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10 dicembre 2025

 

Bonaventura - Itinerario dell’anima a dio

 

Stavo considerando il lavoro che stiamo facendo, a partire dall’idea dell’estasi mistica, cioè la contemplazione del vero, che stiamo percorrendo in questi libri antichi di teologia. È come se questo progetto stesse prendendo una forma più determinata, cioè, intendere questa questione dell’estasi mistica, quindi della contemplazione del vero, con tutto ciò che comporta nella teologia, ma poi a un certo punto questa contemplazione passa dalla teologia propriamente alla natura. Ora, questi libri, che ho qui davanti, sono quelli che ci serviranno, non solo questi, perché a un certo punto, intorno all’anno mille, la logica diventa predominante. Sappiamo già che è stato Anselmo a intraprendere la via e poi, soprattutto, Tommaso. Ma cosa ha consentito alla logica di diventare prioritaria? L’idea che l’induzione, l’analogia, sia qualcosa di santo, è come se venisse santificata. Doveva essere santificata perché sennò non poteva dire niente. L’induzione, quella che i greci chiamavano έπαγωγή, cioè la similitudine, doveva essere in qualche modo sostenuta dalla santità. Ed è stato Gregorio di Nissa forse il primo a porla in questi termini, a dare cioè all’induzione, all’analogia, un valore veritativo che prima non aveva, perché l’analogia, appunto, è somiglianza. Ora, questo è stato un passaggio fondamentale, perché senza la santificazione dell’analogia la logica è nulla, la logica ha bisogno dell’analogia per costruire l’universale, senza il quale non fa niente. Quindi, santificare l’analogia è valso, poi lo vedremo con Tommaso, a santificare la logica. Qui ci sono questi due volumetti, uno sulla verità e l’altro sul male, cioè l’uno e i molti. Comunque, dicevo, la logica, più che un mito, attraverso questo passaggio è diventata santa, garantendo la logica, la santità dell’universale, perché senza quello la logica non fa niente. E questo ha consentito, da Tommaso in poi, la priorità assoluta della logica, che si è poi conservata fino a oggi: la logica è considerata a tutt’oggi il fondamento della matematica e, quindi, di tutto, di tutta la tecnica, di tutta la scienza. Questo passaggio è stato possibile mettendo la logica in questa posizione di privilegio, che prima non aveva. In effetti, è stato con il Medioevo che è stato posto il trivio: grammatica, retorica e logica o dialettica. Prima, c’era, sì, la grammatica, anche la retorica, ma la dialettica? Nei grandi pensatori questo aspetto non era molto tenuto in considerazione, cioè il fatto che attraverso il ragionamento si potesse raggiungere la verità, la verità assoluta, perché non c’era il concetto di assoluto. Poi, con Aristotele sappiamo cos’è accaduto. Ma si può considerare il fatto che attraverso la logica si passa, quindi Tommaso e Abelardo, si passa alla scienza: Bacone, Guglielmo di Ockham: con la scienza sperimentale, si avvia il discorso della scienza. Questo è importante perché subito dopo, quindi siamo già nel XIV secolo più o meno, compare Spinoza, che dà questa indicazione precisa: Dio e la natura sono la stessa cosa, la natura si può conoscere attraverso la logica: questa è la presupposizione. Non solo, perché in quel periodo operano personaggi come Cartesio e Leibniz. Di Cartesio leggeremo Il discorso sul metodo, solo questo perché è l’unico che ci interessa; di Leibniz La monadologia. Quindi, a questo punto la contemplazione del vero diventa contemplazione, sì, certo, sempre della verità epistemica, ma di una verità epistemica che è possibile reperire attraverso la logica, attraverso il calcolo. Quindi, rimane, sì, almeno inizialmente, la verità rivelata da Dio, ecc., però, è stato Tommaso il primo a dare l’avvio: la ragione, quindi la logica, viene da Dio, che ce l’ha data per conoscere al meglio le sue proprie verità. E arriviamo all’illuminismo, al secolo dei Lumi. Voltaire riprende in un certo modo - perché non lo riprende propriamente - il discorso di Spinoza sulla natura, quindi della ragione, quindi della logica, quindi della scienza. Scienza che nasce in quei secoli, il XV-XVI secolo grosso modo: Copernico, Galilei, Newton, Keplero, ecc. Tutto questo è stato possibile attraverso questi passaggi: la santificazione dell’induzione, dell’analogia, che ha consentito di potere santificare la logica, cioè dare un fondamento concreto alla logica, santa, e quindi poterla utilizzare. Come dicevo prima, per esempio, i presocratici non è che facessero chissà quale uso della logica, intendendo qui logica come quel processo veritativo che deve condurre all’assoluto, alla verità, al sapere come stanno le cose. In questo periodo accade una cosa singolare. Per esempio, Newton e il suo Trattato sull’Apocalisse. Newton, uno dei padri fondatori, potremmo dire, della scienza moderna, ha scritto un libro sull’Apocalisse, sulla religione, sostenendola. È come se mostrasse che la religione è il fondamento della scienza, perché la scienza ha bisogno di una religione che dica come stanno le cose, cioè, che possa garantire gli universali. Senza gli universali, senza questa idea di assoluto, non si fa niente. Ora, questo lavoro che faremo è un po’ come il lavoro che fece Beierwaltes rispetto al neoplatonismo, cioè, reperire passo dopo passo nei testi l’estasi mistica, cioè, la contemplazione del vero assoluto nei secoli, fino a mantenersi a oggi. E questo si può fare con i testi che abbiamo a disposizione, passando peraltro anche per Bruno, che tra l’altro Beierwaltes cita come neoplatonico. Anche se, in effetti, con l’illuminismo si scivola verso lo gnosticismo, da cui poi la Riforma, il Cristianesimo, ecc. Sono tutte ideologie gnostiche, quindi neoplatoniche, sono la stessa cosa. Quindi, questa operazione, che è un po’ quella che ha fatto Beierwaltes, dovrebbe portarci a intendere in modo preciso in che modo a tutt’oggi sia dominante l’estasi mistica, cioè, la contemplazione del vero. In ogni ideologia, potremo dire in ogni pensiero, in ogni opinione, c’è la contemplazione del vero. Questa contemplazione del vero è stata possibile col cristianesimo, con l’idea dell’assoluto, che prima non c’era. È stato Plotino, certo, con l’idea di qualcosa che può solo essere contemplato, ma non argomentato, non può essere interrogato, si può solo contemplare. Quando qualcuno sostiene qualche cosa, qualunque cosa non importa, in quel momento è come se contemplasse il vero. Leggendo qualche pagina di Saint Just si vede come l’idea di partire dalla contemplazione del vero possa giustificare ogni cosa. Il vero è trascendente, è quella cosa che permette qualunque operazione, qualunque agire, di qualunque tipo, nell’assoluta convinzione di agire nel giusto, per il bene di qualunque cosa, non importa.

Intervento: È qualcosa in realtà che si sente, che si può sentire. Fa pensare a qualcosa che cattura, rapisce.

È qualcosa che non si può argomentare né può essere confutato: “Io sento questo”, è impossibile da confutare. Si può dire eventualmente che ciò che sente è il risultato di una serie di argomentazioni, ma è difficile perché non vuole sentire parlare di una cosa del genere, perché ovviamente minerebbe la santità di quello che sente, la divinità di quello che sente. E questa è stata la genialata di Plotino: ha raggirato ogni possibile argomentazione. Per lui l’argomentare non serve più, cioè, la persona che pensa non serve più perché la verità c’è. Prima dicevo: dove ci conduce tutto questo? Conduce, o dovrebbe condurre, all’assoluta consapevolezza di che cosa accade quando si pensa qualche cosa, quando si ha un’opinione, quando si crede una qualunque cosa, di qualunque tipo. Perché questa cosa che si crede, che si pensa, non viene più argomentata perché è così, per una serie di buoni ragioni, ma è così, non si discute, cioè, cessa il pensiero teoretico. In effetti, l’estasi mistica e il pensiero teoretico sono agi antipodi, chiaramente. Quando arriveremo a quel punto sarebbe interessante, sarebbe possibile scrivere un libro che mostri il percorso compiuto dall’estasi mistica, dalla religione, all’interno del discorso fino ad oggi, come si sia mantenuta e quali ne siano gli effetti. Perché l’effetto del pensiero religioso è che qualcosa che non può e non deve essere interrogato. Questo è il fondamento di ogni religione: c’è una cosa che non deve essere interrogata: l’ineffabile. Quindi, pone un limite al pensiero: puoi pensare sino a qui, dopo no, dopo non devi. Cosa che è impensabile nel pensiero teoretico. Dovremo leggere grosso modo una trentina di libri. Prevedo un paio d’anni abbondanti, perché noi leggiamo grosso modo una dozzina di libri all’anno, tenendo conto che, sì, ci sono quelli che, come quello di mercoledì scorso, chiudiamo in una serata, ma ci sono anche dei volumi come questi due che già sono 4.000 pagine, quindi sono impegnativi. È un lavoro però che promette di essere di straordinario interesse. Vedere come si è costruita la scienza sulla religione seguendo gli enunciati nei loro testi, Cartesio, Leibniz, ecc.

Intervento: Il punto di svolta è stata l’invenzione della logica.

Sì, quello è stato esattamente il punto di svolta, intorno all’anno 1000. Lì cessa l’agostinismo, e cioè la grazia di Dio che governa tutto, e subentra la logica, subentra Anselmo, subentra Tommaso, e la logica diventa prioritaria. E questo ha consentito la nascita della scienza.

Intervento: C’è quasi un passaggio gnostico. Prima eravamo nelle mani di Dio...

È l’idea dell’illuminismo, Voltaire, i pilastri dell’illuminismo: con la ragione noi possiamo tutto. Si abbandona Dio senza rendersi conto che questo Dio, che vogliono abbandonare, è lì presente nelle cose che stanno dicendo, e cioè nell’idea che ci sia una verità da scoprire, un assoluto, che governa. Perché poi l’idea della natura è un qualche cosa che governa il tutto, così come la ragione.

Intervento: La natura come ordinamento.

Sì, come legge, e infatti si chiama appunto legge di natura. Una legge inviolabile. Diceva bene, è il momento in cui in effetti il neoplatonismo diventa gnosticismo. Eritis sicut dii.

Intervento: Perché, in effetti, è l’uomo che può diventare Dio in questo modo.

Sì. La scienza ha condotto a questo, fino a oggi dove in effetti questa idea è sempre più presente.

Intervento: L’idea di controllare la natura, dominarla.

Sì, attraverso la ragione. Galilei è stato il primo: la natura è scritta in caratteri matematici e, quindi, possiamo dominarla, possiamo conoscerla.

Intervento: Galilei ha rischiato molto…

Allora non scherzavano su queste cose. Dopo tutto questi pensatori mettevano in discussione il potere della Chiesa sulla verità: io ho la verità, quindi ho il potere e tu non puoi metterlo in crisi, se lo fai è a tuo rischio e pericolo. È questo che la Chiesa non poteva in nessun modo sopportare. Poi, potremmo anche eventualmente leggere gli atti del processo a Bruno. Questo è uno di quei testi che magari abbiamo letti, però adesso andrebbero letti in un altro modo. E poi c’è questo testo di Newton, il Trattato sull’Apocalisse. Boezio ci servirà per accedere a Tommaso, perché la questione della logica viene da lì, è stato Boezio che l’ha, come dire, un po’ sgrezzata, poi Tommaso l’ha formalizzata. Però questo passaggio, di cui dicevo prima, è fondamentale: ciò che è stato fatto dai primi padri della Chiesa, come Gregorio di Nissa, e cioè la santificazione dell’analogia, perché era l’ultimo ostacolo per la logica. La logica è fondata sull’analogia, ma se l’analogia non garantisce nulla, allora neanche logica. Quindi, era necessario che la similitudine, l’analogia e l’induzione diventassero sante, in un certo qual modo, cioè, garantissero la verità.

Intervento: Che dai molti si possa passare all’uno.

Esatto, è sempre questa la questione. La questione trinitaria a modo suo ha risolto il problema. La trinità è il problema dell’uno e dei molti: uno e trino, uno e molti. Come li combiniamo questi molti? Qui l’idea l’aveva già avuta Plotino, attraverso la processione: le ipostasi sono, sì, distinte ma sono un’unica sostanza. È questo che garantisce che nel passaggio non ci siano salti, ma sia tutto consequenziale. Perché un minimo salto, una minima separazione, creerebbe il marasma generale. E questa è stata la soluzione del problema dell’uno e dei morti: Dio uno e trino, la Trinità, che è una ma, essendo una al tempo stesso per processione, consente l’esistenza di altre cose che sono però la sua stessa sostanza. Come dire che da un’implicazione si passa da A a B - se A allora B - perché sono della stessa sostanza. La A e la B sono ipostasi diverse ma sono la stessa sostanza: è questo che garantisce il passaggio. Cioè, ogni implicazione è come se evocasse la trinità per darsi una dignità, in un certo senso. Senza la teoria trinitaria sarebbe stato difficile; teoria trinitaria che hanno preso a mani basse da Plotino - Uno, Intelletto e Anima - l’idea della processione, perché anche lui si è reso conto che sono della stessa sostanza, appartengono all’Uno, non c’è una separazione. Guai se ci fosse una separazione, vorrebbe dire che sono cose diverse, e se è diverso da dove salta fuori? Leggeremo Dionigi Areopagita e Ugo di San Vittore, leggeremo alcune cose che ci interessano, cioè quelle cose che riguardano il linguaggio, perché tutta la teologia trinitaria, lo abbiamo detto varie volte, è una teoria del linguaggio, un discorso costruito per porre rimedio all’impossibile del linguaggio, cioè la separazione tra l’uno e i molti. In tutti questi secoli, anche questi millenni, non si è fatto altro che cercare di limitare il danno che si provoca tra l’uno e i molti quando sono separati. In fondo, la scienza è come se in qualche modo avesse risolto il problema, perché quando si arriva all’illuminismo, Leibniz, Cartesio, grosso modo in quel periodo storico, come si risolve il problema dell’uno e dei molti? Non si risolve, naturalmente, ma si opera questo passaggio da Dio, cioè dalla Trinità, quindi dal problema del linguaggio, alla logica, che dovrebbe aggirare il problema del linguaggio nella supposizione che la logica abbia un potere veritativo. Se la logica può condurre alla verità, allora abbiamo risolto il problema del linguaggio, non c’è più il problema, perché la logica, attraverso i suoi passaggi, più o meno coerenti, ci dice come stanno esattamente le cose. Quindi, è stato aggirato il problema del linguaggio immaginando che la logica fosse l’arma da usare contro il linguaggio. Ancora oggi è così, la logica oggi è diventata tecnologia, è diventata intelligenza artificiale, ecc. In fondo, anche la macchina, il computer, quando arriva l’impulso elettrico, stabilisce ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è buono e ciò che è cattivo: se è buono passa, se è cattivo no, cioè, è sempre esattamente la stessa cosa che si ripropone, strumenti differenti, modalità differenti, ma è esattamente la stessa cosa. Se sei buono vai in paradiso, lo faccio passare; se sei cattivo vai all’inferno, ti blocco: che differenza c’è? Uno-zero, bene-male. La logica ha aggirato questo problema, ma ha potuto aggirarlo perché si è eliminato il problema della logica, che è quello della sua logicità, potremmo dirla così, cioè, del suo fondamento. Teniamo conto che tutti questi personaggi conoscevano Aristotele. L’hanno letto, sì, attraverso i neoplatonici, però ci sono delle pagine di Aristotele nella Fisica ma soprattutto nell’Organon che sono inequivocabili, cioè, l’universale è una costruzione, non esiste in natura. Ma una cosa del genere è una catastrofe di proporzioni inimmaginabili, perché la conseguenza immediata è che non c’è nulla che possa essere sostenuto assolutamente: assolutamente, cioè, come in quanto assoluto. È un bel problema. Sarebbe come se qualcuno, le sue idee, le sue opinioni, ecc., si trovasse continuamente di fronte, non potesse non trovarsi di fronte, al fatto che ogni volta che afferma qualche cosa, che ha un’opinione, questa opinione non è vera né falsa, ma è un racconto tra i mille possibili. A questo punto c’è l’eventualità remota che possa interrogarsi sul perché ha scelto una determinata configurazione a questa cosa. Dico “remota” perché le persone sono lontanissime dal fare una cosa del genere.

Intervento: Sono solo addestrate a distinguere il bene dal male...

Sì, e qui Paolo ha indicato che se io conosco che cosa è bene e cosa è male, posso giudicare gli altri, posso imporre agli altri delle cose, posso dire se fanno bene o se fanno male, se sono buoni o se sono cattivi. È questo che posso fare ed è questo che attrae le persone. Non è tanto una disquisizione teorica sul vero o sul falso. Se io possiedo il vero ho il potere, il potere di impormi sugli altri. Perché è sempre una sorta di evangelizzazione, una soteriologia: io devo salvare l’altro dal suo errore. L’altro sbaglia perché non pensa come me, e quindi devo correggerlo. Il fatto di potere correggere l’altro è fondamentale. Per poterlo fare devo essere garantito da una verità, non può essere solo la mia opinione, deve essere qualcosa di certo, solo allora posso correggere l’eresia.