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4 marzo 2026

 

Dieter Henrich La prova ontologica dell’esistenza di Dio

 

Il problema, dunque, della prova ontologica dell’esistenza di Dio. A pag. 24.  La filosofia che Kant criticava aveva già essa stessa affermato che non solo la conoscenza di Dio, ma ogni conoscere, così come essa lo intendeva, deve perdere la sua certezza e il suo significato determinato qualora fallisca il tentativo di una prova ontologica dell’esistenza di Dio. Se non riusciamo a dimostrare l’esistenza di Dio, allora tutta la nostra conoscenza, tutto il nostro sapere è infondato.  A pag. 30. I Principia… Sta parlando di Cartesio. ...non escludono quindi l’ipotesi che la dimostrazione cartesiana sia in sostanza quella di Anselmo. Potrebbe darsi che Descartes voglia solo riportare alla memoria un argomento noto da gran tempo e che perciò rinunci a ripercorrere tutti i passaggi. Ognuno potrebbe facilmente completarli: l’ente perfettissimo deve essere, secondo il suo concetto, in possesso di ogni perfezione, l’esistenza è però una tale perfezione: dunque l’ente perfettissimo lo si può pensare solo come realmente esistente. Qui è curioso notare come, in effetti, dice che l’ente perfettissimo deve essere secondo il suo concetto. Sta parlando di concetti, non di enti di natura. Di questo non si sono accorti mai.

Intervento: Il problema era quello di far coincidere l’essere con il concetto.

Esatto, passare dal concetto all’essere. Come fa il pensiero a dimostrare qualcosa che pensiero non è? Quindi, il problema che incontrano è quello di trovare qualche cosa che il linguaggio possa dimostrare essere fuori del linguaggio. È questo il problema, e non ci riescono. A pag. 39. Cartesio ammette che la prova ontologica possa far facilmente l’effetto di un sofisma: ci si deve ricordare di tutti i punti del suo svolgimento di trovarla convincente. Ed in questa deduzione non si può fare affidamento sull’idea di ente perfettissimo, perché potrebbe essere un prodotto della nostra immaginazione. Perciò questa idea rappresenta solo un inizio e un filo conduttore per formare un concetto chiaro e determinato di Dio, la cui nota più importante deve essere la immensa potestas... Come se questa non fosse un’idea, l’immensa potestas. ...della sua essenza. Solo da questo concetto si può ottenere la certezza dell’esistenza di Dio. Cartesio è quindi convinto che il secondo argomento ontologico sia l’unica valida dimostrazione di questo tipo di deduzione. Il primo argomento era quello di Anselmo, il secondo è quello di Cartesio: mentre Anselmo diceva che Dio è l’ens perfettissimus, invece per Cartesio è l’ens necessarium. A pag.40. La certezza dell’esistenza di Dio è derivata dal concetto di ens necessarium. La critica deve perciò prima di tutto affrontare questo concetto... Di nuovo non si accorge che sta parlando di un concetto, non di un ente di natura, cioè, sta parlando del pensiero, del linguaggio. ...deve mostrare che Cartesio afferma a torto che sia evidente che tale concetto è un’”idea vera”. Qui inserisce questa idea di concetti chiari e distinti, che poi non saranno nient’altro che quelli che si mostrano non contraddittori. A pag. 41. La prova ontologica procede dal fatto che le nostre rappresentazioni chiare e distinte hanno un contenuto di verità. Perché non sono autocontraddittorie. Poi, Kant preciserà: è vero ciò che non è autocontraddittorio. A pag. 92. Dio, in quanto “ens omnibus realitatibus gaudens” non sarebbe se stesso se non gli spettasse anche l’esistenza. Quindi il contrario dell’esistenza di Dio è, in sé, impossibile; ma questo è il criterio della necessità: Dio dunque possiede l’esistenza necessaria. A pag. 133. La proposizione “se c’è un Dio, deve avere necessariamente l’esistenza” è identica per forma alla conclusio. Bisogna citare questa cosa qua sopra. Se un numero moltiplicato per se stesso dà 16, esiste una radice di 16. Se c’è il numero 4, c’è un numero che è moltiplicato per se stesso dà 16. Se c’è il numero 4, allora esiste una radice di 16. Ora, gli avversari dell’ontoteologia affermano che a Dio può essere attribuito il predicato dell’esistenza, esista egli o no. Se questo fosse vero risulterebbe la proposizione, sia che Dio esista o no, gli compete di esistere necessariamente. In altre parole, anche se Dio non è, deve avere necessariamente esistenza, perché anche in questo caso esisterebbe realmente necessariamente. L’obiezione logica conduce a un’assurda contraddizione e le si può sfuggire solo accettando l’argomento ontologico. Così Jacquelot sostiene: “Se io indago come pensa lo spirito umano sono convinto che esso deve accettare l’argomento trattato o deve rinunziare a tutte le deduzioni”. Cioè o Dio esiste o noi non possiamo pensare. A pag. 151. All’inizio c’è una citazione da Bering. Se io rifletto sull’obiezione avanzate da Leclerc e Mosheim: l’essenza di una cosa, quale che sia la sua natura, deve essere di natura uguale a quella della sua esistenza -, allora mi sembra che sia senza dubbio del tutto chiaro che dai concetti di un ente necessario e sommamente perfetto non può essere dedotto niente di reale. Solo quando mi si diceva, invece, che ciò che io non mi potevo rappresentare altrimenti, ciò doveva essere come io lo pensavo, solo allora, ma l’ente necessario non potevo pensarlo altrimenti che è reale, - allora ero perfettamente convinto. È anche facile da convincere. Per quelli come me che si trovano nella medesima situazione e quindi non solo utile ma anche necessario che ogni volta si mostri dove effettivamente è l’errore. Cioè, se io riesco a rappresentarmelo allora sono convinto che esiste, se non riesco a rappresentarmelo allora non esiste.  Passiamo a Kant. A pag. 177. Il pensiero della Critica… Si riferisce alla Critica della ragione pura. La ragione pura è quella che non è inficiata dall’esperienza, è pura. Il pensiero della Critica è questo: la ragione è una facoltà per conoscere una totalità. Essa pensa nel concetto di anima, un soggetto oltre il quale si può andare e in quello di mondo in tutto nella serie delle sue condizioni. Si può applicare il principio della totalità anche alla cosa singola; essa è un che di determinato e distinta, in grazia della sua determinazione, dalle altre cose. La ragione pretende che questa determinatezza sia totale. Ogni predicato che può aspettare di una cosa ha anche un opposto; il principio della determinazione totale, completa, afferma che “di tutti i possibili predicati delle cose, in quanto sono opposti all’affronto con i loro opposti, uno dei due deve sempre appartenere alla cosa”. Con questa esigenza la ragione presuppone la rappresentazione della omnitudo di tutti i predicati, l’ideale trascendentale. L’ideale trascendentale sarebbe tutto ciò che il pensiero può riuscire a immaginare, a pensare, che non è una cosa reale ma soltanto il limite del pensiero. A pag. 179. Non è difficile vedere che quella prova intende solo innalzare a Dio reale il nostro concetto di Dio, che presupponiamo quando determiniamo concettualmente cose date... Kant è dell’opinione che un tale errore possa essere da ciascuno facilmente e velocemente notato ed evitato. L’errore consiste in uno scambio tra concetto e cosa reale. Sta qui il problema: il concetto può concettualizzare qualcosa di reale, cioè, uscire fuori di sé? Chi mostra questo scambio e lo critica non si avvale dell’obiezione logica che lo stesso Kant ha considerato insufficiente nel caso della prova ontologica, perché alla prova ontologica appartiene essenzialmente la premessa che il concetto di esistenza debba essere pensato nel concetto di Dio. Non possiamo pensare a Dio e pensarlo non esistente; la religione cesserebbe. Ma da essa non si ricava affatto la prova apparente dell’esistenza dell’ideale della ragione, la prova apparente vuole dedurre l’esistenza di Dio non dal suo concetto di essenza, ma dalla funzione del concetto di Dio nel tutto della conoscenza. L’obiezione, che abbiamo chiamato logica, vuol mantenere in piedi la differenza di concetto ed esistenza anche nel caso in cui l’esistenza appartenga al concetto stesso: non può quindi confutare la prova ontologica Ma non sussiste alcun motivo per rinunciare alla differenza tra idea e realtà anche là dove è solo una funzione nella determinazione del reale e dove in essa non deve affatto essere pensato contemporaneamente il pensiero dell’esistenza. Qui la ragione non “pretende” affatto che la omnitudo di ogni “realtà sia data oggettivamente e costituisca una cosa”. Era anche il problema degli universali. In verità è una illusione naturale ciò che alletta la ragione a porsi sulla strada che dall’idea della determinazione completa conduce all’assunzione arbitraria dell’esistenza di Dio. Ma potremmo allargare la cosa e dire che questa illusione naturale, che alletta la ragione, è che quando una cosa appare perfettamente determinata si considera che quella cosa è quella cosa. Kant ne parla nel luogo in cui risponde alla domanda di come la ragione riesca a considerare tutta la possibilità delle cose come derivata da una realtà suprema. Il nostro intelletto ha la particolarità di avere come riferimento in tutti i suoi pensieri qualche cosa che egli trova già dato alla sua attività pensante. Per Kant è tempo e lo spazio. È l’esperienza, in cui noi portiamo ciò che ci viene dato all’unità della conoscenza. Questa unità è posta dalla ragione sotto la condizione della determinazione completa. Qui insiste molto sulla determinazione completa, che poi è quella di avere delle idee chiare e distinte. È completa, cioè, esclude il suo contrario, esclude i molti. Il postulato della ragione ha quindi come presupposto la particolarità dell’intelletto di non poter produrre, da se stesso, alcun contenuto. Cioè, il pensiero non può costruire la realtà. Se l’intelletto fosse creativo sarebbe anche privo di fondamento il postulato della ragione secondo il quale solo l’esigenza della determinazione completa è nell’unità di ciò che è dato. L’intelletto creativo, dice, è privo di fondamento, in questo caso, se vogliamo l’intelletto come creativo, è privo di fondamento il postulato della ragione, per cui soltanto l’esigenza della determinazione completa è l’unità di ciò che è dato. Quindi, qui la confusione, che interviene spessissimo, è tra il concetto e la realtà, quella cosa che chiamiamo realtà, cioè qualcosa che è fuori dal concetto, quindi fuori dal linguaggio. Ma la ragione, sotto la spinta di un’illusione naturale, salta i limiti che in essa sono posti dal suo rapporto con l’intelletto finito, essa assume questo principio valido esclusivamente per le cose che ci vengono date come oggetti dei sensi, come fosse valido per tutte le cose in generale. È il modo in cui si pensa, tra l’altro è il modo in cui si pensa anche Dio, per analogia, per induzione. Che la ragione soccomba a questa illusione è il presupposto del fatto che essa possa prendere la propria idea di ente sommo come punto di partenza per una prova dell’esistenza di Dio. Prende la propria idea di ente sommo e da lì parte per dimostrare l’esistenza di Dio. Però, parte dall’idea, non da un ente di natura. Se essa avesse già compreso che con questa idea è legata ai limiti della conoscenza dell’intelletto, e quindi limitata a neri fenomeni, non avrebbe mai pensato una tale prova. Ma una volta che essa abbia liberato il principio della determinazione completa dalla limitazione agli oggetti a noi dati e l’abbia esteso a tutte le cose in genere, le succede di soccombere alla parvenza trascendentale di fare di un principio soggettivo dell’uso della ragione e il principio della possibilità delle cose... Cioè, se io lo penso, allora questa cosa è vera e reale. ...questo è il secondo momento di quella illusione naturale. Lo si potrebbe anche chiamare una seconda illusione: la ragione fa in un primo tempo di un principio che è soltanto regola dell’uso della ragione, in rapporto a fenomeni, il principio di tutte le cose. E ciò che è solo una regola della determinazione razionale delle cose essa lo presuppone, in questo caso, nelle cose stesse come un principio reale. Ha descritto il modo di pensare comune: uno si fa delle idee, immagina che quello sia fatto in modo giusto, corretto, quindi, conclude che questo è la realtà. A pag. 181. Se non c’è niente di reale che possa diventare contenuto di pensieri, allora è privo di senso parlare di possibilità. Se si toglie ogni esistenza scompare pure ogni possibilità e non rimane più niente da pensare. Ora, è possibile tutto ciò la cui non è esistenza può essere pensata. Il contrario del possibile non toglie tutto il pensiero. A pag. 182. È possibile in senso logico e reale ciò il cui contrario è altrettanto possibile. L’impossibile non può più quindi essere spiegato come il contrario di qualcosa di possibile, ma come ciò per mezzo del quale è tolto ogni possibile. Nella logica modale il contrario di impossibile è necessario. Mentre qui dice che l’impossibile - è chiaro che se è necessario, a fortiori è anche possibile -, ma dice non è più da pensare così, come qualche cosa di impossibile che toglie ogni possibile, perché, dice: Se l’impossibile fosse reale non ci sarebbe alcuna possibilità. Anche qui vedete come si scambiano i concetti, che vengono dalla logica modale di Aristotele, con enti di natura. Il possibile, l’impossibile, il necessario, sono concetti, non sono cose. Che poi le cose siano anche concetti, questa è un’altra questione. Così, soprattutto, è impossibile togliere il sommo principio formale di ogni pensiero, perché se i principi di identità e non contraddizione non sono validi, non c’è alcuna possibilità logica e non si può più pensare niente. Sì e no. Lo stesso vale anche però per l’estremo principio materiale di ogni possibilità: se proprio niente fosse reale non ci sarebbe niente la cui possibilità possa essere pensata, e ogni possibilità sarebbe tolta. Il nulla logico e il nulla dell’esistenza sono entrambi impossibili perché tolgono ogni pensiero. Ma pensiero è pensiero della possibilità delle cose. Qui interviene il concetto di realtà, che non è precisato, è posto così come un’ipostasi. Il contrario dell’impossibile è il necessario. Ciò il cui contrario non può affatto essere pensato deve essere pensato così come è pensato. In tal modo è, in senso logico, necessario tutto ciò il cui contrario si contraddice. Il triangolo ha necessariamente tre angoli; da ciò non deriva che il triangolo sia, in se stesso, qualcosa di necessario, esso piuttosto appartiene a ciò la cui esistenza è meramente possibile, la cui non esistenza può quindi altrettanto essere pensata. Ma anche se nessuna cosa del tipo del triangolo esiste necessariamente, è tuttavia impossibile che proprio nulla sia reale. Quindi qualcosa esiste necessariamente. Questa è difficile da fargliela passare. Se nessuna cosa del tipo del triangolo esiste necessariamente, tuttavia è impossibile che proprio nulla sia reale. Sì, può accadere. Qui di nuovo è facile incorrere in questi equivoci, nel momento in cui si pensa, utilizzando allegramente concetti e poi la realtà, che, a dirla proprio tutta, non è neanche errato, perché la stessa realtà è un concetto, ma per loro è qualcosa che è fuori del pensiero, è fuori del linguaggio. A pag. 183. Kant perciò non convince neppure quando determina il concetto della necessità assoluta. Assolutamente necessario deve essere ciò la cui non esistenza toglie ad ogni pensabile il materiale e tutta la datità. Cioè, è necessario soltanto ciò che ci consente di pensare.  Kant distingue sì tra la necessità logica, il cui contrario toglie la forma di ogni pensiero, ed una necessità reale che è soltanto necessità dell’esistenza, mala seconda è posta sotto la condizione della prima. Per Kant, in effetti, c’è soltanto il pensiero, mentre ciò che è fuori del pensiero, la cosa in sé, non è accessibile, abbiamo accesso soltanto a qualche cosa che proviene dalla cosa in sé, appunto il giudizio analitico a priori, cioè spazio e tempo; ma di questi non c’è una cosità, non li possiamo provare, non possiamo dimostrare che esistono, esistono e basta. Qualcosa è necessariamente reale quando il suo contrario renderebbe impossibile ogni pensiero. La necessità reale è il presupposto a che possano essere usate le regole della necessità logica, perciò essa è in verità una necessità non assoluta, ma solo ipotetica. Se il pensiero deve essere possibile allora deve essere già dato al pensiero qualcosa di pensabile. Ma Kant non conosce alcuna ragione dalla quale derivi che il pensare sia necessario. È necessario per le condizioni del pensiero. In effetti la dialettica trascendentale di Kant si occupa non del pensiero in sé ma delle condizioni del pensiero, e le condizioni del pensiero sono appunto spazio e tempo, cioè l’analitico a priori. A pag. 184. Nel 1763 tutto l’essere è posto sotto la condizione del pensiero; necessario è ciò la cui non esistenza rende impossibile il nostro pensare. Nel 1781 un principio che presupponiamo nella determinazione dell’essere è fatto passare come un principio delle cose stesse. Dice Kant a pag. 185. Proprio su ciò si basa l’unico argomento possibile di prova della mia dimostrazione dell’esistenza di Dio, che è stata dettagliatamente esposta in uno scritto da me pubblicato molti anni fa. Là viene mostrato che, fra le molte dimostrazioni possibili, questa procura ancora la massima soddisfazione… Intanto, così, tra le righe, ci dice del perché si cercano le dimostrazioni il più delle volte: per trarne soddisfazione. Come quando risolvi un problema che prima non ti riesce e poi ti riesce: che soddisfazione! ...in quanto se noi togliamo un tale ente originario, contemporaneamente viene tolto il sostrato della possibilità di tutte le cose. Cioè, l’unico argomento possibile era quello che è vero ciò che non è autocontraddittorio. Eppure anche questa dimostrazione non è certa apoditticamente, poiché essa non può esporre la necessità oggettiva di un tale ente, ma solo la necessità oggettiva di ammetterlo. Noi ammettiamo che deve esistere necessariamente questa cosa, sennò noi non possiamo pensare. Ma esiste veramente? Non lo sappiamo. Queste sono le sottigliezze delle prove, delle dimostrazioni dell’esistenza di Dio. A pag. 186, una citazione sempre dalla Critica della ragione pura. Si tratta del cammino naturale percorso da ogni ragione umana. La ragione non prende le mosse da concetti ma dall’esperienza comune e pone quindi a fondamento alcunché di esistente. Ma questo terreno non regge quando non poggi sulla roccia saldissima dell’assolutamente necessario. E qui la distanza tra Kant e Aristotele è immensa, perché se c’è una cosa che non è assolutamente necessaria è la doxa, dove tutto è assolutamente contingente. Se una cosa qualsiasi esiste si deve anche ammettere che qualcosa esiste necessariamente. Infatti, il contingente esiste soltanto condizionatamente a un altro contingente quale è sua causa; ma il ragionamento vale anche per questa causa, e così via, finché non si raggiunge una causa che non sia contingente, che cioè esista senza condizione necessariamente. Ecco l’argomentazione su cui riposa il procedimento della ragione per giungere all’essere originario. La parvenza trascendentale di questa deduzione... Parvenza trascendentale significa che sembra che fornisca le condizioni del pensiero. ...che conduce allo ens necessarium è diversa da quella che già sta nel concetto stesso di omnitudo realitatis. Sarebbe il concreto. ...non è così facile da evitare come quella parvenza che ci fa considerare ente reale una mera autocreazione del pensiero. Le idee cosmologiche non si riferiscono ai nostri concetti delle cose, ma all’esperienza reale. La rappresentazione, secondo la quale un’esistenza incondizionata deve stare alla base di un condizionato dato realmente nell’esperienza, appare essere così naturale come la convinzione nella realtà di ciò che è dato nell’esperienza. Qui cita Kant. È degno di nota particolare il fatto che, se si presuppone l’esistenza di qualcosa, è inevitabile la conseguenza che qualcos’altro deve esistere necessariamente. L’argomento cosmologico riposa su questa interferenza prettamente naturale (anche se non per questo sicura). Finita la citazione da Kant. Questo tipo naturale di deduzione fondato sull’esperienza è in opposizione all’idealismo e prettamente fittizio, presupposto dell’esistenza dell’omnitudo realitatis. L’argomento secondo il quale un ens necessarium deve esistere realmente quando è dato qualcosa di contingente, possiede una parvenza trascendentale di particolare efficacia. Cioè, questo ens necessarium deve esistere quando c’è qualche cosa di contingente, cioè una qualunque cosa; se c’è una qualunque cosa, allora c’è qualche cosa di necessario. Però il pensiero di un ente necessario non contiene ancora un concetto determinato delle proprietà di ciò che esiste necessariamente. Un ente, dice, sarà anche necessario, però ciò di cui è fatto potrebbe anche non esserlo. Quando la ragione ha accettato l’esistenza del necessario, deve dunque mettersi alla ricerca del concetto di un essere che si addica a una così privilegiata esistenza com’è la necessità incondizionata. Una volta che ammetti l’esistenza del necessario, allora devi metterti alla ricerca di un essere che corrisponda a tale assoluta necessità. Ma l’ideale trascendentale... Che non esiste in natura. ...è tra i concetti della ragione l’unico adatto a determinare più dappresso il pensiero dell’ente necessario, perché in esso sono unificate le condizioni di tutte le cose possibili. A questo ente sommo non manca niente di ciò che gli potrebbe spettare... Siamo sempre al campo dei concetti, naturalmente. Come diceva Anselmo: pensare la cosa più grande che puoi pensare. Kant ammette che non si può concepire questa cosa perché questo ente esista necessariamente; ... Non si può sapere perché mai debba esistere un ente necessariamente che sia, per esempio, la cosa più grande che può essere pensata. Sì, lo dico, ma posso pensarlo davvero? Eppure “il concetto di un essere fornito dalla realtà suprema risulterebbe dunque il più idoneo tra tutti i concetti di cose possibili, al concetto di un essere incondizionatamente necessario”. Questo che ho letto è tratto sempre dalla Critica della ragion pura. Quando quindi la ragione, costretta dalla parvenza trascendentale nell’idea cosmologica, si mette alla ricerca del concetto determinato di un ente necessario, deve imbattersi nel concetto di ente sommo. Essa (la parvenza trascendentale) ha già accettato l’esistenza dell’ente necessario, quindi presupporrà l’esistenza anche di quello sommo... Qui la differenza tra necessario e sommo è un po’ evanescente. ...viene quindi spinta dal pensiero della necessità cosmologica ad abbracciare con lo sguardo quanto vi sia di ideale e prettamente fittizio nell’ideale trascendentale. Per trovare l’ente sommo questa ragione deve essere sicura naturalmente di avere eliminato tutto ciò che non serve, tutto ciò che non è certo. La prova apparente dell’esistenza di Dio, che è stata criticata nel paragrafo sull’ideale trascendentale, viene quindi veramente diretta dall’idea della necessità cosmologica; non si realizzerebbe affatto se la ragione non fosse già convinta, in funzione dell’idea cosmologica, dell’esistenza dell’ente sommo. Insomma, bisogna sempre presupporre comunque un qualche cosa per poter partire da lì e costruirci su qualche cosa. Il problema è che questo ente sommo esiste in natura? Loro cercano, anche Kant a modo suo, cercano di farlo apparire come qualcosa di necessario: se è necessario esiste, perché se è necessario deve possedere anche l’esistenza. Se è necessario deve anche essere possibile, ovviamente. Era il problema del necessario, della necessità. Perché se è necessario - facciamo una piccola parentesi - allora a fortiori è anche possibile. Ma se è possibile, questo significa che può darsi come non darsi. Quindi, dobbiamo ammettere che all’interno della necessità c’è anche, attraverso il possibile, l’eventualità che questa cosa non sia, quindi non sia possibile; ma se non è possibile, è impossibile. Quindi, nel necessario, lì dentro, da qualche parte, c’è l’impossibile. Ecco il problema. Aristotele, come fa spesso in questi casi, cambia discorso. Łukasiewicz riprende la questione immaginando di averla risolta, ma non ha risolto niente, perché il problema rimane, non si toglie. Se è necessario è possibile, quindi significa che può anche non essere. La definizione di Aristotele: è necessario ciò che non può non accadere; è possibile ciò che può non accadere; impossibile ciò che non può non accadere. A pag. 190. La prova ontologica astrae da ogni esperienza e deduce, interamente a priori, da semplici concetti all’esistenza di una causa suprema. Ora, qui sta il problema, perché sono concetti, e io da questi concetti posso dedurre sempre tutto quello che mi pare, ma ciò che deduco rimane un altro concetto. È un po’ come diceva Gaunilone: dopo che hai fatto la tua dimostrazione non è che ci compare lì Dio, rimane un concetto; e da lì non ci si è mossi, anche perché non c’è modo di uscirne. A pag. 193. La necessità reale non può essere compresa dai suoi effetti. Noi siamo sì condotti da ciò che nell’esperienza è condizionato al concetto di incondizionato. Non dice perché. Tuttavia questo regresso non offre alcuna conoscenza dell’incondizionato come è in se stesso. Qui ha di fatto già smontato tutta quanta la possibilità dell’ontoteologia, cioè la possibilità di arrivare dal condizionato, cioè dal contingente, al necessario; il contingente non può determinare questo necessario, perché, essendo contingente, muta a suo piacimento. A pag. 194. Se un ente assolutamente e realmente necessario deve essere pensato, lo deve essere come totalmente determinato, perché adesso aspetta certamente con necessità l’esistenza. Deve essere quindi anche ens singulare omnimodo determinatum. Cioè, l’ente singolare deve essere in qualche modo determinato. A pag. 197. Cita sempre da Kant. Ciò che conosco a priori è necessario. Si chiama a priori per questo. Che il contrario di qualcosa sia a priori impossibile posso saperlo solo dall’analisi dei concetti. Cioè, a posteriori. La prova ontologica, propriamente, non è altro che una determinazione del concetto di assolutamente necessario in base al suo contenuto: pretende infatti mostrare di un concetto che esso soddisfa le condizioni che sono poste per una conoscenza dell’assolutamente necessario. Quindi, essendo assolutamente necessario, è anche reale. Essa procede dal concetto di omnitudo realitatis, perciò è completamente determinata, quindi il concetto di un ente individuale, conceptus singularis. Cioè, se è completamente determinata diventa che cosa? Dice essa Essa procede dal concetto di omnitudo realitatis, perciò è completamente determinata, quindi il concetto di un ente individuale, conceptus singularis. Qui si trova di fronte il problema, cioè, i molti e l’uno. La omnitudo realitatis, cioè la realtà del tutto, che comprende quindi il tutto, quindi tutte le cose, diventa uno, è determinata come uno. Per determinarla, per farla diventare un conceptus singularis, cosa devo fare? Di tutte le possibili realtà a questo ente spetta il grado più alto possibile... Cosa voglia dire “il grado più alto possibile” non si sa. ...tutte le negazioni sono da esso escluse. Per avere il più alto grado di realtà possibile, tutte le negazioni sono da esso escluse. La omnitudo realitatis deve essere pensata con la ragione reale di tutto il possibile, e se non la presupponiamo, non possiamo pensare determinatamente nulla di ciò che è dato al pensiero nell’intuizione; ... Quindi, noi dobbiamo pensare che ci sia un qualche cosa determinata all’inizio di tutto. Quindi questo concetto soddisfa apparentemente anche la prima condizione... Che era appunto quella di ci sia un qualche cosa da cui partire. E infine deve essere in esso necessariamente implicita la nota dell’esistenza, in questo caso soddisferebbe anche la seconda condizione. Tuttavia, la terza prerogativa gli spetta solo apparentemente. La confutazione dell’argomento ontologico da parte dell’obiezione empiristica, lo fa scomparire. Il problema è sempre quello di stabilire che all’origine qualche cosa c’è, ma questa cosa è una mia idea o è reale? Perché, se è una mia idea, vale poco, perché è contingente.

Intervento: Quanto meno è confutabile.

Esatto. È possibile dimostrare l’esistenza di Dio attraverso un’argomentazione. Qual è il problema? Che è sempre possibile costruire una controargomentazione. Se io, invece, trovo un quid, che è fuori dall’argomentazione, allora è inconfutabile. A pag. 200. La necessità assoluta è un concetto limite nel quale, da qualunque parte si provenga, dobbiamo andare a finire necessariamente. Esso può venire accettato solo in funzione delle conseguenze, ma per sé non viene né concepito, né compreso. E qui siamo all’Uno di Plotino: c’è, però lo si può solo verificare dagli effetti, cioè, che esista l’Uno lo posso verificare per il fatto che c’è l’Intelletto, c’è l’Anima, ma l’Uno in quanto tale non lo vedo, non lo tocco, non posso fare niente. A pag. 201. La sola operazione del conoscere è quella di determinare oggetti attraverso connessioni, perciò anche la ragione non può porre immediatamente nulla come possibile o come necessario, può soltanto inserire ciò che è già reale in un contesto ragionevole, in quanto essa conosce quel reale in base alle sue condizioni. Cioè, deve già conoscere il reale e poi, per induzione, per analogia, trova altre cose. Questa è la tesi di Kant: la ragione non può porre nulla come immediato, se non ciò che è il giudizio analitico a priori, cioè tempo e spazio, che sono già posti, non sono neanche posti dal pensiero, il pensiero non li pone, il pensiero li coglie così come sono, per Kant sono innati.

Intervento: Kant non avrebbe potuto elaborare questa idea se prima non ci fosse stata la rivoluzione scientifica.

Questo non saprei dirti. Lui a un certo punto dice di avere compiuta una operazione tipo quella di Copernico. Copernico ha messo l’uomo al centro dell’universo, mentre Kant ha messo il pensiero al centro di tutto. La ragione collega sempre un’esistenza all’altra e di per sé sola non può porre nulla. Essere quindi solo la facoltà delle associazioni a priori, non di conoscere l’assoluta necessità dell’esistenza. Qui Kant aveva intuito qualcosa, naturalmente deve, per sostenere tutto questo, presupporre il tempo e lo spazio come a priori, che costituiscono per lui il punto di partenza, ciò su cui ci si arresta e da cui partire, anche se non è conoscibile. Anche per Plotino ci si avvicina all’Uno, ma non lo si raggiunge mai perché non è conoscibile.