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15 luglio 2026

 

Giordano Bruno De la causa principio et uno

 

Ogni produzione, di qualsiasi voglia sorte che la sia, è un’alterazione, rimanendo la sostanza sempre medesima, perché non è che una, uno ente divino, immortale. /.../ Avete dunque come tutte le cose sono ne l’universo, e l’universo è in tutte le cose, noi in quello, quello in noi. e cossì tutto concorre in una perfetta unità. Qui occorrerebbe considerare il fatto che la magia, visto che abbiamo posto la questione, presuppone, in effetti, che ci sia questa perfetta unità, e cioè che tutto quanto tenda all’uno. Solo in questo modo è possibile in un certo qual modo prevedere le cose, e cioè governarle, perché la magia dopo tutto immagina di poter governare le cose. Sono governabili se so dove vanno, cosa fanno. E dove vanno? Vanno verso l’uno. E cosa fanno? Si uniscono. Ecco come non dobbiamo travagliarci il spirto, ecco come cosa non è per cui sgomentarne doviamo. Perché questa unità è sola e stabile, e sempre rimane; questo è uno e eterno; ogni volto, ogni faccia, ogni altra cosa è vanità, è come nulla, anzi è nulla tutto lo che è fuor di questo uno. C’è l’uno e il nulla. Quelli filosofi hanno ritrovata la sua amica Sofia, li quali hanno ritrovata questa unità. Medesima cosa a fatto è la Sofia, la verità, la unità. Hanno saputo tutti dire che è vero, uno ed ente son la medesima cosa, ma non tutti hanno inteso; perché altri hanno seguitato il modo di parlare, ma non hanno compreso il modo di intendere di veri sapienti. Aristotele. Adesso se la prende di nuovo con Aristotele. ...tra gli altri, che non ritrovò l’uno, non ritrovò lo ente, e non ritrovò il vero, perché non conobbe come uno lo ente... Certo che no, perché l’ente è i molti. ...e benché fosse stato libero di prendere la significazione de lo ente comune alla sustanza e all’accidente, e oltre de distinguere le sue categorie secondo tanti geni e specie per tante differenze, non ha lasciato però di essere non meno poco avveduto nella verità per non profondare alla cognizione di questa unità ed indifferenza de la costante natura ed essere... Cioè, sta accusando Aristotele di non avere puntato all’unità, all’uno. ...e come sofista ben secco, con maligne esplicazioni e con leggiere persuasioni pervertere le sentenze de gli antichi e opporsi a la verità, non tanto forse per imbecillità di intelletto, quanto per forza d’invidia e ambizione. Insomma, sta accusando Aristotele effettivamente di ciò che ha reso Aristotele grande, cioè non avere pensato all’ente come l’uno, ma avere piuttosto pensato all’entelechia, cioè alla coappartenenza di dynamis e energheia. Dite che quel tutto che si vede di differenza ne gli corpi quanto alle formazioni, complessioni, figure, colori e altre proprietadi e comunitadi, non è altro che un diverso volto di medesima sustanza: volto labile, mobile, corrottibile di uno immobile, perseverante ed eterno essere; in cui son tutte forme, figure e membri, ma indistinti e come agglomerati, non altrimenti che nel seme, nel quale non è distinto il braccio da la mano, il busto dal capo, il nervo da l’osso. La qual distinzione e sglomeramento non viene a produrre altra e nuova sustanza, ma viene a ponere in atto e compimento certe qualitadi, differenze, accidenti ed ordini circa quella sustanza. E quel che si dice del seme a riguardo de le membra de gli animali, il medesimo si dice del cibo... /.../ Però volete che quello che è generato e genera, (o sia equivoco o univoco agente, come dicono quei che volgarmente filosofano), e quello di che si fa la generazione, sempre sono di medesima sustanza. Questo è il fulcro del pensiero di Bruno: tutta la sostanza, la materia è una ed è solo quella, ed è dappertutto. Per il che non vi sonarà mal ne l’orecchio la sentenza di Eraclito che disse tutte le cose essere uno.,, Il problema è che Eraclito non ha detto questo, ma è l’uno è tutte le cose. D’altra parte anche lui ha tradotto Eraclito come neoplatonico, come ha fatto anche il Diels. ...e perché tutte le forme sono in esso conseguentemente tutte le diffinizioni gli convengono; e pertanto le contraddittorie enunciazioni son vere. È quello che fa la moltitudine ne le cose, non è lo ente, non è la cosa, ma quel che appare, che si rappresenta al senso ed è nella superficie della cosa. /.../ Cossì la lunga scrittura e la prolissa orazione non intendemo, se non per contrazione ad una semplice intenzione. L’intelletto in questo dimostra apertamente come ne l’unità consista la sustanza delle cose, la quale va cercando o in verità o in similitudine. Credi che sarebbe consummatissimo e perfettissimo geometra quello che potesse contraere ad una intenzione sola tutte le intenzioni disperse nei principi di Euclide; perfettissimo logico che tutte le intenzioni contraesse ad una. Quindi è il grado de le intelligenz: perché le inferiori non possono intendere molte cose, se non con molte specie, similitudini e forme; le superiori intendono megliormente con poche, le altissime con pochissime, perfettamente. /.../ ...tra tanto non più credemo comprendere di sustanza e di essenza, che sappiamo comprendere di indivisibilità. Quindi i Peripatetici e Platonici infiniti individui riducono ad una individua raggione di molte specie… /.../ ...Perché, trattando fisicamente poi, non conoscemo uno principio di realtà ed essere di tutto quel che è, come una intenzione e nome comune a tutto quel che si dice e si comprende. Il che certo è accaduto per imbecillità dell’intelletto. /.../ prendi i segni e le verificazioni per le quali conchiuder vogliamo gli contrarii concorrere in uno, onde non sia difficile al fine inferire che le cose tutte sono uno, come ogni numero tanto pare quanto impare, tanto finito quanto infinito, se riduce all’unità; la quale, iterata con il finito, pone il numero, e con l’infinito, nega il numero. I segni le prenderai dalla matematica, le verificazioni da le altre facoltadi morali e speculative. /.../ Or, quanto a’ segni, ditemi: che cosa è più dissimile alla linea retta che il circolo? Che cosa è più contrario al retto che il curvo? Pure nel principio e minimo concordano, atteso che, come divinamente notò il Cusano, inventor di più bei segreti di geometria, qual differenza troverai tu tra il minimo arco e la minima corda? Oltre, nel massimo, che differenza trovarai tra il circolo infinito e la linea retta? Non vedete come il circolo, quanto è più grande, tanto più con il suo atto si va approssimando alla rettitudine? /.../ Quivi certamente bisogna dire e credere che, sì come quella linea che è più grande, secondo la raggione di maggio grandezza, è anco più retta: similmente la massima di tutte deve essere in superlativo più di tutte retta; tanto che al fine la linea retta infinita vegna ad esser circolo infinito. Ecco dunque come non solamente il massimo e il minimo convengono in uno essere, come altre volte abbiamo dimostrato, ma ancora nel massimo e nel minimo vegnono ad essere uno e indifferente gli contrari. Cioè, ci sta dicendo esattamente, al contrario di Aristotele, come tutti i contrari - non a caso cita la coincidentia oppositorum di Cusano - convergono e si trasformano tutti nell’Uno. Ora, la cosa interessante qui è che ci sta dicendo come funziona la magia. Per esempio, la linea curva all’infinito diventa una retta, e viceversa, cioè i molti diventano uno. Ma anche l’uno può diventare i molti, che però devono di nuovo diventare uno. Qui il problema è che qualche cosa diventa qualche cos’altro: la curva diventa retta, come fa? Una cosa diventa un’altra: non è questo che fa la magia? Quindi, ci sta dicendo in fondo che una cosa diventa un’altra, che è il fondamento della magia. Ma perché una cosa diventi un’altra occorre che sia quella cosa e sia quell’altra, che sta per diventare, siano tutte all’interno di un tutto omogeneo, di un tutto che è in un certo qual modo prevedibile. Il fatto è che l’uno non diventa i molti, una cosa non diventa ciò che quella cosa non è, non può diventarlo. La potenza non diventa atto. Questo è il punto centrale, importantissimo, pensato da Aristotele: la dynamis non diventa energheia, non c’è un diventare qualche cos’altro; che presuppone che entrambi siano quello che sono e che uno, diventando l’altro, scompaia nell’altro. In fondo, potenza e atto sono l’in sè e il per sé di Hegel: l’in sè che diventa per sé e che poi torna sull’in sé; il per sé, quindi l’atto, scompare a vantaggio della potenza. Non c’è questo diventare altro, nessuna cosa diventa altra. E qui Aristotele ha inteso perfettamente la questione: l’uno non diventa i molti, perché l’uno è, i molti, non può diventare ciò che è già. Se l’uno è i molti non diventa i molti; per potere diventare molti occorre che l’uno sia separato dai molti, che siano due cose distinte e separate. Solo allora c’è questo viaggio dall’uno ai molti. Ma tutto il pensiero, parliamo di venticinque secoli di pensiero grosso modo, si è dato da fare per stabilire come l’uno diventi i molti e, soprattutto, come i molti diventino uno. In fondo, è quello che dice Hegel.

Intervento: Lo stesso Plotino non ci spiega il perché della processione.

No, come si fa? Da qui la magia, non si può spiegare la magia. Si può spiegare la prestidigitazione va bene, ma la magia quella non si spiega.

Intervento: Quindi, la separazione richiede la magia.

Si, e anche l’unificazione. Senza la magia, senza questa operazione, la linea curva non diventa mai retta, la X non diventa mai l’1 del limite, perché non lo è e non lo sarà mai.

Intervento: A meno che non siamo già entrambe le cose.

Esatto. Anche nella teoria dei limiti, quando la X viene detta che diventa 1, lo diventa per magia, perché non c’è nessuna ragione per cui diventi 1.

Intervento: Una santa induzione.

Ma a questo punto, hai detto bene, perché verrebbe quasi da pensare che l’induzione, l’analogia, sia il supporto, diciamo, logico, argomentativo della magia, perché l’induzione fa apparire magicamente ciò che non è e non può essere, in nessun modo, ma la fa apparire. Per questo Aristotele diceva l’universale: sì, certo, diceva l’universale è per induzione, ma questo universale non è altro che i molti, ciò che abbiamo raggiunto non è un qualche cosa che non è più, e cioè i molti, è i molti. L’ousìa è i praedicamenta. E questo è molto interessante perché, in effetti, accostare l’induzione alla magia ha delle implicazioni non da poco, tenendo conto che sull’induzione si fonda praticamente tutto. E sappiamo anche perché: perché la deduzione deve partire da un universale e l’universale come lo costruiamo? Per induzione, cioè per magia.

Intervento: Anche il discorso scientifico ha gli stesi presupposti.

Intervento: Non solo, ha anche un’origine misterica.

Sì, è quello che ancora pensava Kronecker: i numeri ce li ha dati Dio, non possono mentire. Però, questa è una direzione straordinariamente interessante: l’induzione come la base argomentativa della magia. Questa sì che è da proseguire come discussione, ma ci sono ancora due cose qui. In conclusione, chi vuol sapere massimi secreti di natura, riguardi e contemple circa gli minimi e massimi di contrari e oppositi. Profonda magia e saper trar il contrario dopo aver trovato il punto dell’unione. A questo tendeva con il pensiero il povero Aristotele, ponendo la privazione, a cui è congiunta certa disposizione, come progenitrice, parente e madre della forma; ma non vi poteva aggiungere. Non ha possuto arrivarvi, perché, fermando il piè nel geno dell’opposizione, rimase inceppato di maniera che, non descendendo alla specie de la contrarietà, non giunse né fissò gli occhi al scopo; dal quale errò a tutta passata, dicendo il contrario non posser attualmente convenire in un soggetto medesimo. Principio di non contraddizione. Sta accusando Aristotele di non avere sintetizzato i contrari nell’uno. Per Aristotele i contrari non vengono sintetizzati nell’uno ma permangono fin tanto che la potenza e l’atto non si compongono in una unità. L’entelechia è il loro compimento, in quanto due elementi che si coappartengono, ma non compongono mai l’unità in Aristotele. Ed è stato esattamente questo, ciò di cui lo accusò Bruno: Aristotele non è arrivato all’uno. Teofilo. Come il denario è una unità similmente, ma complicante; il centenario non meno è unità, ma più complicante; il millenario non è unità meno che le altre, ma molto più complicante. Complicante: che comprende molti elementi. Questo che ne l’aritmetica vi propono, devi e più alta- e semplicemente intenderlo ne le cose tutte. Il sommo bene, il sommo appetibile, la sommo perfezione, la somma beatitudine consiste nell’unità che complica il tutto. Complica nel senso che mette insieme il tutto. Questo è il finale de La causa principio et uno: tutte le cose trovano il sommo bene nel tornare all’uno. Da qui anche le fantasie. Se io sono Dio, sono l’uno, tutti quanti vogliono tornare a me, tutti quanti vogliono, hanno bisogno di me. Per questo è anche irrinunciabile. In fondo, Bruno ci ha detto soltanto che tutte le cose devono tornare all’uno, come già aveva detto Plotino, ma ha aggiunto che tutte queste cose sono fatte tutta della stessa materia, per cui si possono manipolare e la magia può riuscire. Perché la magia prevede che ci sia un ordine, un’armonia cosmica che, opportunamente sfruttata, consente di compiere dei prodigi, cioè di fare apparire le cose, ecc. Ma la cosa interessante qui è ciò che riguarda proprio l’induzione, porre la magia come fondamento argomentativo…

Intervento: L’universale è fatto dei particolari, perché c’è un’anima del mondo che tiene in mente queste cose. Mettere insieme questi particolari, va bene, ma metterli insieme attraverso che cosa? Un atto di forza, ύπάρχειν, dice Aristotele.

Intervento: Invece, in Bruno è l’anima del mondo che garantisce questa cosa.

Esattamente. Garantisce questa cosa e garantisce anche della validità e della necessità delle implicazioni.

Intervento: L’analogia funziona perché mette in rapporto due cose, ma occorre che ci sia un elemento comune che consenta questo rapporto.

Sì. Questo elemento comune è l’amore.

Intervento: La deduzione, perché noi abbiamo detto tante volte che i logici mondiali avevano bisogno di garantire che il passaggio nella deduzione fosse vero.

Certo, i passaggi sono autenticati dal Dio, in questo caso dall’anima del mondo, che lega tutti gli elementi. L’induzione, in effetti, è una particolare forma di inferenza logica, che è alla base della deduzione, come notava già Mendelson, perché è l’unica cosa che consente di partire da un universale. E come sappiamo la deduzione ha bisogno di un universale da cui muovere, sennò cosa deduce, da che cosa? Da qualcosa che glielo fornisce l’induzione. Ora, però è sottile questa cosa, perché l’induzione non è altro che la magia, cioè fa apparire qualche cosa, come dicevamo prima, che non è e non può essere. La curva non sarà mai una retta, per quanto cerchi di adattarla. Tenderà sempre all’infinito, tende, certo, tende. Ma il fatto che diciamo appunto che tende, vuole direi che non è, sennò non diremmo che tende, diremmo che è. Questo, in effetti, l’altra volta non era ancora chiaro questo aspetto, quando parlavo della magia come di ciò che ci consente di parlare. Parliamo attraverso la magia. Non era chiaro allora il concetto, ma adesso comincia a prendere forma. Noi parliamo magicamente perché parliamo sempre per induzione, perché abbiamo bisogno di universali per affermare qualcosa, e l’universale può fornircelo soltanto l’induzione, che è la magia. Quando diciamo “questo è così, le cose stanno così” è come se avessimo convertito il piombo in oro, in un certo senso. Si tratta di articolare bene la questione perché ha delle implicazioni notevoli. Vuole dire che tutto il pensiero, almeno da Platone in poi, perché prima non c’era questa velleità di stabilire come stanno le cose… Sì, l’idea di trovare il principio, la la causa delle cose, sì, certo, ma non c’era questa idea di trovare l’assoluto, questo principio primo assoluto, che poi è quello che “trova” Platone, che cerca Aristotele, che poi trova altro. Ma è una invenzione della metafisica, cioè di Platone, perché è Platone che ha inventato la metafisica. Da qui tutte le maledizioni di Nietzsche verso Platone. È come se da Platone tutto il pensiero, quindi tutta la patristica, tutta la teologia e poi tutto il discorso scientifico, ecc., fino ad oggi, sia stato sorretto da questa idea di potere magicamente dire come stanno le cose. Perché dire come stanno le cose è quello che ciascuno fa ininterrottamente, perché è il linguaggio che funziona così, cioè occorre una sintesi, una διαίρεσις, unione e separazione, di molti farne uno, certo, per poterlo affermare. Ma lo posso affermare solo attraverso l’induzione, quindi, di fatto, non lo posso mai affermare, nonostante lo si faccia ininterrottamente. Ma soltanto la magia rende conto di questa operazione, cioè solo magicamente è possibile affermare qualcosa, affermarlo con certezza, affermare una verità epistemica. È una bella questione questa su cui lavorare perché, come dicevo prima, ha degli effetti per il momento ancora inimmaginabili. È di una tale portata, come se per un verso azzerasse tutto il pensiero di duemila anni, riducendolo a un giochetto di magia per bambini. Quindi, pensate a tutto il pensiero, escludiamo Aristotele, ma da Platone in poi, che ha avuto questo unico obiettivo: dare uno statuto, direi quasi, più che logico, ontologico all’induzione. Tant’è che alla fine l’analogia è diventata santa, mica per caso. Perché l’analogia non conclude a niente di certo, è un’analogia: sembra, assomiglia, sarà così, non sarà così. Ma se diventa santa, come molti teologi hanno affermato, allora il discorso cambia, perché a questo punto si santifica la magia. Ecco perché il cristianesimo è l’unica magia consentita per legge: l’ostia che diventa..., il pane che diventa il corpo, il vino che diventa il sangue. Certo, è facile obiettare a cose del genere, è come sparare sulla Croce rossa. Sono idiozie talmente grosse, così grosse da essere credute per duemila anni.

Intervento: Aristotele aveva in fondo cercato di riportare l’uomo con i piedi per terra.

Sì, aveva fatto bene Raffaello in quel quadro con la mano di Aristotele rivolta verso il basso, mentre quell’altro, Platone, con la mano verso l’alto. Come fanno tutti i fondamentalisti, che puntano sempre l’indice verso l’alto, dove c’è Dio, a testimone di quello che sto per dire o per fare. Sì, Aristotele è stato il primo e, infatti, è stato anche quello più emendato di tutti. Il primo, come sappiamo, è stato Porfirio, che si è affrettato a sbarazzarsi della sostanza come di ciò che si dice, le categorie, ponendola a fianco dell’uno. Il fatto è che, ponendo in discussione la magia, cominciando a porre dei problemi relativamente alla magia, non ci si può più esimere dalla responsabilità di ciò che si afferma e, quindi, di ciò che si fa. Non avviene più per una magia ma avviene per una mia decisione. Come diceva già Nietzsche: ciò che fu, io volli che fosse. Tutto il pensiero occidentale governato dalla magia, sorretto dalla magia, tutto quanto. Questa sì che è una bella storia.