovuto non alla scienza grazie alla quale conosceresti l’uomo, la pietra, la differenza che intercorre fra di loro, ma unicamente all’accidente, alla diversità delle operazioni e dalle figure, distinguendo le quali attribuisce ad essi nomi diversi. È infatti un movimento che si produce nella ragione discernente a imporre i nomi. Qui un’altra questione interessante, perché avrete notato che è esattamente ciò che si pensa oggi, perché la domanda che si fa lui - come fai a sapere che un uomo è un uomo - come lo sa? Poi, già il porre questa domanda è una bizzarria, perché parto già dal presupposto di sapere che cosa è un uomo, e quindi è già una contraddizione in termini. Lui dice, la quiddità, l’essenza: come fai a conoscere l’essenza delle cose? In effetti, è il discorso che fa ancora oggi la scienza: non possiamo conoscere la verità assoluta, possiamo soltanto avvicinarci alla verità. Quindi, la scienza non è altro che un percorso, una via, un metodo per avvicinarsi alla verità, che però non può essere raggiunta. E qui fa un discorso che è prettamente teologico, cioè non esiste che una sola verità, non vi è infatti che un’unità e la verità coincide con l’unità, perché è vero che una sola è l’unità. Come pertanto nel numero non si trova che una sola unità, così nei molti non si trova che l’unica verità. I molti qui sono ricondotti all’unica verità, sono resi innocui. Per questa ragione chi non coglie l’unità ignorerà sempre il numero e chi non coglie la verità nell’unità non potrà conoscere mai nulla per davvero. Tutta la questione posta da Aristotele che riguarda il fatto che l’unità, che l’universale è composto dai particolari, è completamente scomparsa. Ma ormai già da tempo non c’era più questa cosa, da quando Porfirio aveva risolto il problema di Aristotele. Sebbene costui credo di sapere veramente, si prova tuttavia senza difficoltà che quanto è il diritto di sapere, questo è conosciuto in maniera ancora più vera. Qui è il verificazionismo di Popper, cioè io dimostro la verità di una certa affermazione, però posso dimostrarla ancora con altre affermazioni, e poi con altre ancora, e poi con altre ancora, e quindi è un processo che tende all’infinito. Un oggetto visibile può essere visto in modo più vero di quel che tu sia in grado di vedere, lo si vedrebbe infatti con più verità per mezzo di occhi più acuti. Un oggetto visibile non è dunque visto da te come esso è in verità. La stessa cosa vale per l’udito e gli altri sensi. Tutto ciò che conosci, non per quella scienza per mezzo della quale potrebbe davvero essere conosciuto, non è appreso nella verità, bensì diversamente e in altro modo. Ma apprendere diversamente e in altro modo, dal modo che è la verità stessa, non è apprendere la verità. Perciò folle è colui che crede di conoscere qualcosa nella verità ed invece ignora la verità. Non verrebbe forse reputato folle quel cieco che pretendesse di distinguere i colori non avendo egli alcuna nozione del colore? Qui continua a fare esempi su esempi; è la tecnica dei teologi fare continuamente esempi per rendere le cose più perspicua. Ma è una questione assolutamente attuale, perché sono le argomentazioni che ancora oggi si opporrebbero a chi dicesse di conoscere la verità. Tu dici di conoscere la verità, ma c’è qualcuno che magari la conosce meglio perché vede meglio le cose, perché le capisce meglio, perché intende meglio, perché ha più informazioni; quindi, quello che tu sai è sempre comunque difettoso, parziale, inadeguato. Ma si chiede il gentile, ma se non si può conoscere nulla, chi allora tra gli uomini è sapiente? Il cristiano dice è da considerarsi sapiente chi sa di non sapere... E qui è Socrate, cioè chi è al massimo livello di arroganza. ...e venera la verità, chi sa che senza di essa non può prendere nulla, né l’essere, né il vivere, né l’intendere. Dice il gentile, forse è proprio questo che ti ha spinto all’adorazione: il desiderio di essere nella verità. È così infatti, non onoro il Dio che i tuoi gentili credono a torto di conoscere e a cui hanno imposto un nome, ma piuttosto quel Dio che è la medesima ineffabile verità. Questo Dio, di cui parla Cusano, è il Dio di Abramo, è quel Dio inventato nel IV secolo avanti Cristo, più o meno, ma che è la condizione di tutto il pensiero occidentale a tutt’oggi. Non viene più citato lui in quanto tale, Dio, ma si sottintende quando si parla di una verità che c’è e che ci deve essere, anche se non la conosciamo perché siamo limitati, perché ancora la scienza non ce l’ha fatta vedere, quando un giorno ce la mostrerà saremmo a posto. Questa verità che cos’è se non Dio? È il Dio di Cusano, della teologia negativa. E dice ancora il gentile: ma perché tu onori il Dio che è la verità e d’altra parte noi stessi non intendiamo onorare un Dio che non sia nella verità? Vorrei chiederti, fratello, qual è la differenza tra voi e noi? Ci sono molte differenze, dice lui. Ma in questo consiste l’unica e massima. Noi onoriamo la stessa verità assoluta, non mescolata ad altro, eterna e ineffabile. Voi, invece, onorate la verità non come essa è in sé, ovvero assoluta, ma come è nelle sue opere, non l’unità assoluta ma l’unità nel numero e nella moltitudine, ed è in questo modo che cadete in errore, perché la verità che è Dio non è comunicabile all’alterità. Da qui l’autorizzazione al disprezzo di tutti quanti: voi non sapete niente. In fondo, la prima forma di teologia catafatica, cioè positiva, è stata quella di Paolo, che diceva che cosa Dio è: Dio è bontà, è verità, ecc. La teologia negativa è stata inventata da Plotino, quindi grosso modo un secolo dopo Paolo, ed è stata un’invenzione straordinaria perché è ancora quella cosa che fa dire a Kant, millecinquecento anni dopo, che tutto ciò che è determinato, determinabile, muove dall’indeterminato, cioè da ciò che non possiamo conoscere. Dice il cristiano: so che tutto ciò che conosco non è Dio e che tutto ciò che concepisco non è simile a Lui. Infatti, Egli è al di sopra di tutto. Il gentile: Dio, dunque, è nulla. No, non è nulla, perché il nulla risponde al nome di nulla. Se non è nulla allora è qualcosa. Non è neppure qualcosa, qualcosa non è infatti ogni cosa. Dio invece non è qualcosa ma piuttosto ogni cosa. Affermi cose sorprendenti, che Dio che adori non è né nulla né qualcosa, nessuna ragione è in grado di afferrare tali verità. Ecco che qui gliela offre proprio sul piatto d’argento, e infatti dice: Dio è al di sopra del nulla e del qualcosa, il nulla gli obbedisce, di fatti per divenire qualcosa; e questa è l’onnipotenza divina grazie ad essa in verità egli supera tutto ciò che è e ciò che non è, cosicché gli obbedisca sia ciò che non è sia ciò che è. Egli fa sì che il non essere giunga all’essere e che l’essere passi al non essere. Pertanto, non è nessuna di quelle cose che sono al di sotto di lui e che la sua onnipotenza precede. Ecco perché, essendo tutte le cose da lui, non si può dire che Dio sia questo piuttosto che quello. Ed è anche il trucco, la magia che viene operata dalla teologia per evitare le contraddizioni, le aporie e i paradossi, perché Dio è al di sopra dei paradossi, è lui che li ha inventati, così per darci un po’ di movimento, ma è al di sopra, quindi non possiamo attribuire la contraddizione a Dio in nessun modo. Il gentile dice: può essere nominato? Piccola cosa è quella che ha nome, ciò la cui grandezza non può essere concepita resta ineffabile. Ma Dio è ineffabile? chiede il gentile. Il cristiano: non è ineffabile ma esprimibile al di sopra di tutte le cose, dato che è causa di tutte le cose nominabili. Come può essere privo di nome colui che dà il nome alle cose? Il gentile dice: è esprimibile e inesprimibile a un tempo. Neppure questo, dice lui. Dio non è la radice della contraddizione, ma è la stessa semplicità che precede ogni radice. Non si deve perciò dire che è esprimibile e inesprimibile un tempo. Dirò che non è né nominato né non nominato, e neppure che è nominato e non nominato insieme, ma che tutte le cose che si possono dire disgiuntivamente e congiuntivamente, per consenso o contraddizione, non gli convengono a causa dell’eccellenza della sua infinità. Egli, infatti, è il principio unico, anteriore a ogni pensiero che sia possibile formulare intorno a lui. Questa questione andava molto di moda negli anni ‘60-’70, al tempo dello strutturalismo. Si incominciavano a porre esattamente queste questioni: qualche cosa che è nominato ma anche non nominato, che si può dire ma anche non si può dire insieme. Che cosa ci fa pensare a una cosa del genere? Che è un qualche cosa di cui non sappiamo nulla, che però dobbiamo pre-supporre per potere fare tutte le affermazioni che facciamo, ma che non può essere interrogato ulteriormente, perché oltre non si può andare. È questo che faceva lo strutturalismo, ma, almeno in parte, anche la semiotica ha percorsa questa via, del porre simultaneamente una cosa e il suo contrario, mantenendoli però sempre separati. Cosa potremmo dire a questo punto? Che ciò che nominiamo, sì, possiamo anche convenire sul fatto che non nominiamo la cosa propriamente, perché nominandola diciamo dell’altro, ma il fatto è che questo altro che diciamo è quella cosa che noi vorremmo nominare, lo è, ma non è un’altra cosa. Come dire che, ponendo l’equazione A è non-A, non c’è una contraddizione propriamente, perché noi abbiamo detto giustamente di che cosa è fatta la A, è fatta di ciò che la A non è, cioè delle sue determinazioni, qualunque esse siano, che non sono la A, naturalmente. Ma queste cose, che non sono la A, sono la A necessariamente, perché l’abbiamo stabilito noi. Se, invece, non si pone la questione in questi termini, allora ci si trova di fronte a una sorta di muro invalicabile, cioè le cose sono nominabili ma anche non nominabili, ma non si sa perché, se non perché riguardano cose che sono al di là degli umani. Così dunque, dice il gentile, a Dio non converrebbe l’essere, si esprime correttamente, egli perciò è nulla. No, non è il nulla e neppure non lo è, né del resto egli non lo è e lo è insieme, ma è fonte e origine di tutti i principi dell’essere e del non essere. Insomma, in altri termini, sta ponendo un qualche cosa che deve funzionare da garanzia contro l’impossibile o il problema del linguaggio. Pone un qualche cosa che funziona da garanzia, e cioè che risolva tutte le aporie non risolvibili di cui è fatto il linguaggio. Questo è il compito della teologia, certo, ma soprattutto in questo caso della teologia negativa, risolvere il problema del linguaggio, perché è sempre questo che deve essere risolto da quando c’è il cristianesimo. Prima non costituiva un problema, nel senso che non era qualcosa da risolvere, da eliminare, anzi, era un’occasione per Democrito, per Eraclito, per lo stesso Parmenide. Non era un impiccio, lo è diventato dopo, quando è sorta la necessità, dopo Plotino, di determinare l’Uno, che non è determinabile se non attraverso altro. Dice il gentile: Dio è la fonte dei principi dell’essere e del non essere? No. Ma lo hai appena affermato. Ho detto il vero quando l’ho affermato e dico il vero quando lo nego. Questa è la tecnica che viene utilizzata. Perché? E qui dovrebbe dare una spiegazione. Perché, se vi sono taluni principi dell’essere e del non essere, Dio è ad essi anteriore. Il non essere non possiede il principio del proprio non essere, bensì dell’essere. Il non essere ha infatti bisogno del principio onde poter essere. C’è così, dunque, il principio del non essere perché altrimenti senza di esso il non essere non sarebbe. Come diceva Parmenide: il non essere non è, semplicemente. È altro dalla verità? No, dal momento che a lui non può convenire l’alterità, ma è prima di tutto ciò che noi concepiamo e chiamiamo verità, superiore all’infinito. C’è il finito e tutta una serie di livelli, c’è il più finito, il meno finito. Dice allora il gentile: ma non chiamate Dio il vostro Dio? Sì. Quindi dite il vero o il falso? Né l’una cosa o l’altra cosa, né entrambe. Noi diciamo il vero sostenendo che questo sia il nome, né tuttavia affermiamo il falso, giacché non è falso che questo sia il suo nome. E neppure dichiariamo il vero e il falso insieme, perché la semplicità divina precede tutte le cose, sia le nominabili sia le non nominabili. Perché lo chiamate Dio, allora, se non ne conoscete il nome? Perché questo nome possiede una certa somiglianza con la perfezione divina. Si dice Dio da θεωρέω , cioè vedo, e infatti Dio è nella nostra regione come la vista è nella regione dei colori. Non si coglie il colore in altro modo che per il metodo della vista e perciò, perché possa cogliere liberamente ogni colore, il centro della vista è privo di colore. Questa sarebbe la sua dimostrazione del fatto che, come riporta ancora mille anni dopo Kant, l’indeterminato è la condizione del determinato, cioè questa luce che non ha colore è la condizione dei colori. Ora, qui non ci interessa l’aspetto fisico ma solo quello argomentativo. Secondo la regione del colore la vista è nulla piuttosto che qualcosa. Infatti, la regione del colore non percepisce l’essere al di fuori di essa, ma afferma l’esistenza di tutto ciò che è contenuto nel suo ambito. Qui non si trova la vista; dunque, la vista che esiste senza colore non ha nome nella regione del colore, giacché non le si addice alcun nome di colore; eppure è proprio la vista che, mediante la sua facilità di distinguere, attribuisce un nome a ciascun colore. Segue la conversione del gentile. Sia dunque benedetto nei secoli Dio che è nascosto agli occhi di tutti i sapienti del mondo. È benedetto perché è nascosto agli occhi dei sapienti del mondo. Ecco perché posso disprezzare tutti, perché io so che lui c’è, ma è nascosto agli occhi del mondo. Ora, tutte queste cose che appaiono straordinariamente attuali, perché fanno parte ormai del discorso di chiunque, anche se Cusano è del XIV secolo, un secolo abbondante dopo Tommaso. Tutto ciò appare straordinariamente attuale perché, come dicevo all’inizio, e qui aveva ragione Cacciari, il pensiero di Cusano, cioè la teologia negativa, si è imposta sul pensiero occidentale, si è imposta perché, di nuovo, esige la sottomissione, esige l’ammissione di ignoranza, cosa che non era presente nella Scolastica.
Intervento: È una variante della finitezza dell’essere umano.
Sì, certo, e ha aperto la via in modo palese tutta la questione posta poi da Hegel rispetto all’anima bella, perché l’anima bella si fonda su questo pensiero, sulla teologia negativa, e si nutre di questo per potere disprezzare l’altro, che abbiamo visto non è una cosa facoltativa, è quasi un obbligo che ha di disprezzare il mondo, quindi quelli che lo abitano. Questo disprezzo degli altri procede da un sapere che è al di sopra di tutti. Certo, c’è anche Paolo in tutto questo, chiaramente, e cioè la teologia positiva, ma qui è articolato, è come se venisse “illustrato”.
Intervento Mi viene da pensare che la teologia positiva si presta alla confutazione, la teologia negativa no.
Sì, e questo è un elemento importante.
Intervento: Perché se io dico che qualcosa è, qualcuno può sempre dire che non è, ma se dico che è ma anche non è…
Sì, infatti, dice bene perché il tomismo, quindi la Scolastica, Tommaso in prima istanza, a che cosa si è appellato per evitare questo? Alla realtà. La realtà è ciò che è sotto gli occhi di tutti e che nessuna persona sana di mente potrebbe negare. Quindi, se attraverso gli eventi riconduco le cose, che voglio imporre o proibire, alla realtà, allora nessuno può oppormi nulla perché mi sono appellato alla realtà, e alla realtà non ci si può sottrarre. Ora, certo, la questione della realtà è sempre presente, perché in fondo è la verità, quella verità che deve essere imposta ma che non può essere esibita. Infatti, lui ringrazia alla fine perché ha posto un Dio che non è accessibile, come diceva prima: sia benedetto Dio che è nascosto agli occhi di tutti i sapienti del mondo. Questa verità deve rimanere nascosta agli occhi di tutti per poterr essere praticata. Il tentativo della Scolastica, come dicevamo, di porre la realtà in effetti ha funzionato fino a un certo punto, perché poi anche la realtà viene interrogata, viene problematizzata e mostra la sua inconsistenza.
Intervento: Il riferimento alla realtà poteva far passare in secondo piano la figura di Dio.
Sì, ma Tommaso si è messo bene al riparo da una cosa del genere perché la realtà possiamo coglierla logicamente, ma questo perché Dio ci ha offerto la logica per conoscerlo meglio.
Intervento: Ora diciamo che la realtà non è più Dio a garantirla ma la ragione.
Sì, è diventato poi il principio di ragione, certo. Oggi, per esempio, non è che ci sia propriamente un dibattito su queste questioni, gli ultimi che ogni tanto ne accennavano ormai sono ultraottantenni Cacciari, Sini, Severino, e qualcun altro che adesso non ricordo. Ora, questo filone di pensiero, che chiamiamo filosofia continentale, un heideggerismo in fondo, non ha più molti seguaci, oggi pensatori che esprimano delle questioni notevoli non se ne trovano, come se, in effetti, anche il pensiero heideggeriano, si fosse sottomesso alla tecnica.
Intervento: Pensavo più agli analitici con la questione delle neuroscienze…
Sì, hanno dovuto rivolgersi alle neuroscienze, però non è più propriamente una filosofia analitica, è diventata una scienza.
Intervento: Anche l’intelligenza artificiale, se non avesse il sostegno delle neuroscienze non avrebbe fatto tutta la strada che ha fatto.
Può darsi, adesso non lo saprei.
Intervento: Scusi, mi sembra che anche Cacciari, nella Metafisica concreta, si sia reso conto di questo problema. La metafisica concreta è il tentativo di costruire una sorta di ponte tra la metafisica e la scienza, che è un tema storicamente sempre esistito, ma che però possiamo dire sia stato dimenticato. Per Cacciari la metafisica non è una cosa che sta sulle nuvole…
Per Cacciari rimane un problema perché, in effetti, da quanto ricordo del suo intervento di presentazione di questo libro, Metafisica concreta, è come se si fosse trovato di fronte al problema di Cusano - infatti, lui lo apprezza moltissimo - della coincidentia oppositorum. In fondo, è questa coincidenza degli opposti ciò che lui va cercando, fermandosi lì però, nella coincidenza degli opposti, e questo dovrebbe essere quel ponte famoso che connette la scienza con la filosofia, con la metafisica.
Intervento: Ricorda un po’ quelle operazioni che si facevano in ambienti religiosi, quando si voleva cercare il momento di dialogo tra tutte le religioni. Creare una sorta di atmosfera in cui si possa in qualche maniera dialogare, per uscire da questa contrapposizione che, per esempio. c’è tra la filosofia e la scienza.
Sì, non è possibile uscire da questa contrapposizione tra metafisica e scienza se non si tiene conto che sono la stessa cosa. Non c’è una contrapposizione.
Intervento: Nel momento stesso in cui la scienza iniziasse a interrogare i suoi fondamenti incontrerebbe la metafisica.
Certo. non può uscire dalla metafisica, perché non può togliere ciò su cui si sostiene. Questa coincidentia oppositorum ha avuto una grandissima fortuna, ma ancora oggi c’è questa idea che è diventata poi l’ideologia di mettere insieme cose che praticamente non vogliono stare insieme. L’idea è quella di trovare questo ponte famoso, che anche Cacciari cerca, ma che non c’è, perché questa opposizione non esiste in natura, questa opposizione è fantasmatica, è un’idea. Questo per dire dell’attualità del testo di Cusano, che ha a che fare con l’ideologia che si è costruita rispetto alla coincidentia oppositorum. Per fare coincidere questi opposti prima occorre crearli, in quanto opposti; solo dopo posso parlare di coincidentia oppositorum, ma prima devo crearli, e cioè fare in modo che questi opposti vengano creduti essere tali.
Intervento: Devo creare il nemico per raggiungere la pace.
Esattamente. Questa è la sintesi della coincidentia oppositorum.