INDIETRO

 

 

6 maggio 2020

 

Scienza della logica di G.W.F. Hegel

 

Siamo a pag. 464, B. La differenza. La differenza è la negatività che la riflessione ha in sé; è quel nulla che vien detto col parlare identico; è il momento essenziale dell’identità stessa, la quale in pari tempo si determina come negatività di lei stessa, ed è diversa dalla differenza. Questa differenza è la differenza in sé e per sé, la differenza assoluta, la differenza dell’essenza. È la differenza on sé e per sé, non già una differenza per mezzo di un estrinseco, ma una differenza che si riferisce a sé, dunque semplice. La questione con cui esordisce Hegel è di straordinario interesse. Dice che La differenza è la negatività… è quel nulla che vien detto col parlare identico, e cioè quando io parlo, immaginando di dire qualcosa che è quella che è, in realtà ciò che sto dicendo è la negazione di ciò che penso di dire; negazione nel senso che ciò che sto dicendo si porta appresso il contrario, cioè la sua opposta, di ciò che sto dicendo. In altri termini ancora, è come dire che ogni volta che si afferma, che si pone qualcosa, ciò che si pone dilegua nel suo contrario. Poco più avanti. L’altro dell’essenza, all’incontro, è l’altro in sé e per sé, non già l’altro quasi di un altro che si trovi fuori di lui; è la determinatezza semplice in sé. L’altro dell’essenza non è qualcosa che viene da fuori dell’essenza, ma è qualcosa che è nell’essenza stessa, che si produce, potremmo dire così, nella stessa essenza, che non ha bisogno di qualche cosa che venga dal di fuori di lei. Come diceva anche nelle pagine precedenti, non si tratta di opporre un qualche cosa, così come l’essere e il non essere, ma un qualche cosa che ha in se stessa, la sua differenza. A pag. 465. La differenza è l’intiero e il suo proprio momento, come l’identità è parimenti anch’essa il suo intiero e il suo momento. Questa è da considerare come la natura essenziale della riflessione, e come la determinata causa prima di ogni attività e semovenza. Ci sta dicendo come avviene che il linguaggio si produca da sé; il linguaggio non ha bisogno di qualcosa di estrinseco a lui, ha in sé il suo stesso movimento. Movimento che, come abbiamo visto anche in altre occasioni, è il movimento che c’è tra il dire e il detto: il dire si mostra come qualcosa che differisce da sé, in quanto il detto, altro rispetto al dire, torna sul dire e lo modifica, lo altera, lo rende differente da sé. Questo movimento è il movimento che produce il linguaggio e attraverso cui il linguaggio prosegue. È importante notare che questo movimento - il linguaggio, in definitiva – per procedere non ha bisogno di altro che di se stesso. A pag. 481. C. La contraddizione. La differenza in generale contiene i suoi due lati come momenti. Questi lati sono sempre dei momenti, ma dei separati. Nella diversità cotesti lati cadono uno fuori dell’altro indifferentemente; nell’opposizione come tale essi son lati della differenza., determinati soltanto l’uno mediante l’altro, epperò soltanto momenti; ma sono parimenti determinati in loro stessi, indifferenti l’uno di fronte all’altro, ed escludentisi reciprocamente: le determinazioni riflessive indipendenti. Questa è una questione che si pone continuamente, vale a dire che qualche cosa è differente da sé a condizione di essere identico a sé, ed è identico a sé a condizione di essere differente da sé. L’uno è il positivo, l’altro il negativo, ma quello come il positivo in lui stesso, questo come il negativo in lui stesso. Cioè: sono lo stesso, ciascuno dei due è identico a sé per un verso, per l’altro no. Ciascuno ha l’indifferente indipendenza per sé, per ciò che ha la relazione al suo altro momento in lui stesso; così è l’intiera opposizione chiusa in sé. Come questo intiero, ciascuno è mediato con sé dal suo altro e lo contiene. Ma è inoltre mediato con sé dal non essere del suo altro; così è unità per sé ed esclude da sé l’altro. In altri termini, ciascun elemento contiene il suo altro, in quanto tolto; ma “in quanto tolto” non significa che è scomparso, è tolto ma integrato. Quindi, ciascuna cosa è quella che è a condizione di non essere quella che è, perché contiene l’altro, e cioè la sua negazione: ciascuna cosa è in quanto si pone come negazione, come avevamo già visto rispetto all’essenza. Escludendo l’altra sotto quel medesimo riguardo sotto cui la contiene, ed è però indipendente, la determinazione riflessiva indipendente, nella sua stessa indipendenza, esclude da sé la propria indipendenza;… Quindi, è indipendente ma anche dipendente. …perocché questa consiste in ciò che la determinazione riflessiva contiene in sé la determinazione opposta e solo perciò non è relazione verso un esterno, ma consiste anche immediatamente in ciò che la determinazione è se stessa ed esclude da sé la sua determinazione negativa. Così la determinazione è la contraddizione. Questa determinazione contiene in sé la sua negativa; ma simultaneamente, dovremmo dire. La differenza in generale è già la contraddizione in sé; poiché è l’unità di tali che son solamente in quanto non son uno, - e la separazione di tali che sono solo come separati nella medesima relazione. Qui insiste sulla questione cui accennavamo, e cioè che ciascun elemento è se stesso in quanto altro. A pag. 483. La contraddizione si risolve. Nella riflessione escludente se stessa, che è stata considerata, ciascuno, tanto il positivo quanto il negativo, toglie nella sua indipendenza se stesso. Ciascuno è assolutamente il passare o meglio il suo proprio trasportarsi nel suo opposto. Questo incessante sparire dei contrapposti in loro stessi è la prossima unità, che viene ad essere mediante la contraddizione. Essa è lo zero. Questi due elementi si annullano a vicenda. La contraddizione non contiene però semplicemente il negativo, ma anche il positivo; ossia, la riflessione che esclude se stessa è in pari tempo riflessione che pone… Che afferma. …il resultato della contraddizione non è soltanto zero. Il positivo e il negativo costituiscono l’esser posto della indipendenza; la negazione loro per opera di loro stessi toglie l’esser poto dell’indipendenza. Questo è quel che veramente nella contraddizione cade giù. Sta dicendo che, sì, positivo e negativo sono posti in quanto elementi indipendenti, perché ciascuno è quello che è per sé, ma al tempo stesso viene tolta questa indipendenza perché ciascuno è in quanto è il negativo dell’altro. A pag. 484. La sussistenza indipendente è così una unità rientrante in sé per mezzo della sua propria negazione, in quanto rientra in sé mediante la negazione del suo esser posto. Cioè: si nega nel momento stesso in cui si pone. Da questo lato positivo, che la sussistenza indipendente, nell’opposizione, come riflessione esclusiva, fa di sé un esser posto e in pari tempo toglie via di essere un esser posto, l’opposizione non solo è andata giù, ma è rientrata nel suo fondamento. La riflessione esclusiva dell’opposizione indipendente fa di questa un che di negativo, soltanto posto. Con ciò essa rabbassa le sue determinazioni, dapprima indipendenti, cioè il positivo e il negativo, a determinazioni tali che non son altro che determinazioni. Ed in quanto l’esser posto è così fatto essere un esser posto, esso è in generale rientrato nella sua unità con sé; è la semplice essenza, ma l’essenza come fondamento. Mediante il togliersi delle in se stesse contraddicentesi determinazioni dell’essenza, questa è ristabilita, - semplice unità che determina se stessa come un negativo, ma in questo esser posto è immediatamente uguale a se stessa e fusa con sé. È eguale a se stessa ma anche differente. Ed è così che, in realtà, si toglie la contraddizione, perché i due elementi della contraddizione, certo, sono posti, ma sono posti in quanto si negano l’un l’altro; negandosi l’un l’altro si fondono insieme, come dice lo stesso Hegel, dando vita a una unità, che poi non è altro che l’intero. Come fondamento dunque l’essenza è riflessione esclusiva in modo ch’essa fa di se stessa un esser posto, che l’opposizione, dalla quale dianzi si cominciava e che era l’immediato, è la soltanto posta, determinata indipendenza dell’essenza, e ch’essa è soltanto ciò che in se stesso si toglie, mentre l’essenza è quel ch’è riflesso in sé nella sua determinatezza. Come fondamento l’essenza esclude sé da se stessa, si pone; il suo esser posto, - che è l’escluso, - è soltanto come esser posto, come identità del negativo con se stesso. Quando pongo l’essenza non faccio altro che porre l’identità del negativo con se stesso. Questo indipendente è il negativo, posto come negativo; tale che contraddice a e stesso e che rimane quindi immediatamente nell’essenza come nel suo fondamento. La contraddizione risoluta è dunque il fondamento, l’essenza come unità del positivo e del negativo. Qui dà la sua definizione di fondamento: l’unità, l’integrazione di negativo e positivo. Potremmo dire che questa è l’unica forma di fondamento, che naturalmente ha delle implicazioni, dal momento che la ricerca del fondamento, di ciò che permane identico a sé e che garantisce tutto quanto, questa ricerca non trova altro che ciò che si nega mentre si pone. Questo è il fondamento: il negarsi di ciò che si pone nel momento in cui si pone. A pag. 491. E la contradizione non è poi da prender semplicemente come un’anomalia che si mostri solo qua e là, ma è il negativo nella sua determinazione essenziale, il principio di ogni muoversi, muoversi che non consiste se non in un esplicarsi e mostrarsi della contraddizione. Persino l’esteriore moto sensibile non è che il suo esistere immediato. Qualcosa si muove, non in quanto in questo Ora è qui, e in un altro Ora è là, ma solo in quanto in un unico e medesimo Ora è qui e non è qui, in quanto in pari tempo è e non è in questo Qui. Si debbon concedere agli antichi dialettici le contraddizioni ch’essi rilevano nel moto, ma da ciò non segue che pertanto il moto non sia, sibbene anzi che il moto è la contraddizione stessa nella forma dell’esserci. Ciò che c’è è in movimento, ma è in movimento perché nell’intero, cioè nel linguaggio. È per questo e soltanto per questo che le cose si muovono, perché il movimento, come abbiamo visto, è nel linguaggio e non ce ne sono altri. A pag. 495. Il fondamento. L’essenza determina se stessa come fondamento. Come il nulla è dapprima in semplice immediata unità coll’essere, così anche qui, sulle prime la semplice identità dell’essenza è in immediata unità colla sua assoluta negatività. L’essenza è soltanto questa sua negatività che è la pura riflessione. È questa pura negatività come ritorno dell’essere in se stesso. Così essa è determinata in sé, o per noi, come fondamento in cui l’essere si risolve. Si ritorna all’essere e solo a questo punto, in questo ritorno, l’essere ha un’essenza. Essenza come negatività, naturalmente, come ciò che nega l’essere. È per questo che l’essenza è negatività, perché contiene in sé l’essere, che è nulla perché è tolto. Abbiamo visto che l’essere è tolto perché, per stabilire che cosa è l’essere, devo stabilire l’essenza, ma stabilendo l’essenza questa non è l’essere. Quando l’essenza torna all’essere allora l’essere diventa l’intero, in quanto contiene l’essenza, ma a questo punto l’essere è un’altra cosa perché, come dice giustamente Hegel, è un ritorno dell’essere in se stesso, non è più l’essere di cui si stava parlando prima, ma è ciò che appare, ciò che emerge nel momento in cui l’essere ritorna in se stesso. L’essenza, nel determinarsi come fondamento, si determina come il non determinato, e solo il toglier questo suo esser determinato è il suo determinare. In questo esser determinato come in quello che toglie se stesso, essa non è un’essenza proveniente da altro, ma un’essenza che nella sua negatività è identica con sé. A pag. 497. Come fondamento dunque essa si pone come essenza, e nel suo porsi come essenza sta il suo determinare. È l’essenza, in effetti, che determina che cosa l’essere è. Questo porre è la riflessione dell’essenza, la qual riflessione nel suo determinare toglie se stessa, da quel lato è un porre, da questo è il porre dell’essenza, e quindi tutti e due in un sol atto. A pag. 498 c’è una nota. Il fondamento, come le altre determinazioni della riflessione, è stato espresso in un principio: Ogni cosa ha la sua ragion sufficiente, cioè appunto il suo fondamento. Questo in generale non significa altro, se non che: ciò che è, non si deve considerare come un essere immediato, ma come un posto. Cioè, come un’affermazione. Non ci si deve fermare all’immediato esserci o alla determinatezza in generale, ma si deve risalire al suo fondamento o ragion d’essere, nella qual riflessione l’immediato esserci è come tolto e nel suo essere in sé e per sé. Nel principio di ragion sufficiente vien dunque enunciata l’essenzialità della riflessione in sé contro il semplice essere. Come abbiamo visto, l’essenza non è niente altro che la riflessione, riflessione in sé contro il semplice essere, che viene tolto, tolto dall’essenza. A pag. 499. Ma Leibniz contrappose la sufficienza della ragione principalmente alla causalità nel suo senso stretto, cioè come maniera di agire meccanica. Essendo questa in generale un’attività estrinseca, limitata per il suo contenuto ad un’unica determinatezza, le determinazioni poste da lei vengono a collegarsi in maniera estrinseca e accidentale; le determinazioni parziali vengono comprese per mezzo delle loro cause; ma la relazione loro, che costituisce l’essenziale di una esistenza, non è contenuta nelle cause del meccanismo. Questa relazione, l’intero come unità essenziale, sta solo nel concetto, nello scopo. A questo punto si impongono alcune considerazioni. Che cosa ci sta dicendo Hegel in tutto questo? Che quando affermo qualcosa, questo qualcosa che affermo si porta con sé il suo contrario. E questo che implicazioni ha? La prima conseguenza immediata è che l’affermare una certa cosa di per sé non significa nulla se non la necessità di proseguire a parlare. Quando conclude: Questa relazione, l’intero come unità essenziale, sta solo nel concetto, nello scopo, ecco, qui ci anticipa una questione notevole, che è quella della volontà di potenza. Questa relazione è il concetto, è lo scopo. Lo scopo è continuare a parlare. Ci ha detto prima, occorre tenerne conto, che il linguaggio non ha necessità di altro, al di fuori di lui, per proseguire, ha in sé il suo proprio movimento, ce lo dice svariate volte: non è estrinseco, ma è nell’intero, è nel fondamento, è nell’essenza questo movimento che consente al linguaggio di proseguire. Quindi, lo scopo è solo questo: proseguire. Il concetto non è altro che la relazione tra l’essere e l’essenza, quindi, la loro integrazione. Ma integrazione di che cosa? Tra il nulla dell’essere e la negazione dell’essere che è l’essenza. Quando queste due cose si uniscono in un intero, ecco che si ha il concetto, che Hegel indica come lo scopo. Lo scopo è il proseguire di questa relazione, perché questa relazione tra l’essere e l’essenza comporta il movimento. Una volta che questo movimento, diciamola così, è avviato, non c’è modo di arrestarlo perché è il funzionamento stesso del linguaggio. La questione su cui Hegel insiste è che questi momenti dell’intero vanno considerati come momenti, non come separati. Soltanto se li immagino come separati allora posso pensare alla diversità; se invece questi momenti vengono integrati nell’intero, ecco che si pongono come differenza, come differenza non tra l’uno e l’altro, ma come differenza da sé dell’elemento. Tenendo separati questi due momenti allora mi fisso o su uno o sull’altro, cioè do la priorità all’uno o all’altro. Che è esattamente ciò che diceva a proposito della religione nella Fenomenologia dello spirito: la religione è una e consiste nel temere separati i momenti, che invece sono l’intero. Ora, le differenze tra una religione e un’altra sono soltanto dei dettagli rispetto a quale momento e in che modo questo momento diventa prioritario sull’altro. Questa modalità è ciò che comunemente viene intesa come la convinzione: l’essere convinti di qualcosa, l’essere convinti che un elemento e il suo contrario, la sua negazione, possono mantenersi separati. Questo è il principio di qualunque convinzione; per essere convinti di una qualunque cosa occorre essere convinti di questo, che questi due momenti debbono essere mantenuti separati, e cioè che non sono un intero. Non posso essere convinto di una cosa se questa cosa è lo stesso del suo contrario. Il pensiero di Hegel ha questo di straordinario: toglie, sbarazza della religione, cioè della possibilità di una qualunque convinzione, imponendo, in un certo senso, l’intero sui due momenti intesi in quanto separati; distinti, sì, certo, ma non separati, anzi, inseparabili. La religione e la convinzione sono la stessa cosa, hanno la stessa struttura, e cioè hanno la necessità, per potere dirsi, di mantenere separati i momenti dell’intero. Che succede se questi momenti, invece, vengono integrati nell’intero? Innanzitutto, cessa la possibilità della religione, quindi, della convinzione; come dire che non posso più essere convinto di alcunché. Ma se non sono convinto di ciò che si pone, di ciò che affermo, allora ciò che affermo che funzione ha? Indubbiamente, quella di fare proseguire il linguaggio, questo lo sapevamo già, e cioè si parla al solo scopo di continuare a parlare. Ma, oltre a questo, c’è anche un altro aspetto importante: se cessa la convinzione perché non ha più la possibilità di costruirsi, allora tutto ciò che affermo contiene in sé anche il suo contrario, della quale cosa devo tenere conto. È questo in un certo senso il messaggio di Hegel: non posso più non tenere conto che ciò che affermo è anche il suo contrario, cioè è quello che è ma anche ciò che non è, o, in moltissimi casi, ciò che non voglio che sia. Qui entrano altre questioni ma per il momento atteniamoci a questo, e cioè accogliere l’intero, accogliere il linguaggio, non è nient’altro che il non potere più non tenere conto in ciascun atto di parola che ciò che si pone, che affermo, è anche ciò che non voglio affermare. Qui c’è anche Freud tra le varie cose, ma ne riparleremo magari in un altro momento. In ciò che dico c’è anche il contrario di ciò che affermo, e non può non esserci. È questa la questione: non può non esserci in nessun modo. Ogni volta che affermo qualcosa, per poterlo affermare questo qualcosa deve essere anche il suo contrario. E, allora, come posso essere convinto di una qualunque cosa, se questa è anche necessariamente il contrario di ciò che sto dicendo? È ovvio che non posso più essere convinto di nulla, e se non sono convinto di nulla allora posso accogliere ciò che dico per quello che è, e cioè un rinvio che mi rilancia la questione, la sposta verso altro, che è da interrogare, da pensare. Potremmo dire così: se non sono convinto di qualche cosa, allora questa è la condizione per potere continuare a pensare. Qui pensare nell’accezione che ho indicato altre volte, cioè come il farsi carico del problema che è il linguaggio. Ma qual è il problema che è il linguaggio? Hegel ce lo sta dicendo in modo estremamente chiaro, e cioè che la differenza non è tra una cosa e un’altra, ma la differenza è l’essenza stessa della cosa. Quando io trovo l’essenza della cosa trovo la differenza, la differenza da sé di questa cosa, nel senso che è se stessa ma anche il suo contrario, simultaneamente. Questa simultaneità impedisce la separazione. Allora devo togliere il tempo in quanto simultaneità, devo inventare il tempo come successione di stati, il tempo in senso lineare come una sequenza di eventi, non più come simultaneità. Per pensare il tempo come simultaneità si può pensare alla relazione fra due elementi. Tra A e B in relazione tra loro c’è una simultaneità, non c’è prima l’uno e poi l’altro, sono presenti nell’atto, sono in atto entrambi. Risulta a questo punto piuttosto evidente il motivo per cui stiamo leggendo Hegel. Nessuno prima di lui aveva mai posto la questione del linguaggio in termini così precisi e radicali. Occorre dire che pochissimi dopo di lui hanno proseguito in questa direzione. Ciò che importa in tutto questo è l’avere colto, da parte di Hegel, che tutto si svolge nell’atto di parola, che l’atto di parola è l’esistenza stessa. L’esistenza di qualunque cosa non è altro che l’atto di parola, e l’atto di parola è anche il fondamento di qualunque cosa. Per esempio, del movimento, che non esiste senza l’atto di parola, movimento tra il dire e il detto, tra il significante e il significato; movimento che inaugura il linguaggio stesso, anzi, è il linguaggio stesso. Accogliere che l’atto di parola è l’esistenza stessa comporta anche accogliere la simultaneità che c’è nell’atto, simultaneità tra il positivo e il negativo, tra il dire e il toglimento del dire. Ciò che dico si toglie, dilegua nel momento stesso in cui lo dico e si volge in altro, nel senso che togliendo il detto, questo non scompare ma ritorna nel dire, e solo a questo punto il dire è quello che è, come abbiamo visto in varie occasioni. È questa la “rivoluzione” del pensiero di Hegel: il porre in termini precisi che l’atto è la simultaneità di due momenti che si integrano. Se questi momenti non si integrano e permangono in quanto separati, allora è il discorso religioso, cioè il discorso che si ancora o su un elemento oppure sull’altro, senza avvertire la loro simultaneità e, quindi, dando la priorità all’uno o all’altro, lo fissa e immagina in questo modo di potere stabilire come stanno le cose. Ciò che Hegel continua a dirci è che le cose stanno insieme con il loro contrario, con il negativo, e che questo non è altro che il funzionamento del linguaggio. Il fatto che il detto si dilegui a fronte del dire e tornando nel dire lo ponga per quello che è, ed essendo questo il funzionamento del linguaggio, appare abbastanza evidente il che cosa accade mentre si parla. Ciò che accade mentre si parla è uno spostamento continuo, un movimento continuo, dove ciò che si stabilisce lo si stabilisce solo a condizione di non poterlo stabilire. Qui c’è una questione interessante che riguarda il pensiero di Severino, che afferma che l’essere è possibile stabilirlo in modo incontrovertibile a condizione che ci sia il non essere in quanto tolto. Ciò che però fa Severino è mantenere questi due elementi in quanto separati, non c’è in Severino l’integrazione di questi due momenti, altrimenti l’essere svanirebbe nel nulla, come accade in Hegel. Questo naturalmente comporterebbe qualche problema in tutta la sua teorizzazione, dal momento che a questo punto l’essere è anche non essere, non è più tolto in modo determinato e definitivo, e cioè il non essere non può più dall’esterno, in modo estrinseco, garantire l’incontrovertibilità dell’essere, dal momento che l’essere a questo punto è comprensivo anche del non essere. È una questione sulla quale si può riflettere, anche perché, stando così le cose, appare che la teorizzazione di Severino, rispetto al pensiero di Hegel, si ponga ancora come una teorizzazione religiosa in quanto mantiene come separati l’essere e il non essere. È sicuramente la questione più difficile non solo da intendere ma anche da porre in atto: il tenere questi due elementi integrati nell’atto, cioè accorgersi che ciascun atto è fatto di questi due momenti, positivo e negativo, l’affermazione e il suo dileguare, e la religione attesta la difficoltà di tenere conto di ciò che accade nell’atto, in ciascun atto di parola.